Ma puossi qui dire, questo talvolta avvenire, [conciosiacosaché rade volte soglia lʼuomo molto strettamente legarsi dellʼamore di cosa, chʼè a lui in tutto o in piú cose di natura conforme; il che quando avviene, può quel seguitare che lʼautore dice,] conciosiacosaché naturalmente ogni simile appetisca suo simile: e però, come la cosa amata sentirá i costumi e le maniere dellʼamante conformi alle sue, incontanente si dichinerá a doverlo cosí amare, come ella è amata da lui; cosí non perdonerá lʼamore allʼamato, cioè chʼegli non faccia che questo amato ami chi ama lui. «Mi prese del costui piacer», cioè del piacere di costui, o del piacere a costui: in che generalmente si sforza ciascun che ama di piacere alla cosa amata: «sí forte», cioè con tanta forza, «Che, come vedi, ancor non mʼabbandona». Vuol dire: vedendomi, come tu fai, andar continovo con lui, puoi comprendere che io lʼamo, come io lʼamai mentre vivevamo. [Ma] in questo lʼautor séguita lʼopinion di Virgilio, il qual mostra nel sesto dellʼEneida, Sicheo perseverare nellʼamor di Didone, dove dice:
Tandem corripuit sese, atque inimica refugit
in nemus umbriferum, coniux ubi pristinus illi
respondet curis aequatque Sichaeus amorem, ecc.
[Secondo la cattolica veritá, questo non si dee credere, percioché la divina giustizia non permette che in alcuna guisa alcun dannato abbia o possa avere cosa che al suo desiderio si conformi, o gli porga consolazione o piacere alcuno: alla quale assai manifestamente sarebbe contro, se questa donna, come vuol mostrare nelle sue parole, a se medesima compiacesse dello stare in compagnia del suo amante.] «Amor condusse noi ad una morte»: cioè ad essere uccisi insieme e in un punto. «Caina attende»: Caina è una parte del nono cerchio del presente libro, cosí chiamata da Caino figliuolo dʼAdamo, il quale peroché uccise il fratello carnale, mostra di sentire lʼautore che egli sia in quel cerchio dannato: e, percioché egli fu il primo che cotal peccato commise, dinomina lʼautore quel cerchio da lui; e in quel si puniscono tutti coloro che i fratelli o congiunti uccidono. E perciò dice questa donna che quel cerchio aspetta Gianciotto, il quale uccise lei, sua moglie, e Polo, suo fratello: «chi», cioè colui, «in vita ci spense»,—cioè uccise; percioché morte non è altro che un privare, il qual si può dire «spegner di vita».
«Queste parole», di sopra dette, «da lor ci fûr pòrte», cioè da madonna Francesca, parlante per sé e per Polo.
«Da chʼio intesi questʼanime offense», sí dalla morte ricevuta e sí dal presente tormento, «Chinai ʼl viso», come colui fa, il quale ha udita cosa che gli grava, «e tanto il tenni basso, Fin che ʼl poeta mi disse:—Che pense?»—quasi volesse dire: Eʼ si vuole attendere ad altro.—
«Quando risposi», alla domanda di Virgilio, «cominciai», a dire:—«O lasso! Quanti dolci sospir»: dolci sospiri paiono esser quegli che da speranza certa muovono di dovere ottenere la cosa che sʼama: «quanto disio», quasi dica molto, «Menò costoro», Francesca e Polo, «al doloroso passo!»—della morte.
«Poi mi rivolsi a loro, e parlaʼ io, E cominciai:—Francesca, i tuoi martíri», neʼ quali io ti veggio, «A lacrimar mi fanno tristo e pio», cioè dolente e pietoso. «Ma dimmi: al tempo deʼ dolci sospiri», cioè quando tu ancora sospiravi, amando e sperando, «A che» segno, «e come», cioè in qual guisa, «concedette Amore», il quale suol rendere gli amanti temorosi e non lasciar loro, per téma di non dispiacere, aprire il disiderio loro, «Che conosceste», cioè tu di Polo, e Polo di te, «i dubbiosi disiri?»—Chiámagli «dubbiosi» i disidèri degli amanti, percioché, quantunque per molti atti appaia che lʼuno ami lʼaltro e lʼaltro lʼuno, tuttavia suspicano non sia cosí come a lor pare, insino a tanto che del tutto discoperti e conosciuti sono.
«Ed ella a me:—Nessun maggior dolore Che ricordarsi del tempo felice»: chiama «felice» il tempo il quale aveva nella presente vita, per rispetto a quello che ha nella dannazione perpetua, la qual chiama «miseria», dicendo: «Nella miseria»; e veramente grandissimo dolore è: e questo assai chiaro testimonia Boezio, in libro De consolatione, dicendo: «Summum infortunii genus est, fuisse felicem»; «e ciò sa ʼl tuo dottore», cioè Virgilio, il quale, e nel principio della narrazion fatta da Enea deʼ casi troiani a Didone e ancora nel dolore di Didone nella partita dʼEnea, assai chiaramente il dimostra. «Ma, se a conoscer la prima radice», la qual prima radice del costoro amore ha lʼautore mostrata di sopra quando dice: «Amar, chʼal cor gentil», ecc., dove qui, secondo la sua domanda, cioè dellʼautore, madonna Francesca gli dimostra come al frutto, il quale di quella radice si disidera e sʼaspetta, essi pervenissero; e cosí vorrá qui lʼautore che il principio sʼintenda per la fine: «Del nostro amor tu hai cotanto affetto», cioè tanto disiderio, «Farò come colei che piange e dice. Noi», cioè Polo ed io, «leggevamo un giorno per diletto Di Lancellotto», del quale molte belle e laudevoli cose raccontano i romanzi franceschi; cose, per quel chʼio creda, piú composte a beneplacito che secondo la veritá: e leggevamo «come amor lo strinse»; percioché neʼ detti romanzi si scrive Lancellotto essere stato ferventissimamente innamorato della reina Ginevra, moglie del re Artú. «Soli eravamo e senza alcun sospetto». Scrive lʼautore tre cose, ciascuna per se medesima potente ad inducere a disonestamente adoperare un uomo e una femmina che insieme sieno: cioè leggere gli amori dʼalcuni, lʼesser soli e lʼesser senza sospetto dʼalcuno impedimento. «Per piú fiate gli occhi ci sospinse», a riguardar lʼun lʼaltro, «Quella lettura e scolorocci ʼl viso»: cioè fececi tal volta venir palidi e tal rossi, come a quegli suole avvenire, che, da alcuna cagion mossi, disiderano di dire alcuna cosa, e poi temono e cosí impalidiscono, o si vergognano e cosí arrossiscono. «Ma solo un punto fu quel che mi vinse», a dover pur mandar fuori il disiderio mio; e questo fu «Quando leggemmo il disiato riso», cioè la disiderata letizia, la qual fu alla reina Ginevra, «Esser baciata da cotanto amante», quanto era Lancellotto, reputato in queʼ tempi il miglior cavalier del mondo. «Questi», cioè Polo, «che mai da me non fia diviso, La bocca mi baciò tutto tremante». Ottimamente discrive lʼatto di quegli, li quali con alcun sentimento ferventemente amano, che, quantunque offerito sia loro quello che essi appetiscono (come qui si comprende che madonna Francesca offeresse a Polo), non senza tremore la prima volta il prendono.
«Galeotto fu il libro, e chi lo scrisse». Scrivesi neʼ predetti romanzi che un prencipe Galeotto, il quale dicono che fu di spezie di gigante, sí era grande e grosso, sentí primo che alcuno altro lʼocculto amore di Lancellotto e della reina Ginevra: il quale non essendo piú avanti proceduto che per soli riguardi, ad istanza di Lancellotto, il quale egli amava maravigliosamente, tratta un dí in una sala a ragionamento seco la reina Ginevra, e a quello chiamato Lancellotto, ad aprire questo amore con alcuno effetto fu il mezzano: e, quasi occupando con la persona il poter questi due esser veduti da alcuno altro della sala che da lui, fece che essi si baciarono insieme. E cosí vuol questa donna dire che quello libro, il quale leggevano Polo ed ella, quello uficio adoperasse tra lor due, che adoperò Galeotto tra Lancellotto e la reina Ginevra: e quel medesimo dice essere stato colui che lo scrisse; percioché, se scritto non lʼavesse, non ne potrebbe esser seguito quello che ne seguí. «Quel giorno piú non vi leggemmo avante»:—assai acconciamente mostra di volere che, senza dirlo essa, i lettor comprendano quello che dellʼessere stata basciata da Polo seguitasse.
«Mentre che lʼuno». Qui comincia la sesta e ultima particula del presente canto, nella quale lʼautore discrive quello che di quel ragionare gli seguisse, e dice: «Mentre che lʼuno spirto», cioè madonna Francesca, «questo disse», che di sopra è detto, «Lʼaltro piangeva», cioè Polo, «sí», cioè in tal maniera, «che di pietade», per compassione, «Io venni meno», cioè mancaronmi le forze, «sí comʼio morisse, E caddi come corpo morto cade». Suole alcuna volta avere tanta forza la compassione, che pare chʼella faccia cosí altrui struggere il cuore, come si strugge la neve al fuoco; di che avviene che le forze sensibili si dileguano, e lʼanimali rifuggono nelle piú intrinseche parti del cuore, quasi abbandonato: e cosí il corpo, destituto dal suo sostegno, impalidito cade. E questa compassione, come altra volta di sopra è detto, non ha tanto lʼautore per gli spiriti uditi, quanto per se medesimo, il quale, dalla coscienza rimorso, conosce sé in quella dannazion dovere cadere, se di quello, che giá in tal colpa ha commesso, non sodisfa con contrizione e penitenza a Colui, il quale egli ha, peccando, offeso, cioè a Dio.