II

Senso allegorico

«Cosí discesi del cerchio primaio», ecc. Mostrato che la ragione ha il supplicio, il quale sostengono coloro, li quali senza essere stati per lo lavacro del battesimo mondati dal peccato originale; procedendo piú avanti con la meditazione, discende a dimostrargli la qualitá delle colpe piú gravi, e quali sieno i tormenti, alli quali per la divina giustizia dannati sieno coloro li quali in esse colpe morirono. E fa due cose nel presente canto: primieramente in persona di Minos gli dimostra la rigida e severa giustizia di Dio; appresso gli mostra in questo cerchio secondo esser dannati queʼ peccatori, li quali, oltre alla ragione, oltre ad ogni legge o buon costume, seguirono il concupiscibile appetito nel vizio della lussuria, nominando di questi cotali alquanti, accioché piú pienamente si comprenda la sua intenzione.

Dico adunque che primieramente la ragione ne dimostra qui, in persona di Minos, la severitá della divina giustizia. Intorno alla qual dimostrazione son da considerare due cose: la prima, perché piú in questa parte, che piú su o piú giú, questa divina giustizia ne sia dimostrata; la seconda, perché piú in persona di Minos che dʼun altro.

Dico che, perché la divina giustizia ne sia piú qui che in alcuna altra parte dimostrata, può essere la ragion questa: è la giustizia virtú, la quale, secondo i meriti, retribuisce a ciascheduno; e, quantunque questa virtú strettamente usi il suo uficio intorno agli atti degli uomini, nondimeno sono alcune cose operate per gli uomini, delle quali ella del tutto è schifa dʼintramettersi, estimando ottimamente fare il suo uficio quando quelle cotali cose pospone; in quanto non le pare quelle cotali cose, o meritorie o non meritorie che sieno, essere state causate da alcuna ordinata volontá, o da iniquitá di malizia, o ancora da alcuna incontenenza, se non come sono le opere degli animali, neʼ quali non è alcuna ragione. E queste cotali operazioni son quelle deʼ furiosi e deʼ mentacatti e deʼ fanciulli e deglʼignoranti; percioché in quelle cose, le quali questi cotali fanno, non è potuta cadere alcuna debita elezione, come detto è: e, dove elezione e volontá esser non può intorno allʼadoperare, non pare che caggia né esaminazione né giudicio della giustizia. E di sopra a questo luogo, se ben si riguarda, non sono puniti alcuni altri, se non questi cotali, cioè mentacatti o furiosi o fanciulli o ignoranti, come è dimostrato; intorno aʼ quali se la giustizia non sʼinterpone, era di soperchio e mal conveniente averla tra loro, o di sopra a loro, dimostrata, percioché, quanto a quegli, ella sarebbe stata oziosa; il che la virtú non patisce. Ad averla piú giú che questo luogo dimostrata, eʼ ne seguivano altri inconvenienti. Primieramente pare che avessero potuto deʼ peccatori, che alle piú profonde parti dello ʼnferno doveano discendere, sí come incerti di sé, rimanersi nelle parti dellʼinferno che state fossero superiori al luogo dove stata fosse posta la giustizia, e cosí non sarebbono stati secondo le colpe commesse puniti; e, oltre a ciò, se vogliam dire essa medesima giustizia, la quale gli fa pronti a trapassare la riviera dʼAcheronte, similmente gli farebbe pronti a discendere infino lá dove ella fosse, ne seguirebbe che quegli, che non son degni di scendere tanto giú quanto ella fosse, vi scenderebbero alla esaminazione e al giudicio, e cosí sentirebbono di quelle pene che essi non hanno meritate: il che è contro agli effetti della giustizia. E però ottimamente in questa parte la discrive lʼautore, nella quale niuna cosa deʼ superiori sʼimpaccia; né hanno, quelli che neʼ cerchi piú alti esser debbono, a discender giuso; né può alcuno stare in forse di sé; né ancora, sedendo ella in su questa entrata, può trapassare alcuno o fuggirle degli occhi, che non gli convenga venire alla sua esaminazione.

È nondimeno da intendere la giustizia di Dio essere in ogni parte, e per tutto distribuire secondo che ciascuno ha meritato, né bisognarle fare alcuna esaminazione o inquisizione deʼ nostri meriti o delle nostre colpe, come alla giustizia deʼ mortali bisogna; percioché, nel cospetto della giustizia di Dio, non solamente tutte le nostre opere sono presenti e conosciute da lei, ma ella ancora vede e conosce e discerne tutti i pensieri nostri, e da che cagion nascono, né gli si possono per alcuna industria o sagacitá occultare: ma conviensi aʼ nostri ingegni per alcuna sensata forma dimostrare gli spirituali effetti della divinitá e di qualunque altra spiritual cosa.

Resta a vedere perché piú in persona di Minos che dʼalcun altro ministro infernale ne sia dimostrata questa giustizia; [e con questo è da vedere quello che lʼautore abbia voluto sentire in ciò che egli fa a questo Minos, col ravvolgimento della coda dimostrare i suoi giudíci. E avanti allʼaltre cose, pare,] richeggionsi neʼ ministri della giustizia, e massimamente in questo luogo, cose assai, ma singularmente tre, cioè prudenza, costanza e severitá. Conviene essere prudente al ministro della giustizia, accioché egli per la prudenza cognosca le qualitá delle persone, nelle quali ha a vedere quello che di ragion si convenga; percioché altrimenti è da punire un uomo di minore condizione che abbia offeso un principe, che un principe che abbia offeso un uomo di minor condizione. Conviensi che egli conosca la qualitá deʼ tempi; percioché altrimenti è da punire un uomo che muova o susciti un romore neʼ tempi della guerra, quando gli stati delle cittá stanno sospesi, che uno che quel medesimo commetta quando le cittá sono in pace e in tranquillitá. Conviensi che egli conosca la qualitá deʼ luoghi; percioché altrimenti pecca chi fa un eccesso in un tempio o in una piazza comune, che chi fa quel medesimo in alcuna parte rimota e non molto frequentata dallʼusanza degli uomini. Conviensi, per la prudenza, che egli sappia discernere i movimenti di quegli che peccano, di quegli che testificano, di quegli che accusano, e tutte simili cose; e, dove queste cose non sapesse distinguere quel cotale che a ciò posto fosse, non potrebbe essere idoneo esecutore della giustizia. Conviengli, oltre a questo, esser costante, accioché da quello, che conosciuto avrá convenirsi fare, nol rimuova alcuna affezione, non priego, non amore, non odio, non prezzo, non lusinga o cose simili a queste; percioché, dove da alcuna o da piú di queste mosso fosse, mai giudicare non poría giustamente, e per conseguente non sarebbe atto ministro della giustizia. Conviengli, oltre alle dette cose, esser severo, e massimamente lá dove è tolto luogo alla gratificazione. Puossi infraʼ processi, che usano nelle cose giudiciali i ministri della giustizia, per diversi ma onesti accidenti, piú allʼuna parte che allʼaltra esser grazioso; la qual cosa nelle cose e neʼ tempi debiti non è vizio, ma è segno dʼequitá dʼanimo nel giudicante; fuori deʼ tempi debiti, conviene nelle esecuzioni al giudice esser severo in servare strettamente lʼordine della ragione, e di quello per cagione alcuna non uscire; e massimamente neʼ giudici di Dio, il quale insino allo estremo punto della nostra vita con le braccia aperte della sua misericordia nʼaspetta, tempo prestandoci alla gratificazione, se prender la vogliamo: ma, poi che a quella non ci siamo voluti volgere, e, quasi a vile avendo la sua benignitá, ci siamo lasciati morire, essendo la sua sentenza passata «in rem iudicatam», con ogni severitá dee qui il ministro della sua giustizia quella mandare ad esecuzione. Le quali tre cose essere pienamente state in Minos si possono conoscere neʼ processi delle sue operazioni, e ancora nella oppenione avuta di lui da coloro li quali qual fosse la sua vita conobbero. Che egli fosse prudente, si può comprendere in ciò, che egli compose le leggi aʼ popoli suoi, e quegli, che usi erano di vivere scapestratamente, ridusse per sua industria a vivere sotto il giogo della giustizia. Che egli fosse constante in non muoversi per alcuna affezione da quello che la giustizia volesse, appare nella vittoria di Teseo, avuta del Minotauro, al quale, quantunque nemico fosse, pienamente servò ciò che giusto uomo dovesse servare, cioè di liberar lui e la sua cittá della servitudine, sí come promesso avea. Oltre a ciò, apparve la sua severitá in Scilla, figliuola di Niso, re deʼ megarensi, la quale, da disonesta concupiscenza mossa, per venire nelle braccia sue, tradí il padre, e fecel signor di Megara e a lui se nʼandò; per la qual cosa, quantunque ella fosse nobile femmina e giovane e bella, e avesselo fatto signore di Megara, da niuna di queste cose mosso, lei, sí come ucciditrice del padre, fece gittare in mare, in quella forma che si gettano i patricidi. E cosí li suoi comandamenti, come detto è, avendo in leggi ridotti, quegli con tanta costanza e con tanta severitá servò, che non solamente i suoi sudditi tenea contenti e in pace, ma egli riempiè tutta Grecia della fama della sua giustizia; per la qual cosa, dopo la sua morte, estimarono gli uomini, neʼ loro errori, lui essere appo lʼanime dʼinferno eletto a quel medesimo ufficio esercitare tra loro che in questa vita traʼ suoi esercitava, sí come nella esposizione letterale si dimostrò.

Adunque assai convenientemente pare essere per la persona di Minos in questo luogo figurata la divina giustizia. [Ma che questa divina giustizia dimostri per lo ravvolgimento della coda di Minos, intorno allʼesecuzione deʼ suoi giudíci, è da vedere. Certa cosa è la coda essere lʼultimo membro e lʼultima parte del corpo di qualunque animale, al quale la natura lʼha conceduta; e, quantunque ella serva a piú cose gli animali che lʼhanno, alla presente materia non intende lʼautore altro, secondo il mio giudicio, se non la strema e ultima parte della vita nostra, secondo la qualitá della quale si forma il giudicio della divina giustizia: percioché, quantunque lʼuomo sia scelleratamente vivuto, se egli nello estremo della sua vita, pentendosi delle malfatte cose, e con buona compunzione e con puro cuore, si rivolge alla misericordia di Dio, senza alcun dubbio è ricevuto da essa e giudicato degno di salvazione. Il che in molti esempli nʼè dimostrato per la divina Scrittura, e massimamente in quello ladrone, il quale col nostro signore Iesu Cristo fu crocifisso; il quale avendo tutti i dí suoi menati male, e come peccatore riconosciuto poco avanti allʼora della sua morte, con contrito cuore, non dicendo altro che:—«Miserere mei, Domine, cum veneris in regnum tuum»,—il fece la misericordia di Dio degno dʼudire dalla bocca di Cristo:—«Amen dico tibi, hodie mecum eris in Paradiso»:—né è dubbio alcuno che a queste parole non seguisse lʼeffetto; e cosí solamente allʼultima parte della vita, cioè alla sua qualitá, fu dalla giustizia divina guardato. E cosí in contrario, essendo Giuda Scariotto stato deʼ discepoli di Cristo, e usato con lui, e avendo la sua dottrina udita, quantunque male poi adoperato avesse vendendolo, nondimeno disperatosi della misericordia di Dio, e col capestro messosi a finir la vita, col fine suo di se medesimo dettò la sentenza alla divina giustizia, per la quale fu al profondo dello ʼnferno a perpetue pene dannato. Ciascheduno adunque con le colpe piú gravi, con le quali eʼ muore, del luogo il quale eʼ dee in inferno avere, è dimostratore.]