E per questo vogliono molti, preso daʼ greci Ilione, Elena aver meritato dʼessere stata ricevuta da Menelao. E cosí Paris ebbe la piú bella donna di Grecia, secondo la promessa di Venere: la quale in Troia menatane, vi portò quella facellina, la quale Ecuba, essendo gravida in lui, avea nel sonno veduta che tutta Troia ardea. Adunque per questa rapina congiurati i greci insieme, vennero ad assediare Ilione: nel quale essendo prima stato ucciso Ettore, e poi Troilo, esso medesimo Paris fu ucciso da Pirro, figliuolo dʼAchille.

Séguita poi: «Tristano».

Tristano, secondo i romanzi deʼ franceschi, fu figliuolo del re Meliadus e nepote del re Marco di Cornovaglia, e fu, secondo i detti romanzi, prode uomo della persona e valoroso cavaliere: e dʼamore men che onesto amò la reina Isotta, moglie del re Marco, suo zio, per la qual cosa fu fedito dal re Marco dʼun dardo avvelenato. Laonde vedendosi morire, ed essendo la reina andata a visitarlo, lʼabbracciò, e con tanta forza se la strinse al petto, che a lei e a lui scoppiò il cuore, e cosí insieme morirono, e poi furono similmente seppelliti insieme. Fu costui al tempo del re Artú e della Tavola ritonda, ed egli ancora fu deʼ cavalieri di quella Tavola.

«E piú di mille Ombre mostrommi, e nominolle a dito», dice «mille», quasi molte, usando quella figura la qual noi chiamiamo «iperbole»; «Chʼamor», cioè quella libidinosa passione, la qual noi volgarmente chiamiamo «amore», «di nostra vita dipartille», con disonesta morte; percioché, per quello morendo, onestamente morir non si puote.

«Poscia chʼio ebbi». Qui comincia la quinta parte del presente canto, nella qual dissi che lʼautore con alcuni spiriti dannati a questa pena parlava, e dice: «Poscia chʼio ebbi il mio dottore udito Nomar le donne antiche e i cavalieri», che di sopra ha nominati; «Pietá mi vinse e fui quasi smarrito». In queste parole intende lʼautore dʼammaestrarci che noi non dobbiamo con la meditazione semplicemente visitar le pene deʼ dannati; ma, visitandole e conoscendole, e conoscendo noi di quelle medesime per le nostre colpe esser degni, non di loro, che dalla giustizia son puniti, ma di noi medesimi dobbiamo aver pietá, e dover temere di non dovere in quella dannazione pervenire, e compugnerci ed affliggerci, accioché tal meditazione ci sospinga a quelle cose adoperare, le quali di tal pericolo ne tragghino e dirizzinci in via di salute. E usa lʼautore di mostrare di sentire alcuna passione, quando maggiore e quando minore, in ciascun luogo: e quasi dove alcun peccato si punisce, del quale esso conosca se medesimo peccatore. E, avuta questa passione al suo difetto, sèguita: «Io cominciai:—Poeta, volentieri Parlerei a queʼ due che ʼnsieme vanno», essendo da quella bufera portati, «E» che «paiono sí al vento esser leggeri»,—cioè con minor fatica volanti. «Ed egli a me:—Vedrai quando saranno», menati dal vento, «Piú presso a noi, e tu allor gli prega, Per quellʼamor, che i mena», qual che quello amor si sia, «ed eʼ verranno», qui, da quellʼamor, per lo qual pregati fieno, costretti. «Sí tosto, come ʼl vento a noi gli piega, Muovi la voce»—cioè priega come detto tʼho.

Per la qual cosa lʼautore, che verso di sé venir gli vide, cominciò a dire in questa guisa:—«O anime affannate», dal tormento e dalla noia di questo vento, «Venite a noi parlar, sʼaltri nol niega»,—cioè se voi potete.

«Quali colombe». Qui lʼautore, per una comparazione, ne dichiara con quanta affezione quelle due anime chiamate venissero a lui. «Quali colombe dal desio», di rivedere i figliuoli, «chiamate», cioè incitate, «Con lʼali alzate», volando, «e ferme», con lʼaffezione, «al dolce nido», nel quale i figliuoli hanno lasciati, per dover cercar pastura per li figliuoli e per loro; «Vengon per lʼaer», verso il nido, «dal voler portate»; percioché gli animali non razionali non hanno altra guida nelle loro affezioni che la volontá; «Cotali uscir», questi due, «della schiera ovʼè Dido», la qual di sopra disse che andavano per quello aere a guisa che volano i grú; «A noi venendo per lʼaer maligno», quanto è a loro che quivi tormentati erano: «Sí forte», cioè sí potente, «fu lʼaffettuoso grido», cioè priego (non si dee credere che lʼautor gridasse). E venuti disson cosí:—«O animal grazioso e benigno», chiamanlo per ciò «grazioso e benigno», perché benignamente pregò; il che laggiú non suole avvenire, anzi vi si usa per li ministri della divina giustizia rigidamente comandare: «Che visitando vai per lʼaer perso», cioè oscuro, «Noi, che tignemmo ʼl mondo di sanguigno», quando uccisi fummo; percioché, versandosi il lor sangue, dovunque toccò tinse di color sanguigno; «Se fosse amico», di noi, come egli è nemico, «il Re dellʼuniverso», cioè Iddio, «Noi pregheremmo lui per la tua pace», cioè che pace ti concedesse, «Poi cʼhai pietá del nostro mal perverso», cioè al nostro tormento. «Di quel chʼudire» da noi, «e che parlar ti piace» a noi, «Noi udiremo», parlando tu, «e parleremo a vui», rispondendo a quelle cose delle quali domanderai, «Mentre che ʼl vento», cioè quella bufera, «come fa», al presente, «ne tace», cioè non cʼinfesta.

[Lez. XX]

«Siede la terra». Qui comincia costei a manifestare se medesima, senza essere addomandata; e ciò fa per mostrarsi piú pronta aʼ suoi piaceri. Ma, prima che piú avanti si proceda, è da raccontare chi costei fosse, e perché morta, accioché piú agevolmente si comprenda quello che essa nelle sue seguenti parole dimostrerá. È adunque da sapere che costei fu figliuola di messer Guido vecchio da Polenta, signor di Ravenna e di Cervia; ed essendo stata lunga guerra e dannosa tra lui e i signori Malatesti da Rimino, addivenne che per certi mezzani fu trattata e composta la pace tra loro. La quale accioché piú fermezza avesse, piacque a ciascuna delle parti di volerla fortificare per parentado; e ʼl parentado trattato fu che il detto messer Guido dovesse dare per moglie una sua giovane e bella figliuola, chiamata madonna Francesca, a Gianciotto, figliuolo di messer Malatesta. Ed essendo questo ad alcuno degli amici di messer Guido giá manifesto, disse un di loro a messer Guido:—Guardate come voi fate, percioché, se voi non prendete modo ad alcuna parte, che in questo parentado egli ve ne potrá seguire scandolo. Voi dovete sapere chi è vostra figliuola, e quanto ellʼè dʼaltiero animo: e, se ella vede Gianciotto, avanti che il matrimonio sia perfetto, né voi né altri potrá mai fare che ella il voglia per marito. E perciò, quando vi paia, a me parrebbe di doverne tener questo modo: che qui non venisse Gianciotto ad isposarla, ma venisseci un deʼ frategli, il quale come suo procuratore la sposasse in nome di Gianciotto.—Era Gianciotto uomo di gran sentimento, e speravasi dover lui dopo la morte del padre rimanere signore; per la qual cosa, quantunque sozzo della persona e sciancato fosse, il disiderava messer Guido per genero piú tosto che alcuno deʼ suoi frategli. E, conoscendo quello, che il suo amico gli ragionava, dover poter avvenire, ordinò segretamente che cosí si facesse, come lʼamico suo lʼavea consigliato. Per che, al tempo dato, venne in Ravenna Polo, fratello di Gianciotto, con pieno mandato ad isposare madonna Francesca. Era Polo bello e piacevole uomo e costumato molto; e, andando con altri gentiliuomini per la corte dellʼabitazione di messer Guido, fu da una damigella di lá entro, che il conoscea, dimostrato da un pertugio dʼuna finestra a madonna Francesca, dicendole:—Madonna, quegli è colui che dee esser vostro marito;—e cosí si credea la buona femmina; di che madonna Francesca incontanente in lui pose lʼanimo e lʼamor suo. E fatto poi artificiosamente il contratto delle sponsalizie, e andatane la donna a Rimino, non sʼavvide prima dellʼinganno, che essa vide la mattina seguente al dí delle nozze levare da lato a sé Gianciotto: di che si dee credere che ella, vedendosi ingannata, sdegnasse, né perciò rimovesse dellʼanimo suo lʼamore giá postovi verso Polo. Col quale come ella poi si giugnesse, mai non udii dire, se non quello che lʼautore ne scrive; il che possibile è che cosí fosse. Ma io credo quello essere piú tosto fizione formata sopra quello che era possibile ad essere avvenuto, ché io non credo che lʼautore sapesse che cosí fosse. E perseverando Polo e madonna Francesca in questa dimestichezza, ed essendo Gianciotto andato in alcuna terra vicina per podestá, quasi senza alcun sospetto insieme cominciarono ad usare. Della qual cosa avvedutosi un singulare servidore di Gianciotto, andò a lui, e raccontògli ciò che della bisogna sapea, promettendogli, quando volesse, di fargliele toccare e vedere. Di che Gianciotto fieramente turbato, occultamente tornò a Rimino, e da questo cotale, avendo veduto Polo entrare nella camera da madonna Francesca, fu in quel punto menato allʼuscio della camera, nella quale non potendo entrare, ché serrata era dentro, chiamò di fuora la donna, e dieʼ di petto nellʼuscio. Per che da madonna Francesca e da Polo conosciuto, credendo Polo, per fuggire subitamente per una cateratta, per la quale di quella camera si scendea in unʼaltra, o in tutto o in parte potere ricoprire il fallo suo; si gittò per quella cateratta, dicendo alla donna che gli andasse ad aprire. Ma non avvenne come avvisato avea, percioché, gittandosi giú, sʼappiccò una falda dʼun coretto, il quale egli avea indosso, ad un ferro, il quale ad un legno di quella cateratta era; per che, avendo giá la donna aperto a Gianciotto, credendosi ella, per lo non esservi trovato Polo, scusare, ed entrato Gianciotto dentro, incontanente sʼaccorse Polo esser ritenuto per la falda del coretto, e con uno stacco in mano correndo lá per ucciderlo, e la donna accorgendosene, accioché quello non avvenisse, corse oltre presta, e misesi in mezzo tra Polo e Gianciotto, il quale avea giá alzato il braccio con lo stocco in mano, e tutto si gravava sopra il colpo: avvenne quello che egli non avrebbe voluto, cioè che prima passò lo stocco il petto della donna, che egli aggiugnesse a Polo. Per lo quale accidente turbato Gianciotto, sí come colui che piú che se medesimo amava la donna, ritirato lo stocco da capo, ferí Polo e ucciselo: e cosí amenduni lasciatigli morti, subitamente si partí e tornossi allʼuficio suo. Furono poi li due amanti con molte lacrime, la mattina seguente, seppelliti e in una medesima sepoltura.