«Poi appresso», cioè dopo tutto questo, «convien che questa», parte selvaggia, «caggia», dello stato e della maggioranza: e questo avverrá, «Infra tre soli», cioè infra lo spazio di tre anni; percioché il sole circuisce tutto il zodiaco in trecentosessantacinque dí e un quarto, li quali noi chiamiamo «uno anno»: e questo medesimo spazio di tempo alcuna volta si chiama «un sole», cioè il circuito intero dʼun sole. E dice «infra tre soli», percioché non si compiè il terzo circuito del sole, che quello addivenne che egli qui vuol mostrare di profetezzare, il che appare esser vero; percioché, vedendosi i Neri opprimer dalla parte Bianca, nʼandò messer Corso Donati in corte di Roma a papa Bonifazio ottavo, e con piú altri suoi aderenti pregarono il papa gli piacesse di muovere alcuno deʼ reali di Francia, il quale venisse a Firenze a doverla racconciare, poiché per messer Matteo dʼAcquasparta cardinale e legato di papa non sʼera potuta racconciare, non volendo i Bianchi ubbidire al detto legato. Per li prieghi deʼ quali, non avendo il papa potuto pacificare messer Vieri con messer Corso, per la superbia di messer Vieri; il papa mandò in Francia al re Filippo, il quale ad istanza del detto papa mandò di qua messer Carlo di Valois, suo fratello, il quale sotto nome di paciaro il papa mandò a Firenze: e furono tali lʼopere sue, che, aʼ dí 4 dʼaprile 1302, tutti i caporali di parte Bianca richiesti da messer Carlo per un trattato il quale dovean tenere, contro al detto messer Carlo non comparirono, anzi si partiron di Firenze: di che poi come ribelli condennati furono da messer Carlo; e cosí il reggimento della cittá rimase tutto nella parte Nera. Appare dunque, come Ciacco pronostica, la parte selvaggia infra tre soli esser caduta e lʼaltra sormontata. [Nondimeno chi questa istoria vuole pienamente sapere, legga la Cronica di Giovanni Villani, percioché in essa distesamente si pone.]
Séguita poi: «e che lʼaltra sormonti», cioè la parte Nera, la quale sormontò, come mostrato è di sopra, «Per la forza di tal, che testé piaggia». Dicesi appo i fiorentini colui «piaggiare», il quale mostra di voler quello che egli non vuole, o di che egli non si cura che avvenga: la qual cosa vogliono alcuni in questa discordia deʼ Bianchi e deʼ Neri di Firenze aver fatta papa Bonifazio, cioè dʼaver mostrata igual tenerezza di ciascuna delle parti e, per dovergli porre in pace, avervi mandato il cardinal dʼAcquasparta, e poi messer Carlo di Valois: ma ciò non essere stato vero, percioché lʼanimo tutto gli pendeva alla parte Nera; e questo era per la obbedienza mostrata in queste cose da messer Corso, dove messer Vieri era stato salvatico e duro: e per questo, sí come egli volle e occultamente adoperò, furono da messer Carlo tenuti i modi, li quali egli in queste cose tenne, come di sopra appare: e perciò lʼautore dice essere stata depressa la parte Bianca ed elevata la Nera, con la forza di tale, il quale in quel tempo, cioè nel 1300, piaggiava.
«Alte terrá», nel reggimento e nello stato, «lungo tempo le fronti», il quale «lungo tempo» non è ancora venuto meno, «Tenendo lʼaltra», parte cacciata, «sotto gravi pesi», sí come lo stare fuori di casa sua in esilio, «Come che di ciò» che io predico, «pianga, e che nʼadonti», cioè tu Dante. Il quale, sí come altra volta è stato detto, fu della parte Bianca, e con quella fu cacciato di Firenze, né mai poi vi ritornò, e perciò ne piagnea, cioè se ne dolea, e adontavane, come coloro fanno alli quali pare ricever torto.
«Giusti son due». Qui risponde Ciacco alla seconda domanda fatta dallʼautore dove di sopra disse «sʼalcun vʼè giusto»: e dice che, intra tanta moltitudine, vʼha due che son giusti. Quali questi due si sieno, sarebbe grave lo ʼndovinare; nondimeno sono alcuni li quali, donde che egli sel traggano, che voglion dire essere stato lʼuno lʼautor medesimo, e lʼaltro Guido Cavalcanti, il quale era dʼuna medesima setta con lui. «Ma non vi sono intesi», cioè non è alcun lor consiglio creduto.
«Superbia, invidia ed avarizia sono Le tre faville cʼhanno i cuori accesi».—Qui risponde Ciacco alla terza domanda fatta dallʼautore di sopra, dove dice: «dimmi la cagione, Perché lʼha tanta discordia assalita». E dice che tre vizi sono cagione della discordia: cioè superbia, la quale era grande in messer Vieri e neʼ consorti suoi, per le ricchezze e per lo stato il quale avevano; e per questo essendo male accostevoli aʼ cittadini, e dispiacendone molto, in parte si generò la discordia. Il secondo vizio e cagione della discordia dice essere stata invidia, la quale sente lʼautore essere stata nella parte di messer Corso, il quale a rispetto di messer Vieri era povero cavaliere, ed era grande spenditore; per che veggendo sé povero e messer Vieri ricco, gli portava invidia, come suole avvenire; ché sempre alle cose, le quali piú felici sono stimate, è portata invidia. [E, oltre a ciò, vʼera la preeminenza dello stato, al quale generalmente tutti coloro, che in istato non si vedevano, portavano invidia: dalla quale invidia, stimolante coloro li quali ella ardeva, furono aguzzati glʼingegni e sospinti a trovar delle vie e deʼ modi, per li quali la discordia sʼavanzò, e poi ne seguí quello chʼè mostrato.] Il terzo vizio dice essere lʼavarizia, la quale consiste in tenere piú stretto che non si conviene quello che lʼuom possiede, e in disiderare piú che non bisogna altrui dʼavere; e cosí può essere stata, e nellʼuna parte e nellʼaltra, cagione di discordia: nellʼuna, cioè nella Bianca, della quale erano caporali i Cerchi, li quali erano tutti ricchi, e se per avventura corteseggiato avessero coʼ lor vicini, come non faceano, non sarebbon nate delle riotte che nacquero; e cosí nella parte Nera, se stati fossero contenti a quello che loro era di bisogno, non avrebbon portata invidia aʼ piú ricchi di loro, né disiderata la discordia, per potere per quella pervenire ad occupare quello che loro non era di necessitá; il che poi, rubando e scacciando, mostrarono nella partita deʼ loro avversari. E cosí questi tre vizi sono le tre faville che hanno accesi i cuori a discordia e a male adoperare.
«Qui pose fine», Ciacco, «al lacrimabil suono», cioè ragionamento; e chiamalo «lacrimabile», percioché a molti fu dolorosissimo, e cagione di povertá e di miseria e di pianto, e tra gli altri allʼautor medesimo, il quale cadde dallo stato, nel quale era, in perpetuo esilio. [Muovono alcuni in questa parte un dubbio, e dicon cosí, che, conciosiacosaché singular grazia di Dio sia il prevedere le cose future, e i dannati del tutto la divina grazia aver perduta, non pare che convenientemente qui lʼautore induca lʼanima di Ciacco dannata a dover predire le cose, le quali scrive gli predisse. Alla soluzione del qual dubbio par che si possa cosí rispondere: esser vero alcuna cosa non potersi fare che buona sia, senza la grazia di Dio, la qual veramente i dannati hanno perduta; ma nondimeno concede Domeneddio ad alcune delle sue creature nella loro creazione certe grazie, le quali esso non toglie loro, quantunque queste creature, create da lui buone, poi diventino perverse. Percioché noi possiam manifestamente conoscere che, quantunque gli angeli, li quali per la loro superbia furon cacciati di paradiso, quantunque da lui della beatitudine privati fossero, non furon però privati della scienza, la quale nella loro creazione avea loro conceduta; o vero che questa non fu lor lasciata in alcuno lor bene, anzi in pena e in supplicio, percioché quanto piú sanno, tanto piú conoscono la gloria la quale per loro difetto perduta hanno, e per conseguente maggiore. supplicio sentono. E cosí similemente crea Nostro Signore lʼanime nostre perfette e simiglianti a sé; e, quantunque esse per le loro malvage operazioni perdano il poter salire aʼ beni di vita eterna, non perdono perciò quelle dote che nella lor creazione furono lor concedute da Dio, quantunque in danno di loro siano lor lasciate da Dio. E le dote, le quali noi riceviamo da Dio, sono molte, percioché esso ne dona la ragione, la volontá, il libero arbitrio, e dánne la memoria, lʼeternitá e lo ʼntelletto, e in queste cose ne fa simili a sé: le quali cose, quantunque nella sua ira moiamo, in parte ne rimangono; tra le quali è quella parte della sua divinitá, la quale conceduta nʼha. E se questa rimane aʼ dannati, meritamente delle cose future si possono addomandare, ed essi ne posson rispondere: per che non pare che lʼautore inconvenientemente abbia del futuro addomandata lʼanima dannata. Ma che le predette dote ne sien concedute, pare che si provi per la divina Scrittura, nella quale si legge quasi nel principio del Genesi: «Dixit Deus:—Faciamus hominem ad imaginem et similitudinem nostram».—E se fece egli questo, che il fece, dunque abbiam noi le cose predette.]
[È il vero che queste cose furon concedute allʼanima e non al corpo, percioché il corpo nostro non ha similitudine alcuna con Domeneddio: percioché Domeneddio, come altra volta è detto, non ha né mani né piedi né alcuna altra cosa corporea, quantunque la divina Scrittura questi membri gli attribuisca, accioché i nostri ingegni da dimostrata forma possan comprendere i misteri, che sotto questa forma la Scrittura intende. Furono adunque concedute allʼanima, la quale esso per ciò chiamò «uomo», perché ella è quella cosa per la quale è lʼuomo, mentre ella sta congiunta col corpo. E di questi cosí magnifichi doni, come che tutti gli eserciti lʼanima mentre viviamo, nondimeno alcuni nʼesercita dopo la morte del corpo, come detto è: ma che la divinitá ne sia conceduta, e che ella nelle nostre anime sia, in certe cose appare vivendo noi, quantunque, essendo oppressa da questa gravitá del corpo, rade volte e con difficultá le intervenga il potere sé esser divina mostrare; nondimeno il dimostra talvolta dormendo, il corpo sobrio e ben disposto e soluto dalle cure corporali, sí come Tullio ne dimostra in libro De divinatione, in quanto, quasi alleviata neʼ sogni, ne dimostra le cose future. Qual piú certa dimostrazione avrebbe alcuna viva voce fatta a Simonide poeta, volente dʼuna parte in unʼaltra navicare, che in sua salute gli fece la divinitá della sua anima nel sonno vedere? Aveva il dí davanti Simonide seppellito un corpo, il quale gittato dal mare in su il lito aveva trovato, la cui effigie gli parve, dormendo, vedere, e udire da lui:—Simonide, non salire sopra la nave, su la quale tu ti disponi dʼandare, percioché ella perirá con quegli che su vi fieno in questo viaggio.—Per la qual cosa Simonide sʼastenne; né molti dí passarono, che con certezza gli fu recitato quella nave esser perita. Non fu similemente non una volta, ma due, dimostrato nel sonno ad Astiage che ʼl figliuolo, il quale di Mandane, sua unica figliuola, nascerebbe, il priverebbe dello imperio dʼAsia? parendogli la prima volta che lʼorina della figliuola allagasse tutta Asia, e la seconda che dalla parte genitale della figliuola usciva una vite, i palmiti e le frondi della quale adombravan tutta Asia. E di queste dimostrazioni si potrebbon narrare infinite, le quali per certo, senza divino lume, né potrebbe conoscer lʼanima, né le potrebbe mostrare. Similmente ancora, secondo che dice Tullio nel preallegato libro, mostra lʼanima molto della sua divinitá, quando gravissimamente infermi e debilitati siamo; percioché, quanto piú è il corpo debole, piú pare che sia il vigor dellʼanima, e massimamente in quanto, per lʼessere le forze corporali diminuite, non pare che possano gravar lʼanima, come quando intere sono. E che lʼanima mostri la sua divinitá vicina alla fine della vita del corpo, sʼè assai volte, non dormendo, ma vegghiando veduto: e sí come esso Tullio recita sé da Possidonio, famoso filosofo, avere avuto, che uno chiamato Modio, morendo, aver nominato sei suoi equali amici, li quali disse dovere appresso di sé morire, esprimendo qual primo e qual secondo e qual terzo, e cosí degli altri; e ciò poi essere ordinatamente avvenuto. E un altro chiamato Calano dʼIndia, essendo salito, nella presenza dʼAlessandro, re di Macedonia, per morir volontariamente sopra il rogo, il quale prima avea fatto, e domandandolo Alessandro se egli volesse che esso alcuna cosa facesse, gli rispose:—Io ti vedrò di qui a pochi dí;—e quindi, fatto accendere il rogo, si mori. Non istette guari che Alessandro morí in Babillonia. E, se io ho il vero inteso, percioché in queʼ tempi io non era, io odo che in questa cittá avvenne a molti nellʼanno pestifero del milletrecentoquarantotto che, essendo soprapresi gli uomini dalla peste e vicini alla morte, ne furon piú e piú, li quali deʼ loro amici, chi uno e chi due e chi piú ne chiamò, dicendo:—vienne, tale e tale,—deʼ quali chiamati e nominati, assai, secondo lʼordine tenuto dal chiamatore, sʼeran morti e andatine appresso al chiamatore. Per la qual cosa assai appare nellʼanime nostre essere alcuna divinitá, e quella essere molto noiata da glʼimpedimenti corporali, e nondimeno, come detto è, pur talvolta in alcuno atto mostrarla; e però, se questo avviene essendo esse neʼ corpi legate, che dobbiam noi estimare che esse debbano intorno a questa lor divinitá dover potere adoperare, quando del tutto daʼ corpi libere sono? Eʼ non è dubbio che molto piú la debban poter dimostrare. E perciò non pare inconveniente lʼautore aver domandata lʼanima dannata, come altra volta è stato detto, delle cose future, né essa averne risposto; come coloro, che il dubbio moveano, volevan mostrare.]
[È il vero che il credere che alcuna anima dannata usasse questa sua divinitá in alcuna sua consolazione, credo sarebbe contro alla veritá; ma dobbiam credere che, se per virtú di questa divinitá essa prevede alcuna felicitá dʼalcuno, questo essere ad accrescimento della sua miseria, e cosí il prevedere glʼinfortuni, li quali afflizione e noia gli debbono aggiugnere.]
«Ed io a lui», cioè a Ciacco, dissi:—«Ancor», oltre a ciò che detto mʼhai, «voʼ che mʼinsegni», cioè dimostri, «E che di piú parlar mi facci dono», dicendomi: «Farinata» degli Uberti «e ʼl Tegghiaio», Aldobrandi, «che fûr sí degni» dʼonore, quanto è al giudicio deʼ volgari, li quali sempre secondo lʼapparenza delle cose esteriori giudicano, senza guardare quello onde si muovono o che importino; «Iacopo Rusticucci, Arrigo», Giandonati, «il Mosca», deʼ Lamberti.