Dice adunque la donna, dal luogo della sua origine cominciando:—«Siede», cioè dimora, «la terra», cioè la cittá di Ravenna, antichissima per quello che si crede, e fu colonia deʼ sabini, quantunque i ravignani dicano che essa fosse posta ed edificata daʼ nipoti di Noé; «dove nata fui, Su la marina», del mare Adriano, al quale ella è vicina due miglia, e per alcune dimostrazioni appare che essa giá fosse in sul mare; «dove ʼl Po discende». Nasce il Po nelle montagne che dividono Italia dalla Provenza, e, discendendo giú verso il mare Adriano, per trenta grossi fiumi, che da Appennino e dallʼAlpi discendono, diventa grossissimo fiume, e tra Mantova e Ferrara si divide in due parti, delle quali lʼuna ne va verso Ferrara, e lʼaltra ad una villa di Ferrara chiamata Francolino: e pervenuto a Ferrara, similemente si divide in due parti, delle quali lʼuna ne va verso Ravenna, e diciotto miglia lontano ad essa, in luogo chiamato Primaro, mette in mare. «Per aver pace coʼ seguaci sui», cioè coʼ fiumi che, mettendo in esso, seguitano il corso suo, e, come esso con essi mette in mare, hanno pace, in quanto piú non corrono.

«Amor, chʼal cor gentil»: dimostrato per le predette discrizioni il luogo donde fu, comincia a mostrare la cagione della sua morte; e primieramente dice Polo essersi innamorato di lei; poi sé dice essersi innamorata di lui. E, quantunque questa materia dʼamore venga pienamente a dovere essere trattata nel secondo libro di questo volume, nel canto diciassettesimo; nondimeno, per alcuna piccola dichiarazione alle parole che costei dice, alcuna cosa qui ne scriverò. Piace ad Aristotile esser tre spezie dʼamore, cioè amore onesto, amore dilettevole e amore utile: e quellʼamore, del quale qui si fa menzione, è amor dilettevole. E perciò, lasciando star degli altri due, dico che questo amor per diletto chiamano i poeti Cupido, e dicono che egli fu figliuolo di Marte e di Venere, sí come Tullio nel libro De natura deorum testimonia: e a costui attribuiscono i poeti grandissime forze, sí come per Seneca appare nella tragedia dʼIpolito, nella quale dice:

Et iubet caelo superos relicto
vultibus falsis habitare terras.
Thessali Phoebus pecoris magister
egit armentum, positoque plectro
impari tauros calamo vocavit.
Induit formas quotiens minores,
ipse, qui caelum nebulasque ducit?
Candidas ales modo movit alas,
ecc.

E, oltre a ciò, gli discrivono varie forme, alle quali voler recitare sarebbe troppo lunga la storia. Ma, vegnendo a quello che alla nostra materia appartiene, dico che questo Cupidine, o Amor che noi vogliam dire, è una passion di mente delle cose esteriori, e, per li sensi corporei portata in essa, è poi approvata dalle virtú intrinseche, prestando i corpi superiori attitudine a doverla ricevere. Percioché, secondo che gli astrologi vogliono (e cosí affermava il mio venerabile precettore Andalò), quando egli avviene che, nella nativitá dʼalcuno, Marte si trovi esser nella casa di Venere in Tauro o in Libra, e trovisi esser significatore della nativitá di quel cotale che allora nasce, ha a dimostrare questo cotale, che allora nasce, dovere essere in ogni cosa venereo. E di questo dice Alí nel comento del Quadripartito che, qualunque ora nella nativitá dʼalcuno Venere insieme con Marte participa, avere questa cotale participazione a concedere a colui che nasce una disposizione atta aglʼinnamoramenti e alle fornicazioni. La quale attitudine ha ad adoperare che, cosí tosto come questo cotal vede alcuna femmina, la quale daʼ sensi esteriori sia commendata, incontanente quello, che di questa femmina piace, è portato alle virtú sensitive interiori, e questo primieramente diviene alla fantasia, e da questa è mandato alla virtú cogitativa, e da quella alla memorativa; e poi da queste virtú sensitive è trasportato a quella spezie di virtú, la quale è piú nobile intra le virtú apprensive, cioè allʼintelletto possibile; percioché questo è il ricettacolo delle spezie, sí come Aristotile scrive in libro De anima. Quivi, cioè in questo intelletto possibile, cognosciuto e inteso quello che, come di sopra è detto, portato vʼè, se egli avviene che per volontá di colui, nel quale è questa passione (conciosiaché in essa volontá sia libertá di ritenere dentro questa cosa piaciuta e di mandarla fuori), questa cotal cosa piaciuta sia ritenuta dentro, allora è fermata nella memoria la passione di questa cosa piaciuta, la quale noi chiamiamo Amore ovvero Cupido. E pone questa passione la sedia sua e la sua stanza ferma nellʼappetito sensitivo, e quivi in varie cose adoperanti divien sí grande, e fassi sí potente, che egli fatica gravemente il paziente e a far cose, che laudevoli non sono, spesse volte il costrigne: e alcuna volta, essendo meno approvata questa cotal cosa piaciuta, leggiermente si risolve e torna in niente. E cosí non è da Marte e da Venere generata questa passione come alcuni stimano; ma, secondo che di sopra è detto, sono alcuni uomini prodotti atti a ricevere questa passione secondo le disposizioni del corpo: la quale attitudine se non fosse, questa passione non si genererebbe.

Appare adunque che questo Polo era atto nato ad amare; e però, come vide colei, la quale esso, secondo lʼordine detto di sopra, approvò, e dentro ritenne lʼapprobazione, subitamente fu da amor passionato e preso. E deʼsi qui intendere quel che dice «al cor gentil», cioè flessibile, sí come quello che era nato atto a ricevere quella passione: «ratto sʼapprende», cioè prestamente vʼè dentro ricevuta e ritenuta: «Prese costui», cioè Polo, il quale quivi mostra essere in compagnia di lei; e dice che il prese «Della bella persona», la quale io ebbi vivendo «Che mi fu tolta», quando uccisa fui: «e ʼl modo», nel quale mi fu tolta, «ancor mʼoffende», cioè mi tormenta.

[Lez. XXI]

«Amor, chʼa nullʼamato amar perdona». Questo, salva sempre la reverenza dellʼautore, non avviene di questa spezie dʼamore, ma avvien bene dellʼamore onesto, come lʼautore medesimo mostra nel seguente libro nel canto ventiduesimo, dicendo:

amore

acceso da virtú, sempre altro accese,
pur che la fiamma sua paresse fuore.