«Questi son cherci, che non han coperchio Peloso al capo», percioché la cherica, la quale è rasa, è nella superior parte del capo. [E vogliono alcuni i cherici portare la cherica in dimostrazione e reverenza di san Piero, al quale dicono questi cotali quella essergli stata fatta da alcuni scellerati uomini in segno di pazzia: percioché, non intendendo, e non volendo intendere la sua santa dottrina, e vedendolo ferventemente predicare dinanzi aʼ prencipi e aʼ popoli, li quali quella in odio aveano, estimavano che egli questo facesse come uomo che fuor del senno fosse. Altri vogliono che la cherica si porti in segno di degnitá, in dimostrazione che coloro, li quali la portano, sieno piú degni che gli altri che non la portano; e chiamanla «corona», percioché, rasa tutta lʼaltra parte del capo, un sol cerchio di capelli vi dee rimanere, il quale in forma di corona tutta la testa circunda, come fa la corona. E chiamansi questi cotali, che questo cerchio portano, «clerici» da «cleros», graece, che in latino suona quanto «uomini la sorte deʼ quali sia Iddio».]
«E papi e cardinali». [È il papa in terra vicario di Gesú Cristo, dal quale, mediante san Piero, hanno lʼautoritá grandissima, la quale santa Chiesa ne predica; della quale autoritá, e in Purgatorio e in Paradiso, sí come in luoghi, dove piú convenientemente il richiede la materia che qui, si dirá, e perciò qui piú non mi stenderò. Onde questo nome papa venga, è poco avanti stato mostrato. «Cardinali» è sublime nome di degnitá; e, come che, oltre alla chiesa di Roma, abbiano la chiesa di Ravenna, quella di Napoli e alcune altre cherici, li quali si chiamano «cardinali», non sono però in preeminenza né in oficio né in abito da comparare a quegli della chiesa di Roma, percioché questi per eccellenza portano il cappello rosso, e hanno a rappresentare nella chiesa di Dio il sacro collegio deʼ settantadue discepoli, li quali per coaiutori degli apostoli furono primieramente instituiti. E il cardinalato di Roma è il piú alto e il piú sublime grado, appresso al papa, che sia nella Chiesa. E, percioché a loro sʼappartiene, insieme col papa, a diliberare le cose spettanti alla salute universale deʼ cristiani, e ogni altra contingente alla chiesa di Dio, e pare che sopra la loro diliberazione si volga il sí e il no delle cose predette, son chiamati cardinali da questo nome «cardo, cardinis», il quale ne significa quella parte del cielo sopra la quale tutto il cielo si volge, per altro nome chiamata «polo» (o «poli», percioché son due) e cosí da «cardo» vien «cardinale»; o, secondo che alcuni altri dicono, da quella parte della porta, sopra la quale si volge tutto lʼuscio.]
«In cui», cioè neʼ quali, «usò avarizia il suo soperchio». È avarizia, secondo Aristotile nel quarto della sua Etica, la inferiore estremitá di liberalitá, per la quale, oltre ad ogni dovere, ingiuriosamente si disidera lʼaltrui, o si tiene quello che lʼuom possiede: della quale piú distesamente diremo, dove discriveremo lʼallegorico senso della parte presente di questo canto. Questo vizio dice lʼautore usare «il suo soperchio», cioè il disiderare piú che non bisogna e tenere dove non si dee tenere, neʼ cherici, neʼ quali tutti intende per queste due maggiori qualitá nominate: la qual cosa se vera è o no, è tutto il dí negli occhi di ciascuno, e perciò non bisogna che io qui ne faccia molte parole.
E, avendo qui lʼautore dichiarato qual sia in parte quel vizio che in questo quarto cerchio si punisce, cioè avarizia, vuol che sʼintenda per le parole dette di sopra («Ove colpa contraria gli dispaia»), con questo vizio insieme punircisi lʼopposito dellʼavarizia, cioè la prodigalitá, la quale è il superiore estremo di liberalitá: e come lʼavarizia consiste in tenere stretto quello che spendere bene e dar si dovrebbe, cosí la prodigalitá è in coloro, li quali dánno dove e quando e come non si conviene; benché poco appresso lʼautore alquanto piú apertamente dimostri sé intender qui punirsi questi due vizi.
«Ed io:—Maestro, tra questi cotali», che tu mi diʼ che furon cherici, e ancora tra gli altri, «Dovreʼio ben riconoscere alcuni», percioché furono uomini di grande autoritá, e molto conosciuti, come noi sappiamo che sono i papi e i cardinali e i signori e gli altri che in questi due peccati peccano (o vogliam dire: percioché lʼautor peccò in avarizia, e lʼun vizioso conosce lʼaltro); «Che fûro», vivendo «immondi», cioè brutti e macolati, «di cotesti mali»,—cioè dʼavarizia e di prodigalitá.
«Ed egli a me:—Vano», cioè superfluo, «pensiero aduni», cioè con gli altri tuoi raccogli. E incontanente gli dice la cagione, seguendo: «La sconoscente vita», cioè sanza discrezione menata, «che i feʼ sozzi», di questi due vizi, e per conseguente indegni di fama, «Ad ogni conoscenza», ragionevole, «or gli fa bruni», cioè oscuri e non degni dʼalcun nome. «In eterno verranno alli due cozzi», cioè aʼ due punti del cerchio, li quali di sopra son dimostrati, dove insieme si percuotono. «Questi», cioè gli avari, li quali appare essere dallʼun dei lati, «risurgeranno dal sepolcro», il dí del giudicio universale, «Col pugno chiuso», testificando per questo atto la colpa loro, cioè la tenacitá, la quale per lo pugno chiuso sʼintende; «e questi», cioè i prodighi, «coʼ crin mozzi», [per li quali crini mozzi similmente testificheranno la loro prodigalitá.]
[E la ragione perché questo per gli crin mozzi si testifichi è questa: intendono i dottori, moralmente, per li capelli le sustanze mondane, e meritamente, percioché i capelli in sé non hanno alcuno omore, né altra cosa la quale alla nostra corporal salute sia utile; sono solamente alcuno ornamento al capo, e per questo ne son dati dalla natura; e cosí dirittamente sono le sustanze temporali, le quali per sé medesime alcuna cosa prestar non possono alla salute dellʼanime nostre, ma prestano alcuno ornamento aʼ corpi; e perciò dirittamente sentono coloro, li quali intendono per li capelli le predette sustanze. Risurgeranno adunque i prodighi coʼ crin mozzi,] a dimostrare come essi, stoltamente e con dispiacere a Dio, diminuissono le loro temporali ricchezze.
«Mal dare», la qual cosa fanno i prodighi, «e mal tener», il che fanno gli avari, «lo mondo pulcro», cioè il cielo, nel quale è ogni bellezza, «Ha tolto loro», sí come appare, poiché in inferno dannati sono, «e» hannogli gli due detti vizi «posti a questa zuffa», cioè di percuotersi insieme coʼ pesi i quali volgono, e col rimproverarsi lʼuna parte allʼaltra le colpe loro: «Quale ella sia», la zuffa di costoro, «parole non ci appulcro» cioè non ci ordino e non ci abbellisco dicendo; quasi voglia dire che assai di sopra sia stato dimostrato.