«Satán». Sátan e Sátanas sono una medesima cosa, ed è nome del prencipe deʼ demòni, e suona tanto in latino, quanto «avversario» o «contrario» o «trasgressore», percioché egli è avversario della veritá, e nemico delle virtú deʼ santi uomini; e similmente si può vedere lui essere stato trasgressore, in quanto non istette fermo nella veritá nella quale fu creato, ma per superbia trapassò il segno del dover suo.

«Papé Satán». Questa iterazione delle medesime parole ha a dimostrare lʼammirazione esser maggiore.

E seguita: «aleppe». «Alep» è la prima lettera dellʼalfabeto deʼ giudei, la quale egli usano a quello che noi usiamo la prima nostra lettera, cioè «a»; ed è «alep» appo gli ebrei adverbium dolentis; e questo significato dicono avere questa lettera, percioché è la prima voce la quale esprime il fanciullo come è nato, a dimostrazione che egli sia venuto in questa vita, la quale è piena di dolore e di miseria.

Maravigliasi adunque Plutone, sí come di cosa ancora piú non veduta, cioè che alcun vivo uomo vada per lo ʼnferno; e, temendo questo non sia in suo danno, invoca quasi come suo aiutatore il suo maggiore; e, accioché egli il renda piú pronto al suo aiuto, si duole. O vogliam dire, seguendo le poetiche dimostrazioni, Plutone, ricordandosi che Teseo con Piritoo vivi discesero in inferno a rapire Proserpina, reina di quello, e poi, dopo loro, Ercule; e questo essere stato in danno e del luogo e degli uficiali di quello: veggendo lʼautor vivo, né temer deʼ dimòni, ad unʼora si maraviglia e teme, e però admirative, e dolendosi, chiama il prencipe suo.

«Cominciò Pluto», (supple) a dire o a gridare, «con la voce chioccia», cioè non chiara né espedita, come il piú fanno coloro i quali da sùbita maraviglia sono soprappresi. E, oltre a ciò, cominciò Pluto a gridare per ispaventar lʼautore, sí come neʼ cerchi superiori si son sforzati Minos e Cerbero nellʼentrata deʼ detti cerchi, accioché per quel gridare il ritraesse di procedere avanti e dal dare effetto alla sua buona intenzione.

[Ma, innanzi che piú oltre si proceda, è da sapere che, secondo che i poeti dicono, Plutone, il quale i latini chiamano Dispiter, fu figliuolo di Saturno e di Opis, e nacque ad un medesimo parto con Glauco. E, secondo che Lattanzio dice, egli ebbe nome Agelasto; e, secondo dice Eusebio in libro Temporum, il nome suo fu Aidoneo. Fu costui dagli antichi chiamato re dʼinferno, e la sua real cittá dissero essere chiamata Dite, e la sua moglie dissero essere Proserpina. Leon Pilato diceva essere stato un altro Pluto, figliuolo di Iasonio e di Cerere: deʼ quali quantunque qui siano assai succintamente le fizioni descritte, se elle non si dilucidano, non apparirá perché lʼautore qui questo Pluto introduca: ma, percioché piú convenientemente pare che si debbano lá dove lʼaltre allegorie si parranno, quivi le riserberemo, e diffusamente con la grazia di Dio lʼapriremo.]

«E quel savio gentil, che tutto seppe», cioè Virgilio, [il qual veramente quanto allʼarti e scienze mondane appartiene, tutto seppe: percioché, oltre allʼarti liberali, egli seppe filosofia morale e naturale, e seppe medicina; e, oltre a ciò, piú compiutamente che altro uomo aʼ suoi tempi seppe la scienza sacerdotale, la quale allora era in grandissimo prezzo;] «Disse, per confortarmi:—Non ti noccia La sua paura», la quale egli o mostra dʼavere in sé, o vuol mettere in te di sé; e dove della paura di Plutone dica, vuol mostrare lʼautore per ciò esser da Virgilio confortato, peroché generalmente ogni fiero animale si suol muovere a nuocere piú per paura di sé che per odio che abbia della cosa contro alla qual si muove; e deesi qui intender la paura di Plutone esser quella della quale poco avanti è detto: «ché poter chʼegli abbia, Non riterrá lo scender questa roccia»,—cioè questo balzo.

«Poi si rivolse a quella enfiata», superba, «labbia», cioè aspetto, «E disse:—Taci, maledetto lupo»; per ciò il chiama «lupo», accioché sʼintenda per lui il vizio dellʼavarizia, al quale è preposto: il qual vizio meritamente si cognomina «lupo», sí come di sopra nel primo canto fu assai pienamente dimostrato; «Consuma dentro te con la tua rabbia», la quale continuamente, con inestinguibile ardore di piú avere, ti sollecita e infesta. «Non è senza cagion lʼandare», di costui, «al cupo», cioè al profondo inferno, vedendo: «Vuolsi», da Dio chʼegli vada, «nellʼalto», cioè in cielo, «lá dove Michele», arcangelo, «Feʼ la vendetta del superbo strupo»,—cioè del Lucifero, il quale, come nellʼApocalissi si legge, fu da questo angelo cacciato di paradiso, insieme coʼ suoi seguaci. E chiamalo «strupo», quasi violatore col suo superbo pensiero della divina potenza, alla quale mai piú non era stato chi violenza avesse voluto fare: per che pare lui con la sua superbia quello nella deitá aver tentato, che nelle vergini tentano gli strupatori.

«Quali». Qui per una comparazione dimostra lʼautore come la rabbia di Plutone vinta cadesse, dicendo che «Quali dal vento», soperchio, «le gonfiate vele», cioè che come le vele gonfiate dal vento soperchio, «Caggiono avvolte» e avviluppate, «poi che lʼalber fiacca», cioè lʼalbero della nave fiacca per la forza del vento impetuoso, «Tal cadde a terra la fiera crudele», cioè Plutone.

«Cosí scendemmo». Qui comincia la seconda parte della prima di questo canto, nella quale lʼautore dimostra qual pena abbiano i peccatori, li quali in questo quarto cerchio si puniscono, e chi essi sieno; e dice: «Cosí», vinta e abbattuta la rabbia di Plutone, «scendemmo nella quarta lacca», cioè parte dʼinferno, cosí dinominandola per consonare alla precedente e alla seguente rima: «Pigliando piú della dolente ripa», cioè mettendoci piú infra essa che ancora messi ci fossimo; e, accioché di qual ripa dica sʼintenda, segue: «Che ʼl mal», cioè le colpe e i peccati, «dellʼuniverso», di tutto il mondo, «tutto insacca», cioè in sé insaccato riceve.