E disse cosí:—«O tu, che seʼ per questo inferno tratto»,—cioè menato, «Mi disse,—riconoscimi, se sai»; quasi volesse dire:—Guatami, e vedi se tu mi riconosci, percioché tu mi dovresti riconoscere;—e la ragione è questa, che—«Tu fosti prima fatto», cioè creato e nato, «chʼio disfatto»,—cioè che io morissi, percioché, nella morte, questa composizione, che noi chiamiamo «uomo», si disfá per lo partimento dellʼanima; e cosí né ella che se ne va, né ʼl corpo che rimane, è piú uomo. E veramente nacque lʼautore molti anni avanti che costui morisse, e fu suo dimestico, quantunque di costumi fossono strani.
«Ed io a lei», cioè a quella anima:—«Lʼangoscia, che tu hai», dal tormento nel quale tu seʼ, «Forse» è la cagione la quale «ti tira fuor della mia mente», cioè del mio ricordo; e tiratane fuor «Sí, che non par chʼio ti vedessi mai. Ma», poiché io non me ne ricordo, «dimmi chi tu seʼ, che ʼn sí dolente Luogo seʼ messo», come questo è, «e a sí fatta pena», come è questa, la quale è tale, «Che sʼaltra è maggia», cioè maggiore, «nulla è sí spiacente».—
«Ed egli a me», rispuose cosí:—«La tua cittá», cioè Firenze, della qual tu seʼ, «chʼè piena Dʼinvidia», ed énne piena «sí, che giá trabocca il sacco»; quasi voglia dire: ella nʼè sí piena, che ella non la può dentro a sé tenere, per la gran quantitá conviene che si versi di fuori, cioè si pervenga agli effetti, li quali dalla invidia procedono. E questo dice costui, percioché, tra lʼaltre invidie che in Firenze erano, ve nʼera una, la quale gittò molto danno alla cittá, e massimamente a quella parte alla quale era portata; e questa era la ʼnvidia, la quale portava la famiglia deʼ Donati alla famiglia deʼ Cerchi; percioché dove i Donati erano delle sustanze temporali anzi disagiati gentiliuomini che no, vedendosi tutto dí davanti, sí come vicini in cittá e in contado, la famiglia deʼ Cerchi, li quali in quei tempi erano mercatanti grandissimi, e tutti ricchi e morbidi e vezzosi, e, oltre a ciò, nel reggimento della cittá e nello stato potentissimi, avevano e alle ricchezze e allo stato loro invidia; e aveanne tanta che, comʼè detto, non potendola dentro piú tenere, non molto poi con dolorosi effetti la versaron fuori. «Seco mi tenne», sí come cittadino, «in la vita serena», cioè in questa vita mortale, la quale chiama «serena», cioè chiara, per rispetto a quella nella quale dannato dimorava.
[Lez. XXIV]
«Voi cittadini», di Firenze, «mi chiamaste Ciacco». Fu costui uomo non del tutto di corte; ma, percioché poco avea da spendere, ed erasi, come egli stesso dice, dato del tutto al vizio della gola, [era morditore di parole, e] le sue usanze erano sempre coʼ gentiliuomini e ricchi, e massimamente con quegli che splendidamente e delicatamente mangiavano e beveano, daʼ quali se chiamato era a mangiare, vʼandava, e similmente se invitato non era, esso medesimo sʼinvitava. Ed era per questo vizio notissimo uomo a tutti i fiorentini; senza che, fuor di questo, egli era costumato uomo, secondo la sua condizione, ed eloquente e affabile e di buon sentimento; per le quali cose era assai volentieri da qualunque gentileuomo ricevuto. «Per la dannosa colpa della gola, Come tu vedi, alla pioggia mi fiacco»; cioè in questo tormento mi rompo. Pioveva quivi, come di sopra è detto, grandine grossa, la quale, agramente percotendogli, tutti gli rompea; e dice che ciò gli avvenia «per la dannosa colpa della gola», nelle quali parole manifesta qual vizio in questo terzo cerchio dellʼinferno sia punito, che ancora per infino a qui apparito non era, chiamando il vizio della gola «dannosa colpa»: e questo non senza cagione, percioché dannosissimo vizio è, sí come piú distesamente si mostrerá appresso nella esposizione allegorica.
«Ed io anima trista»; e veramente è trista lʼanima di chi a sí fatta perdizion viene, «non son sola»; quasi voglia dire, non vorreʼ che tu credessi che io solo fossi nel mondo stato ghiotto, perciò «Che tutte queste», le quali tu vedi in questo luogo dintorno a me, «a simil pena stanno», che fo io, e «Per simil colpa»—cioè per lo vizio della gola: «e», detto questo, «piú non feʼ parola».
«Io gli risposi», cioè gli dissi:—«Ciacco, il tuo affanno», il quale tu sostieni per la dannosa colpa della gola, «Mi pesa sí», cioè tanto, «chʼa lagrimar mʼinvita»: e mostra qui lʼautore dʼaver compassione di lui, accioché egli sel faccia benivolo a dovergli rispondere di ciò che intende di domandare. E nondimeno, quantunque dica «a lacrimar mʼinvita», non dice perciò che lacrimasse; volendo, per questo, mostrarne lui non essere stato di questo vizio maculato, ma pure alcuna volta essere stato da lui per appetito incitato, e perciò non pena, ma alcuna compassione in rimorsione del suo non pieno peccato ne dimostra. E però segue: «Ma dimmi, se tu sai, a che», fine, «verranno i cittadin», cioè i fiorentini, «della cittá partita»; peroché in queʼ tempi Firenze era tutta divisa in due sètte, delle quali lʼuna si chiamavano Bianchi e lʼaltra Neri; ed era caporale della setta deʼ Bianchi messer Vieri deʼ Cerchi, e di quella deʼ Neri messer Corso Donati; ed era questa maladizione venuta da Pistoia, dove nata era in una medesima famiglia chiamata Cancellieri: e dimmi «Sʼalcun vʼè giusto», nella cittá partita, il quale riguardi al ben comune e non alla singularitá dʼalcuna setta; «e dimmi la cagione, Perché lʼha tanta discordia assalita».—Domandalo adunque lʼautore di tre cose, alle quali Ciacco secondo lʼordine della domanda successivamente risponde.
«Ed egli a me» (supple) rispose alla prima:—«Dopo lunga tencione», cioè dopo lunga riotta di parole, «Verranno al sangue», cioè fedirannosi e ucciderannosi insieme.
Il che poco appresso addivenne: percioché, andando per la terra alcuni delle dette sètte, tutti andavano bene accompagnati e a riguardo, e cosí avvenne che, la sera di calendimaggio milletrecento, faccendosi in su la piazza di Santa Trinitá un gran ballo di donne, che giovani dellʼuna setta e dellʼaltra a cavallo e bene in concio sopravvennero a questo ballo; e quivi primieramente cominciarono lʼuna parte a sospignere lʼaltra, e da questo vennero a sconce parole, e ultimamente, cominciatavisi una gran zuffa tra loro e lor seguaci e, dalle mani venuti aʼ ferri, molti vi furono fediti, e tra gli altri fu fedito Ricovero di messer Ricovero dei Cerchi, e fugli tagliato il naso, di che tutta la cittá fu sommossa ad arme. E non finí in questo il malvagio cominciamento, percioché in questo medesimo anno in simili riscontri pervenuti, sanguinosamente si combatterono le dette sètte.
«E la parte selvaggia», cioè la Bianca, la quale chiama «selvaggia», percioché messer Vieri deʼ Cerchi, il quale era, come detto è, capo della parte Bianca, eʼ suoi consorti, erano tutti ricchi e agiati uomini, e per questo erano non solamente superbi e alti eri, ma egli erano salvatichetti intorno aʼ costumi cittadineschi, percioché non erano accostanti allʼusanze degli uomini, né gli careggiavano, come per avventura faceva la parte avversa, la quale era piú povera: «Caccerá lʼaltra» parte. Né si vuole intendere qui che di Firenze cacciasse la parte Bianca la Nera, come che alcuni ne fosser mandati dal Comune in esilio, perché non avean di che pagare le condannagioni dagli uficiali del Comune fatte per li loro eccessi; ma intende lʼautor qui che la parte selvaggia, cioè Bianca, caccerá la parte Nera del reggimento dello stato del Comune, come essi fecero; e ciò avvenne, «con molta offensione», in quanto, oltre agli altri mali e oppressioni ricevute daʼ Neri, furono le condannagioni pecuniarie grandissime, tanto piú gravi aʼ Neri che aʼ Bianchi, quanto aveano meno da pagare, perché poveri erano per rispetto deʼ Bianchi.