Ed esclamando segue: «Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa Nuove travaglie?». Vuolsi questa lettera intendere interrogative e con questo ordine: «Ahi giustizia di Dio, Chi stipa», cioè ripone, «tante nuove travaglie e pene», cioè diversi tormenti e noie, «quante io viddi» in questo luogo? «E per che», cioè per le quali, «nostra colpa», cioè il nostro male adoperare peccando, «se ne scipa»? cioè se ne confonde e guasta e attrita, o in noi vivi temendo di quella pena, o neʼ morti dannati che quella sostengono. E vuole in queste parole mostrar lʼautore di maravigliarsi per la moltitudine.
Poi per una comparazion ne dimostra che maniera tengono in quel luogo i peccatori nel tormento lor dato dalla giustizia, e dice: «Come fa lʼonda», del mare, «lá sovra Cariddi», cioè nel fare di Messina. Intorno alla qual cosa è da sapere che tra Messina in Cicilia e una punta di Calavria, chʼè di rincontro ad essa, chiamata Capo di Volpe, non guari lontana ad una terra chiamata Catona e a Reggio, è uno stretto di mare pericolosissimo, il quale non ha di largo oltre a tre miglia, chiamato il fare di Messina. E dicesi «fare» da «pharos», che tanto suona in latino quanto «divisione»; e per ciò è detto «divisione», perché molti antichi credono giá che lʼisola di Cicilia fosse congiunta con Italia, e poi per tremuoti si separasse il monte chiamato Peloro di Cicilia dal monte Appennino, il quale è in Italia, e cosí quella che era terraferma, si facesse isola. E sono deʼ moderni alcuni li quali affermano ciò dovere essere stato vero: e la ragione, che a ciò inducono, è che dicono vedersi manifestamente, in quella parte di questi due monti che si spartí, grandissime pietre nelle rotture loro essere corrispondenti, cioè quelle dʼAppennino a quelle che sono in Peloro, ed e converso. E, come di sopra è detto, questo mare cosí stretto è impetuosissimo e pericolosissimo molto: e la ragione è, percioché, quando avviene che venti marini traggano [come è libeccio e ponente, e ancora maestro, che non è marino], essi sospingono il mare impetuosamente verso questo fare, e per questo fare verso il mare di Grecia. E, se allora avviene che il mare di verso Grecia, per lo flottare del mare Oceano, il quale due volte si fa ogni dí naturale, [che sospignendo la forza deʼ venti marini il mare verso la Grecia, ed il mare per lo flotto] si ritragga in verso il mare Mediterraneo, scontrandosi questi due movimenti contrari, con tanta forza si percuotono e rompono, che quasi infino al cielo pare che le rotte onde ne vadino: e qual legno in quel punto vi sʼabbattesse ad essere, niuna speranza si può aver della sua salute: [e cosí ancora sospignendo i venti orientali, cioè il greco, levante e scilocco, il mare di Grecia verso il fare, e per quello verso il mare Tirreno e il flotto mettendosi, avvien quel medesimo che dinanzi è detto]. E questo è quello che lʼautore vuol dire: «Come fa lʼonda..., Che si frange con quella in cui sʼintoppa». [E sono in questo mare due cose mostruose, delle quali lʼuna ciò che davanti le si para trangugia, e questo si chiama Silla, ed è dalla parte dʼItalia; lʼaltra si chiama Cariddi, e questa gitta fuori ciò che Silla ha trangugiato; ma, secondo il vero, questa Cariddi, la quale è di verso Cicilia, è il luogo dove di sopra dissi lʼonde scontrarsi insieme, le quali, levandosi in alto per lo percuotersi, par che sieno del profondo gittate fuori da coloro che non veggiono la cagione della elevazione.]
Dice adunque lʼautore che, in quella guisa, che di sopra è mostrato, le due onde di due diversi mari si scontrano, cosí quivi due maniere di diverse genti o peccatori convenirsi scontrare. E questo intende in quanto dice: «Cosí conviene che qui», cioè in questo quarto cerchio, «la gente riddi», cioè balli, e, volgendo, come i ballatori, in cerchio, vengano impetuosamente a percuotersi, come fanno lʼonde predette.
«Lí», nel quarto cerchio, «vidʼio gente, piú chʼaltrove, troppa»; e di questo non si dee alcun maravigliare, percioché pochi son quelli che in questo vizio, che quivi si punisce, non pecchino. E poi dice a qual tormento questa gente cotanta è dannata, dicendo: «E dʼuna parte e dʼaltra con grandʼurli», cioè a destra e a sinistra, miseramente per la fatica e per lo dolore urlando, sí come appresso piú chiaro si dimostrerá, «Voltando pesi» gravissimi «per forza di poppa», cioè del petto (ponendo qui la parte per lo tutto), «Percotevansi incontro», cioè lʼun contro allʼaltro con questi pesi, li quali per forza voltavano, «e poscia», che percossi sʼerano, «pur lí», cioè in quello medesimo luogo, «Si rivolgea ciascun, voltando a retro», cioè per quel medesimo sentiero che venuti erano: in questo voltare, «Gridando», quegli dellʼuna parte incontro allʼaltra:—«Perché tieni?»;—e incontro a questa gridava lʼaltra:—«E perché burli?»—cioè getti via. «Cosi tornavan», come percossi sʼerano e avean gridato, «per lo cerchio tetro».
Appare per queste parole che ʼl viaggio di costoro era circulare, e che, venuta lʼuna parte dal mezzo del cerchio nella parte opposita, scontrava lʼaltra parte, la quale, partitasi dal medesimo termine che essi, era giá giunta, e quivi percossisi, e dette lʼun contro allʼaltro le parole di sopra dette, ciascuna parte si rivolgeva indietro, e veniva al punto del cerchio donde prima partita sʼera; e quivi ancora con lʼaltra, che in una medesima ora vi pervenía, si percotevano, e quelle medesime parole lʼun contro allʼaltro diceano; e cosí senza riposo continovavano questa loro angoscia, volgendosi «per lo cerchio tetro», cioè logoro per lo continuo scalpitio.
«Da ogni mano», da destra e da sinistra, nella guisa detta, andavano «allʼopposito punto» del cerchio, a quello onde partiti sʼerano, «Gridandosi anco», come usati erano, «in loro ontoso», vituperevole, «metro», cioè:—«Perché tieni?—E perché burli?».—Il quale lʼautore chiama «metro», non perché metro sia, ma largamente parlando, come il piú volgarmente si fa, ogni orazione [o brieve o lunga] misurata o non misurata, è chiamata metro: e dicesi metro da «metros», graece, che in latino suona «misura»; e quinci, propriamente parlando, i versi poetici sono chiamati «metri», percioché misurati sono da alcuna misura, secondo la qualitá del verso.
«Poi si volgea ciascun», di questi che voltavano i pesi, «quandʼera giunto», al punto del mezzo cerchio, come di sopra è detto, «Per lo suo mezzo cerchio», cioè per quel mezzo cerchio il quale a lui era dalla divina giustizia stabilito, «allʼaltra giostra», cioè percossa: e chiamala «giostra», percioché a similitudine deʼ giostratori sʼandavano a ferire e a percuotere insieme.
«Ed io, chʼavea lo cor quasi compunto», di compassione, la quale portava a tanta fatica e a tanto tormento, quanto quello era il quale nel percuotersi sofferivano. E, oltre a ciò, aveva la compunzione per lo vermine della coscienza, il quale il rodeva, cognoscendosi di questa colpa esser peccatore; il che esso assai chiaramente dimostra nel primo canto, dove dice il suo viaggio essere stato impedito dalla lupa, cioè dallʼavarizia. E in questo è da comprendere invano esser da noi conosciuti i vizi eʼ peccati, se, sentendoci inviluppati in quelli o poco o molto, noi non abbiam dolore e compunzione. Né osta il dire: come avea lʼautore compunzione dellʼessere avaro, che ancora, come nelle seguenti parole appare, non sapea chi essi si fossero? percioché qui usa lʼautore una figura chiamata «preoccupazione». «Dissi:—Maestro mio». Qui domanda lʼautore Virgilio che gente questa sia, e per qual colpa dannati, dicendo: «or mi dimostra, Che gente è questa», la quale è qui cosí dolorosamente afflitta; e dopo questo gli muove un altro dubbio, dicendo: e, oltre a quel che domandato tʼho, mi diʼ «e se tutti fûr cherci, Questi chercuti alla sinistra nostra».—«Chercuti» gli chiama, percioché avevano la cherica in capo, e da questo ancora comprendeva loro per quello dovere esser cherici.
«Ed egli a me». Qui Virgilio primieramente generalmente di quegli, che erano cosí a man destra come a man sinistra, ditermina; e poi, distinguendo, risponde alla domanda fattagli dallʼautore, e dicegli, oltre a ciò, per qual colpa dannati sieno, primieramente dicendo:—«Tutti quanti», cioè quanti tu ne vedi a destra e a sinistra, «fûr guerci», cioè con non diritto vedere, come color ci paiono, li quali non hanno le luci degli occhi dirittamente come gli altri uomini poste negli occhi. [Il qual difetto talora avviene per natura, e talora per accidente: per accidente avviene per difetto le piú delle volte delle balie, le quali questi cotali, essendo piccioli fanciulli, hanno avuti a nodrire, ponendo loro la notte un lume di traverso o di sopra a quella parte ove tengon la testa; o esse medesime, come spesse volte fanno, stando loro sopra capo, glʼinducono a guatarsi indietro, e i fanciulli, vaghi della luce, torcono gli occhi, e sí in quella parte dove il lume veggono, e, non potendosi muovere, si sforzano e torcono le luci al lume; ed essendo tenerissimi, agevolmente rimuovono la luce, o le luci, dal lor natural movimento in questo accidentale, e divengon guerci. Questa spezie dʼuomini, quantunque non sia del tutto reputata giusta, non ha pertanto tanta di malizia quanta hanno coloro li quali guerci nascono, li quali, per quegli che fisonomia sanno, sono reputati uomini astuti, maliziosi e viziati, e il piú si credono non altrimenti avere il giudicio della mente lor fatto che essi abbiano gli occhi.]
E però dice:—«Tutti fûr guerci Sí della mente», cioè sí perverso e malvagio giudicio ebbero nella mente loro intorno alle cose temporali, «in la vita primaia», cioè in questa, «Che con misura nullo spendio fêrci», in questa vita: e ciò fu che o essi strinsero troppo le mani, lá dove esse eran da allargare, o essi lʼallargaron troppo, lá dove eran da strignere; e cosí né nellʼuna parte né nellʼaltra servarono alcuna misura, [liberalmente spendendo, dove e come e quanto e in cui si convenia]. «Assai la voce lor chiaro lʼabbaia», cioè il manifesta quando dicono:—«Perché tieni?—E perché burli?»,—usando questo vocabolo «abbaia» nellʼanime deʼ miseri in detestazion di loro, il quale è proprio deʼ cani; «Quando vengono aʼ due punti del cerchio» (mostrati di sopra, dove si dicono:—«Perché tieni?—E perché burli?»—), «Ove colpa contraria gli dispaia», cioè gli divide, facendogli tenere contrario cammino, sí come nelle colpe furon contrari. Le quali colpe vuole lʼautore che sien queste, avarizia e prodigalitá, delle quali lʼuna appresso egli apre, e lʼaltra per lʼaver detto «contraria» vuol che sʼintenda, e dice: