[E, in questa parte, lʼautore, quanto piú può, secondo il costume poetico parla, li quali spesse volte fanno le cose insensate, non altramenti che le sensate, parlare e adoperare, ed alle cose spirituali dánno forma corporale, e, che è ancora piú, alle passion nostre approprian deitá, e dánno forma come se veramente cosa umana e corporea fossero; il che qui lʼautore usa, mostrando la fortuna aver sentimento e deitá; conciosiacosaché, come appresso apparirá, questi accidenti non possano avvenire in quella cosa la quale qui lʼautore nomina «fortuna», se poeticamente fingendo non sʼattribuiscono. Dalle quali fizioni è venuto che alcuni in forma dʼuna donna dipingono questo nome di fortuna, e fascianle gli occhi, e fannole volgere una ruota, sí come per Boezio, De consolatione, appare. Ma chi le fascia gli occhi, non intende bene ciò che fa, percioché, come appresso apparirá, ogni permutazion dì costei va a diterminato e veduto fine; e, se lʼeffetto di quella non segue, non è per ignoranza dei causatori della permutazione, ma per lo libero arbitrio di colui in cui si dirizza, il quale avvedutamente quella ischifa.]
«Le sue permutazion», che questa ministra fa nei beni temporali, «non hanno triegue», cioè intermessione alcuna, sí come coloro che guerreggiano hanno neʼ tempi delle triegue; e, percioché nelle sue permutazioni non è alcun riposo, può apparire che «Necessitá la fa esser veloce». E in queste parole vuole intendere lʼautore i movimenti di questa ministra continui essere di necessitá: [le quali parole, non bene intese, potrebbon generare errore, il quale con la grazia di Dio si torrá via qui appresso, dove, esplicato il testo a questa ministra pertenente, dimostrerò quello che intendo essere questa fortuna.] «Sí spesso vien», il suo permutare, nel quale ella appare esser veloce, «che vicenda consegue», cioè che egli pare questo suo permutare vicendevolmente seguire: in quanto alcuna volta veggiamo uno medesimo uomo, di quale che stato si sia, essere e felice e misero piú volte nella vita sua.
«Questa», cioè fortuna, «è colei, che tanto è posta in croce», dalle bestemmie e daʼ rammarichii, «Pur da color che le dovrian dar lode», sí come uomini ben trattati da lei, «Dandole biasmo a torto e mala voce», cioè neʼ loro rammarichii dicendo sé esser mal trattati da lei, dove sono trattati bene e molto meglio che essi non son degni. «Ma ella sʼè beata», cioè eterna, «e ciò non ode», cioè le bestemmie eʼ rammarichii: «Con lʼaltre prime creature», cioè coʼ cieli e con le intelligenzie separate, «lieta, Volge sua spera», cioè la ruota, per la quale si discrivono le sue veloci circunvoluzioni delle sustanze temporali; «e beata si gode», non curando di queste cose.
[Ora, avanti che piú oltre si proceda, è da vedere che cosa sia questa fortuna, della qual qui lʼautore domanda Virgilio; quantunque molte cose in dimostrarlo nʼabbia dette lʼautore, e, conchiudendo, mostri di volere lei essere una ministra di Dio, posta sopra il governo delle cose temporali; dalla qual conclusione non è mia intenzion di partirmi, ma di dilucidarla alquanto piú, secondo che Iddio mi presterá. E, come che molti per avventura abbian creduto o credano, io estimo questa ministra dei beni temporali non essere altro se non lʼuniversale effetto deʼ vari movimenti deʼ cieli, li quali movimenti si credono esser causati dal nono cielo, e il movimento uniforme di quello esser causato dalla divina mente, e cosí per questi mezzi sará lʼuniversale effetto deʼ movimenti deʼ cieli causato dalla divina mente e per conseguente dato da essa amministratore e ordinatore deʼ beni temporali, deʼ quali essi movimenti deʼ cieli sono causatori. E dicesi dato ministro, piú tosto a dimostrazione che cosa possa essere questo nome fortuna attribuito a questi mutamenti delle cose, che perché alcun ministerio vi bisogni, se non essa medesima operazion deʼ cieli. E percioché di questo effetto sono propinquissima causa i cieli, e sia opinion deʼ filosofi il causato, almeno in certe parti, esser simile al causante, sí come le piú volte suole esser simigliante il figliuolo al padre; pare che, se i cieli sono in continuo moto, che lʼuniversale loro effetto, il quale è intorno alle cose inferiori e temporali, similmente debba essere in continuo movimento: e se lʼuniversale effetto è in movimento continuo, le sue particularitá similmente in continuo movimento saranno; e cosí seguirá le cose governate essere convenienti e conformi alla cosa che le governa, causa e dispone; e per conseguente quelle ottimamente dover seguire la disposizion data dal governante. E percioché egli non par possibile cosa che glʼingegni umani comprendano le particularitá infinite di questo universale effetto deʼ cieli: sí come noi possiam comprendere nelle continue fatiche, e le piú delle volte vane degli strologi, li quali, quantunque lʼarte sia da sé vera e da certi fondamenti fermata, nondimeno non paiono glʼingegni umani essere di tanta capacitá che essi possan comprendere ogni particularitá di cosí gran corpo, come è il cielo, né ancora pienamente le rivoluzioni, congiunzioni, mutazioni e aspetti deʼ corpi deʼ pianeti; e per conseguente cognoscere né quello che il cielo dimostra dover producere, né quello che a dò seguire o fuggire, per avere o per fuggire quello che sʼapparecchia, sia sofficiente né bastevole: e però ottimamente dice lʼautore i consigli umani non poter comprendere né contastare alle occulte, quanto è a noi, operazioni di questo effetto. Ed esso effetto non è altro che permutazioni delle cose prodotte daʼ cieli, le quali, non avendo stabilitá coloro dai quali causate sono, né esse similmente possono avere stabilita; e se i movimenti deʼ cieli son veloci, e le cose causate da loro seguono la similitudine del causante, sará di necessitá questo loro effetto universale esser movibile e di veloce moto, come essi sono; e seguiranne quello che noi continuamente nelle cose temporali veggiamo, cioè le rivoluzioni continue e le permutazioni e delle gran cose e delle minori.]
[Né osta quello che per avventura alcuni potrebbon dire, cioè di vedere alcune cose non muoversi mai, o muoversi di rado e con difficultá, sí come sono le cittá e simili cose, le quali lungo tempo consistono: intorno alla qual cosa è da intendere le rivoluzioni deʼ cieli adoperare secondo la disposizione delle cose, le quali esse operazioni deʼ cieli ricevono. Domeneddio creò la terra stabile e perpetua, e però non atta ad alcun moto per sé medesima; ma, se dalle mani degli uomini ella è messa in alcuna opera, e tratta della sua stabilitá, adoperano i cieli sopra questa materia tarda e grave tardamente. Ma nondimeno, quantunque tardo e rado sia il movimento, pur la muovono; e però le cittá, che di materia terrea paion composte, non senza gran cagione si muovono tardamente. E nondimeno questo tardo movimento, considerata la natura della cosa che si muove, si può dire veloce, ecc.]
[Ora hanno gli uomini a questo effetto posto nome «fortuna» a beneplacito, come quasi a tutte lʼaltre è stato posto; e, secondo che le cose secondo i nostri piaceri o contrarie nʼavvengono, le chiamiamo «buona fortuna» e «mala fortuna». E furono in tanta semplicitá, anzi sciocchezza, i gentili, che, non avendo riguardo alla sua origine, la stimarono una singular deitá, in cui fosse potenza di dar bene e male, secondo il beneplacito suo; e per averla benivola, le feciono templi e ordinarono sacerdoti c sacrifici, seguendo per avventura, piú che la veritá, la sentenza di questi versi:
Si Fortuna volet, fies de rhetore consul;
si volet haec eadem, fies de consule rhetor, ecc.
E se alcune genti furono che intorno a questa bestalitá peccassero, i romani piú che gli altri vi peccarono. Nondimeno, quantunque di necessitá paia, come detto è, questa fortuna nelle sue amministrazioni esser veloce, non è questa necessitá imposta se non sopra i movimenti delle cose causate daʼ cieli, delle quali lʼanime nostre non sono, percioché sopra i cieli son create da Dio e infuse neʼ corpi nostri, dotate di ragione, di volontá e di libero arbitrio; e perciò niuna necessitá in noi può causare in farci ricchi o poveri, potenti o non potenti contro a nostro piacere. Il che in assai sʼè potuto vedere, in Senocrate e in Diogene, in Fabbrizio e in Curzio e in altri assai; il che chiaramente Giovenale il dimostra nel verso preallegato, dicendo:
Nullum numen abest, si sit prudentia; nos te,
nos facimus, Fortuna, deam, coeloque locamus.
E questo avviene per la nostra sciocchezza, seguendo piú tosto con lʼappetito la sua volubilitá che la forza del nostro libero arbitrio, per lo quale nʼè conceduto di potere scalpitare e aver per nulla ogni sua potenza.]