«Poi è Cleopatras lussuriosa». Credo lʼautore aver posto questo aggettivo a costei, a differenza di piú altre Cleopatre che furono, delle quali alcuna non ne fu, per quel che si legge, cosí viziata di questo vizio, come costei, della qual qui intende.

Cleopatras fu reina dʼEgitto e, per molti re medianti, trasse origine da Tolomeo, figliuolo di Lagio di Macedonia: e piace ad alcuni lei essere stata figliuola di Tolomeo Dionisio, re dʼEgitto. Altri dicono il padre di lei essere stato Tolomeo Mineo, similmente re dʼEgitto, il quale, essendo amicissimo del popolo di Roma, e avendo quattro figliuoli, due maschi e due femmine, venendo a morte, lasciò, al tempo del primo consolato di Giulio Cesare, per testamento che il maggior deʼ figliuoli, il quale fu nominato Lisania, presa per moglie Cleopatra, sua sirocchia, e di piú di che lʼaltra, insieme dopo la morte regnassero: la qual cosa per li romani fu mandata ad esecuzione. Ma, ardendo Cleopatra di disiderio di regnar sola, il suo marito e fratello fece morir di veleno, e sola tenne il reame. Ma, avendo giá Pompeo magno quasi tutta lʼAsia costretta ad ubbidire aʼ romani, venendo in Egitto, privò Cleopatra del reame, e fecene re il minor fratello, ancora assai giovinetto. Della qual cosa indegnata Cleopatra, come piú tosto poté, gli mosse guerra; e, perseverando in essa, avvenne che Pompeo, vinto da Cesare in Tessaglia, e dal giovane Tolomeo fatto uccidere in Egitto, e seguitandolo Cesare, pervenuto in Alessandria, e trovando Cleopatra in guerra contro al fratello, amenduni gli fece davanti da sé chiamare per udir le ragioni di ciascuna parte. Davanti al quale dovendo venir Cleopatra, avendo della sua formositá gran fidanza, percioché bella femmina fu, ornata di reali vestimenti comparí: e assai leggiermente le venne fatto di prender con gli occhi e con gli atti suoi il libidinoso prencipe. Di che seguí che, avendo Cesare piú notti comuni avute con lei, ed essendo giá il giovane Tolomeo annegato a Delta, dove contro a Mitridate pergameno, che in aiuto di Cesare veniva, andato era; Cesare le concedette il reame dʼEgitto, menatane Arsinoe, sirocchia di Cleopatra, accioché per lei alcuna novitá non fosse suscitata nel regno. Essendo dunque Cleopatra reina, e in istato tranquillo, in tutte quelle lascivie si diede che dar si possa disonesta femmina: e, disiderosa di ragunar tesori e gioie, quasi di tutti i re orientali disonestamente divenne amica. Né le fu questo assai, ma tutti i templi dʼEgitto e le sagre case spogliò di vasellamenti, di statue e di tesori. Apresso questo, essendo giá stato ucciso Cesare, e Bruto e Cassio vinti da Ottaviano e da Antonio, al detto Antonio, vegnente in Siria, si fece incontro in forma dʼonorario: e lui, non altrimenti che Cesare aveva fatto, prese e inretí del suo amore, e lui indusse innanzi ad ogni altra cosa, accioché senza alcuna suspizione del regno rimanesse, a fare uccidere Arsinoe, sua sirocchia, non ostante che essa per sua salute rifuggita fosse nel tempio di Diana efesia. E, avendo giá invescato nella sua dilezione Antonio, ardí di chiedergli il reame di Siria e dʼArabia, li quali col suo terminavano. La qual domanda parendo troppo grande ad Antonio, non gliele diede, ma, per soddisfarla alquanto, le diede di ciascuno alcuna particella. Poi, avendo ella accompagnato Antonio, il quale andava in Partia, infino al fiume dʼEufrate, e tornandosene, ne venne per Siria, dove magnificamente fu ricevuta da Erode, re poco davanti per opera dʼAntonio stato coronato di quel reame: lá dove ella non dubitò di fare per interposita persona tentare Erode della sua dimestichezza, sperando, se a quella il potesse inducere, di dovergli sottrarre il reame di Siria. Di che accorgendosi Erode, per levare da dosso ad Antonio lʼignominia di costei, diliberò dʼucciderla; ma, dagli amici da ciò ritratto, donatole grandissimi doni, la lasciò tornare in Egitto. Dove dopo alquanto ricevuto Antonio, il quale in fuga daʼ parti sʼera tornato, essendo in lei lʼardor cresciuto del signoreggiare, fu di tanta presunzione, che ella gli chiese lo imperio di Roma, e Antonio fu tanto bestiale che egli gliele promise. Ed essendo giá alcuna cagione nata di guerra tra Antonio e Ottaviano, per lʼavere egli repudiata Ottavia, sua moglie e sirocchia dʼOttaviano, e presa per moglie Cleopatra, prepararono una grande armata navale, ornata con vele di porpore e con altri assai arredi preziosissimi, e, sú montátivi, nʼandarono in Epiro: dove venuto giá Ottaviano, e avendo combattuto in terra e vinta la gente di Antonio, si recarono a volere provare la fortuna del mare. Nel quale parendo giá Ottaviano dover vincere, prima a tutti gli altri fuggí Cleopatra, la cui nave aveva la vela dʼoro, e lei seguitarono sessanta delle sue navi. La quale incontanente Antonio, gittati via della sua nave tutti gli ornamenti pretoriani, seguitò: e, pervenuti in Alessandria, e ogni sforzo fatto a dover resistere ad Ottaviano, lui vegnente aspettarono. Il quale avendo molto le lor forze diminuite, domandò Antonio le condizioni della pace, le quali non potendo avere, disperatosi entrò nel luogo dove erano usati di seppellirsi i re, e quivi se medesimo uccise. Ed essendo poi presa Alessandria, estimando Cleopatra con quelle medesime arti poter pigliare Ottaviano, con che primieramente Cesare e Antonio presi avea, e trovandosi del suo pensiero ingannata; udendo che servata era da Ottaviano al triunfo, turbata e con difficultá dʼanimo sofferendo di dover divenire spettaculo deʼ romani, vestendosi i reali ornamenti, lá se nʼentrò dove il suo Antonio giaceva morto, e, postasi a giacere allato a lui, e fattesi aprire le vene delle braccia, a quelle si pose una spezie di serpenti, chiamati «ypnali», il veleno deʼ quali ha ad inducer sonno, e a far dormendo morire il trafitto: e cosí addormentata si morí, quantunque, avendo ciò udito Ottaviano, si sforzasse di ritenerla in vita, fatti venir alcuni di queʼ popoli che si chiamano «psilli», e fatto lor porre la bocca alle pugniture del braccio, e tirar fuori lʼavvelenato sangue daʼ serpenti; ma ciò fu fatica perduta, percioché la forza del veleno aveva giá ucciso il cuor di lei.

Sono nondimeno alcuni che dicono lei davanti a questo tempo morta, e dʼaltra spezie di morte; dicendo che, avendo Antonio temuto non, nellʼapparecchiamento della guerra contro ad Ottaviano, Cleopatra con la morte di lui si facesse benivolo Ottaviano, niuna cosa era usato di bere né di mangiare, che primieramente non facesse assaggiare ad altrui: di che essendosi Cleopatra avveduta, a farlo chiaro della sua fede verso di lui, avvelenò i fiori delle ghirlande le quali il dí davanti portate aveano: e postesi quelle in capo, mise in festa e in trastullo Antonio, e tanto procedette col trastullo della festa, che ella lo ʼnvitò a dover bere le loro ghirlande, e messe i fiori di quelle in un nappo, dove era quello, o vino o altro, che ber si dovea: e, volendolo Antonio bere, ella il ritenne, e vietò che nol bevesse, e disse:—Antonio amantissimo a me, io son quella Cleopatra, la quale con queste tue disusate pregustazioni tu mostri dʼaver sospetta: e però, se io potessi sofferire che tu bevessi quello di che tu hai paura, e tempo nʼho, e tu me nʼhai data cagione;—e quindi mostratogli lo ʼnganno, il quale adoperato avea neʼ fiori, dicono che Antonio la fece prendere e guardare, e costrinsela a bere quel beveraggio, il quale ella aveva a lui vietato che non bevesse; e cosí lei vogliono esser morta. La prima opinione è piú vulgata: senza che, a quella sʼaggiugne che, avendo Antonio ed ella cominciata una magnifica sepoltura per loro. Ottaviano comandò che compiuta fosse e che amenduni in essa fossero seppelliti.

«Elena vidi», in questa schiera, «per cui», cioè per la quale, «tanto reo Tempo si volse», cioè tanta lunga dimension di tempo, la quale per le circunvoluzioni del cielo misurata passò: la quale lunga dimension di tempo fu per ispazio di venti anni, cioè dal dí che Elena fu rapita al dí che a Menelao fu restituita; percioché tanto stette Elena in Troia, e alquanto piú, sí come Omero nellʼultimo libro della sua Iliade dimostra, là dove, lei piagnendo sopra il morto corpo di Ettore, fa dire quasi queste parole, che, essendo ella stata venti anni appo Priamo eʼ figliuoli, mai Ettore non le avea detta una ingiuriosa parola. È il vero che di questi venti anni non fu lʼassedio continuato intorno ad Ilione, se non i dieci ultimi anni: e però si può intendere li dieci primi essersi consumati e nel raddomandare Elena, il che piú volte per ambasceria fecero, e nel sommuovere tutta Grecia alla impresa contro aʼ troiani, e nel dar ordine e nel fare lʼapparecchio delle cose opportune a tanta guerra. E il vero che gli ultimi dieci furono molto peggiori che i primi, percioché in essi furono dintorno ad Ilione fatte molte battaglie, e in esse furono uccisi molti valenti uomini e popolo assai.

Elena fingono i poeti essere stata figliuola di Giove e di Leda, moglie di Tindaro, re dʼOebalia, e lui dicono in forma di cigno, con lei bellissima donna e madre dʼElena, esser giaciuto, narrando in questa forma la favola di Giove, ecc. Ma le istorie vogliono lei essere stata figliuola di Tindaro, re dʼOebalia, e di Leda, e sirocchia di Castore e di Polluce. Fu la bellezza di costei tanto oltre ad ogni altra maravigliosa, che ella non solamente a discriversi con la penna faticò il divino ingegno dʼOmero, ma ella ancora molti solenni dipintori e piú intagliatori per maestero famosissimi stancò: e intra gli altri, sí come Tullio nel secondo dellʼArte vecchia scrive, fu Zeusis eracleate, il quale per ingegno e per arte tutti i suoi contemporanei e molti deʼ predecessori trapassò. Questi, condotto con grandissimo prezzo daʼ croteniesi a dover la sua effigie col pennello dimostrare, ogni vigilanza pose, premendo con gran fatica dʼanimo tutte le forze dello ʼngegno suo; e, non avendo alcun altro esemplo, a tanta operazione, che i versi dʼOmero e la fama universale che della bellezza di costei correa, aggiunse a questi due un esempio assai discreto: percioché primieramente si fece mostrare tutti i beʼ fanciulli di Crotone, e poi le belle fanciulle, e di tutti questi elesse cinque, e delle bellezze deʼ visi loro e della statura e abitudine deʼ corpi, aiutato daʼ versi dʼOmero, formò nella mente sua una vergine di perfetta bellezza, e quella, quanto lʼarte potè seguire lʼingegno, dipinse, lasciandola, sí come celestiale simulacro, alla posteritá per vera effigie dʼElena. Nel quale artificio, forse si poté abbattere lʼindustrioso maestro alle lineature del viso, al colore e alla statura del corpo: ma come possiam noi credere che il pennello e lo scarpello possano effigiare la letizia degli occhi, la piacevolezza di tutto il viso, e lʼaffabilitá, e il celeste riso, e i movimenti vari della faccia, e la decenza delle parole, e la qualitá degli atti? Il che adoperare è solamente oficio della natura. E, percioché queste cose erano in lei esquisite, né vedeano i poeti a ciò poter bastare la penna loro, la finsero figliuola di Giove, accioché per questa divinitá ne desser cagione di meditare qual dovesse essere il fulgore degli occhi suoi, quale il candore del mirabile viso, quanta e quale la volantile e aurea chioma, da questa parte e da quella con vezzosi cincinnuli sopra gli candidi ómeri ricadente; quanta fosse la soavitá della dolce e sonora voce, e ancora certi atti della bocca vermiglia e della splendida fronte e della gola dʼavorio, e le delizie del virginal petto, con le altre parti nascose daʼ vestimenti. Da questa tanto ragguardevole bellezza fu Teseo, figliuolo dʼEgeo, re dʼAtene, tirato in Oebalia a doverla rapire: la quale esso trovata giucare, secondo il lor costume, nella palestra con gli altri fanciulli di sua etá, conosciutala la rapí, e portonnela ad Atene: e quantunque per la troppo tenera etá altro che alcun bascio tôrre non le potesse, pure alquanto maculò la virginale onestá. Qui si può muovere un dubbio, conciosiacosaché tutti gli antichi scrittori a questo sʼaccordino, che Teseo prima, e poi Paris, la rapissono. Come questo debba poter esser stato, ecc. Fu nondimeno poi costei da Elettra, madre di Teseo, non essendo Teseo in Atene, renduta a Castore e a Polluce, suoi fratelli, raddomandantila. Altri dicono che Teseo lʼavea raccomandata a Proteo, re dʼEgitto, e che esso in assenza di Teseo lʼaveva renduta aʼ fratelli. Poi appresso, essendo pervenuta ad etá matura, fu maritata a Menelao, re di Lacedemonia, e dopo alquanto tempo, essendo esso andato in Creti, fu da Paris troiano rapita di Lacedemonia e portatane in Troia, e, secondo che alcuni dicono, di consentimento di lei. Altri dicono che ella fu dal detto Paris rapita dʼunʼisola chiamata Citerea, dove ella ad un certo sacrificio che si faceva, secondo il costume antico, vegghiava la notte nel tempio dello dio, al quale il sacrificio faceano, con altre donne della contrada. E son di quegli che affermano senza sua saputa o volontá questo essere stato fatto. [Qui del modo del vegghiare, e come di qua il recarono i marsiliesi, e donde vennero le vigilie.] In Troia dimorò venti anni, come di sopra dicemmo: ed essendo stato ucciso Paris da Pirro, si rimaritò a Deifobo, suo fratello: e, per quel che paia voler Virgilio, essendosi secondo lʼordine del trattato i greci ritrattisi indietro da Ilione e fatto sembiante dʼandarsene, ed ella sapendolo, ed essendo a ciò consenziente, quando vide il tempo atto al disiderio deʼ greci, con un torchio acceso diede lor segno al venire; di che essi tornati, e preso Ilione e disfatto, e ricevuta lei, la restituirono a Menelao: il quale dicono che volentieri la ricevette. E altri vogliono essere la cagione percioché non di sua volontá fu rapita; altri percioché tenne al trattato, e diede il cenno aʼ greci di ritornare. E, tornandosi costei con Menelao in Grecia, da noiosa tempesta di mare ne furono portati in Egitto, e quivi da Polibo re onorevolmente ricevuti; e, oltre a questo, essendo da diversi casi ritenuti, lʼottavo anno dopo la distruzione dʼIlione, tornarono in Lacedemonia. Dove scrive Omero, nella sua Odissea, che Telemaco, figliuolo di Ulisse, essendo venuto per domandar Menelao se alcuna cosa dir gli sapesse dʼUlisse, gli trovò far festa e nozze grandissime, avendo Menelao dato moglie ad un suo figliuolo non legittimo, chiamato Megapénti. E da questo tempo innanzi, mai che di lei si fosse non mi ricorda aver trovato.

«E vidi ʼl grande Achille, Che con amore», cioè per amore, «al fine», della sua vita, «combatteo», contro a Paris e agli altri che nel tempio dʼApollo timbreo lʼassalirono e uccisono; nel quale Ecuba lʼaveva occultamente e falsamente fatto venire, avendogli promesso di dargli per moglie Polissena.

[Lez. XIX]

Achille fu figliuolo di Peleo e di Tetide minore, nelle cui nozze, ecc. non fu invitata la dea della discordia, ecc.; e fu dʼuna cittá di Tessaglia, secondo che Omero scrive nella Iliada, chiamata Ptia: il quale, secondo che i poeti scrivono, come nato fu, dalla madre fu portato in inferno, e, accioché egli divenisse forte e paziente delle fatiche, presolo per lo calcagno, tutto il tuffò nel fiume, ovvero nellʼonde di Stige, palude infernale, fuori che il calcagno di lui, il quale teneva con mano; e questo fatto, il diede a Chirón centauro, che lo allevasse. Il quale il nutricò, non in quella forma che gli altri tutti si sogliono nutricare, ma gli faceva apparecchiare il cibo suo solamente di medolla dʼossa di bestie prese da lui; e questo faceva, accioché egli, per continuo esercizio, si facesse forte e destro a sostenere le fatiche. E per questo solea dir Leon Pilato lui essere stato nominato Achille, ab «a», che tanto vuol dire quanto «senza», e «chilos», che tanto vuol dire quanto «cibo», quasi «uomo nutricato senza cibo». Insegnò Chirón a costui astrologia e medicina e sonare certi istrumenti di corda. Ma, come la madre di lui sentí essere stata rapita da Paride Elena, conoscendo per sue arti che gran guerra ne seguirebbe, e che in quella sarebbe il figliuolo ucciso, sʼingegnò di schifargli con consiglio questo male, se ella potesse: e lui dormente, e ancora fanciullo senza barba, nascosamente della spelonca di Chirone il trasse, e portonnelo in una isola chiamata Sciro, dove regnava un re chiamato Licomede: e con vestimenti femminili, avendolo ammaestrato che a niuna persona manifestasse sé esser maschio, quasi come fosse una vergine, gliele diede che il guardasse tra le figliuole. Ma questo non potè lungamente essere occulto a Deidamia, figliuola di Licomede, cioè che egli fosse maschio: col quale essa, preso tempo atto a ciò, si giacque; e per la comoditá, la quale avea di questo suo piacere, ad alcuna persona non manifestava quello essere che essa avea conosciuto. E tanto continovò la lor dimestichezza, che essa di lui concepette un figliuolo, il quale poi chiamaron Pirro. Ma, poi che i greci ebbero tutti fatta congiurazione contro aʼ troiani, avendo per risponso avuto non potersi Troia prendere senza Achille, messisi ad investigare di lui, con la sagacitá dʼUlisse fu trovato e menato a Troia: dove andando, prese piú cittá di nemici e grandissima preda, e una figliuola del sacerdote dʼApolline, la qual donò ad Agamennone, e unʼaltra, che presa nʼavea, chiamata Briseida, guardò per sé. Ed essendo convenuto, per risponsi deglʼiddii, che Agamennone avesse la sua restituita al padre, tolse Briseida ad Achille: della qual cosa turbato Achille, non si poteva fare, né per prieghi né per consiglio, che egli volesse combattere contro aʼ troiani. Per che, essendo i greci un dí fieramente malmenati daʼ troiani, avendo egli concedute le sue armi e il carro a Patrocolo, e Patrocolo essendo stato ucciso da Ettore, turbato sʼarmò: e, vinto e ucciso Ettore, e strascinatolo, e poi tenutolo senza sepoltura dodici dí, e ultimamente rendutolo a Priamo, e poi perseverando nel combattere, avendo ucciso Troilo, fratello di Ettore, suspicò Ecuba costui non doverle alcuno deʼ figliuoli lasciare, per che con lui tenne segreto trattato di dovergli dare Polissena, sua figliuola, per moglie, dove egli le promettesse piú non prendere arme contro aʼ troiani. Amava Achille Polissena meravigliosamente, percioché neʼ tempi delle tregue veduta lʼavea, ed eragli oltre ad ogni altra femmina paruta bella. Ed essendo dunque esso in convenzione con Ecuba, secondo che ella gli mandò dicendo, solo e disarmato andò una notte nel tempio dʼApollo timbreo, il quale era quasi allato alle mura dʼIlione, credendosi quivi trovare Ecuba e Polissena; ma come egli fu in esso, gli uscí sopra Paris con certi compagni; ed essendo Paris mirabilmente ammaestrato nellʼarte del saettare, aperto lʼarco, il ferí dʼuna saetta nel calcagno, percioché sapeva lui in altra parte non potere esser ferito: per che Achille, fatta alcuna ma piccola difesa, cadde e fu ucciso, e poi seppellito sopra lʼuno deʼ promontori di Troia, chiamato Sigeo.

«Vidi Paris». Paris, il quale per altro nome fu chiamato Alessandro, fu figliuolo di Priamo e di Ecuba, del quale Tullio in libro De divinatione scrive che, essendo Ecuba pregna di quella pregnezza della quale ella partorí Paris, le parve una notte nel sonno partorire una facellina, la quale ardeva tutta Troia. Il qual sonno essa raccontò a Priamo: del significato del qual sogno Priamo fece domandare Apollo, il quale rispose che per opera del figliuolo, il quale nascer dovea di questa grossezza, perirebbe tutta Troia. Per la qual cosa Priamo comandò che il figliuolo che nascesse, ella il facesse gittar via. Ma, essendo venuto il tempo del parto, e avendo Ecuba partorito un bel fanciullo, ebbe pietá di lui, e nol fece, secondo il comandamento di Priamo, gittar via, ma il fece occultamente dare a certi pastori del re, che lʼallevassero: e cosí da questi pastori fu allevato nella selva chiamata Ida, non guari dilungi da Troia. Ed essendo divenuto grande, quivi primieramente usò la dimestichezza dʼuna ninfa del luogo chiamata Oenone, e di lei ebbe due figliuoli, deʼ quali chiamò lʼuno Dafne e lʼaltro Ideo. E, dimorando in abito pastorale in quella selva, addivenne un grande e famoso giudice, e ogni quistione tra qualunque persona con maravigliosa equitá decideva. Per la qual cosa perduto quasi il vero nome, cioè Alessandro, era da tutti chiamato Paris, quasi «eguale». E in questo tempo che esso cosí dimorava, avvenne che Peleo menò per moglie Teti, e alle sue nozze invitò Giunone, Pallade e Venere. Di che gravandosi la dea della discordia, che essa non vʼera stata chiamata, preso un pomo dʼoro, vi scrisse sú che fosse dato alla piú degna, e gittollo sopra la mensa, alla quale esse sedevano. Di che, lette le lettere, ciascuna delle tre dèe diceva a lei, sí come a piú degna, doversi il detto pomo. Ed essendo tra loro la quistione grande, andarono per lo giudicio a Giove, il quale Giove non volle dare, ma disse loro:—Andate in Ida, e quivi è un giustissimo uomo chiamato Paris; quegli giudicherá qual di voi ne sia piú degna.—Per la qual cosa le tre dèe andarono nella selva, e trovarono Paris in una parte di quella chiamata Mesaulon, e quivi proposero davanti a lui la lor quistione, dicendo Giunone:—Io sono dea deʼ regni: se tu dirai me piú degna di queste altre di questo pomo, io ti farò signore di molti.—Dʼaltra parte diceva Pallade:—Io sono dea della sapienza: se tu il dái a me, io ti farò tutte le cose cognoscere e sapere.—Venere similemente diceva:—Io sono dea dʼamore: se tu dai, come a piú degna, il pomo a me, io ti farò avere lʼamore e la grazia della piú bella donna del mondo.—Le quali udite da Paris, dopo alcuna diliberazione, egli diede il pomo a Venere, sí come a piú degna. Per la qual cosa, come appresso si dirá, egli ebbe Elena. Fu costui, secondo che Servio dice essere stato da Nerone raccontato nella sua Troica, fortissimo, intanto che esso nelle contenzioni agonali, le quali si facevano a Troia, esso vinceva ogni uomo, ed Ettore medesimo. Il quale, turbatosi dʼessere da lui stato vinto, credendo lui essere un pastore, messo mano ad un coltello, il volle uccidere, e arebbel fatto; se non che Paris, che giá daʼ suoi nutritori saputo lʼavea, gridò forte:—Io son tuo fratello;—che ciò fosse vero provò, mostrate le sue crepundie, le quali Ecuba vedute riconobbe; e cosí fu riconosciuto e ricevuto nella casa reale di Priamo, suo padre. Nella quale non guari di tempo dimorò, che, essendo per mandato di Priamo composte [e fatte] venti navi, sotto spezie dʼambasciadore a raddomandare Esiona fu mandato in Grecia; dove alcuni vogliono, e tra questi è Ovidio nelle sue Pistole, che esso fosse ricevuto e onorato da Menelao. Ma altri dicono lui essere in Lacedemonia venuto, non essendovi Menelao, e di quindi alla fama della bellezza dʼElena essere andato in Isparten, e quella avere combattuta il primo anno del regno dʼAgamennone, non essendovi Castore né Polluce, fratelli di Elena, li quali ad Agamennone erano andati, e seco aveano menata Ermione, figliuola di Menelao e dʼElena. E cosí, avendo presa la cittá, presene Elena, resistente quanto potea, e, oltre a ciò, tutti i tesori di Menelao, e, ogni cosa posta sopra le navi, andò via: la qual cosa assai elegantemente tôcca Virgilio, quando dice:

Me duce, Dardanius Spartam expugnavit adulter? ecc.