[Adunque questo effetto universale deʼ movimenti deʼ cieli e delle loro operazioni, secondo il mio piccolo conoscimento, credo si possa dire essere quella cosa la quale noi chiamiamo «fortuna», e la qual noi vogliamo esser ministra e duce deʼ beni temporali. E in questa opinione, se io intendo tanto, mi par che fossero queʼ poeti, li quali sentirono che lʼuna delle tre sorelle chiamate «parche», o fate che vogliam dire, cioè Cloto, Lachesis e Atropos, alle quali la concezione e il nascimento di ciascun mortale, e similmente la vita e la morte attribuiscono, fosse questa Fortuna; e quella, di queste tre, vogliono che sia Lachesis, cioè quella la qual dicono che, nascendo noi, ne riceve e nutrica in vari e molti mutamenti, infino al dí della morte. E questa, secondo la qualitá della vita di ciascuno, il parer degli uomini seguitando, dicono esser buona e malvagia fortuna. E percioché, come detto è, in essa vita consistono le revoluzioni eʼ mutamenti di ciascuno, assai appare ciò non essere altro che lʼuniversale effetto di tutti i cieli, daʼ quali questi movimenti, quanto al corpo, son causati in noi.]
[E questa fortuna chiama lʼautore «dea», poeticamente parlando, e secondo lʼantico costume deʼ gentili, li quali ogni cosa, la qual vedeano che lungamente durar dovesse o esser perpetua, deificavano, sí come i cieli, le stelle, i pianeti, gli elementi, i fiumi e le fonti, li quali tutti chiamavano «dèi»: e però vuol lʼautore sentire per questa deitá la perpetuitá di questo effetto, il quale tanto dobbiam credere che debba durare quanto i cieli dureranno e produceranno gli effetti li quali producer veggiamo. Ora che che io mʼabbia detto intorno a questa fortuna, intendo che, in questo e in ognʼaltra cosa, sempre sia alla veritá riservato il luogo suo.]
[Lez. XXVIII]
«Or discendiamo ornai a maggior pièta», ecc. Qui comincia la seconda parte del presente canto, nella quale lʼautore fa tre cose: prima dimostra come discendesse nel quinto cerchio dello ʼnferno, dove dice trovò la padule chiamata Stige; nella seconda dimostra in questo quinto cerchio esser tormentati due spezie di peccatori: iracondi e accidiosi; nella terza scrive come per lo cerchio medesimo procedesse avanti. La seconda comincia quivi: «Ed io, che di mirar»; la terza quivi: «Cosí girammo».
Dice adunque: «Or discendiamo omai»; quasi dica: assai abbiamo ragionato della fortuna, e però discendiamo «a maggior pièta», cioè a maggior dolore. E mostra la cagione, per la quale il sollecita allo scendere, dicendo: «Giá ogni stella scende, che saliva Quando mi mossi». Nelle quali parole lʼautore discrive che ora era della notte, e mostra che egli era passata mezza notte; percioché ogni stella, la quale sovra lʼorizzonte orientale della regione cominciava a salire in su il farsi sera (come era quando si mossono, ed egli stesso il dimostra, dicendo: «Lo giorno se nʼandava»), era salita infino al cerchio della mezza notte, donde, poiché pervenute vi sono, cominciano, secondando il cielo il suo girare, a discendere verso lʼorizzonte occidentale. E, fatta questa discrizion dellʼora della notte, quasi per quella voglia dire aver mostrato loro essere stati molto, subgiugne la seconda cagione per la quale il sollecita a discendere, dicendo: «e ʼl troppo star si vieta», cioè mʼè proibito da Dio, per lo mandato del quale io vengo teco.
«Noi ricidemmo il cerchio», cioè pel mezzo passammo, e andammone «allʼaltra riva», cioè alla parte opposita: e quivi pervennero «Sovrʼuna fonte che bolle», per divina arte, «e riversa», lʼacqua cosí bogliente, «Per un fossato che da lei deriva», cioè si fa dellʼacqua che essa fonte riversa. «Lʼacqua», la qual questa fonte riversa, «era buia», cioè oscura, «assai», vie, «piú che persa». È il perso un colore assai propinquo al nero, e perciò, se questa acqua era piú oscura che il color perso, séguita che ella doveva esser nerissima. [Pigliano lʼacque i colori, i sapori, i calori e lʼaltre qualitá nel ventre della terra: ut «pontica», quasi nera per lo luogo che ha a dar quel colore; «altheana», quasi lattea, perché passa per luoghi piombosi; lʼolio petroio dʼAllacone, lʼacque di Volterra, lʼacque dʼAmbra, lʼacqua da Santa Lucia di Napoli.] «E noi», Virgilio e io, «in compagnia dellʼonde bige», cioè lunghesso lʼacque bigie, come i compagni vanno lʼuno lunghesso lʼaltro per un cammino (e chiama questʼacqua oscura e nera «bigia», non volendo però per questo vocabolo mostrarla men nera, ma, largamente parlando, lo ʼntende per nero); e cosí, andando con queste onde bigie, «Entrammo giú», discendendo, «per una via diversa», cioè malvagia.
Poi segue: «Una palude fa, cʼha nome Stige, Questo tristo ruscel»; e vuolsi questa lettera cosí ordinare: «Questo tristo ruscel», cioè rivicello, «fa una palude», ragunandosi in alcuna parte concava del luogo, donde lʼacqua non aveva cosí tosto lʼuscita, «cʼha nome Stige». E quinci dice: quando questo ruscello fa la palude, cioè «quando è disceso», correndo, «Al piè delle malvage piagge grige», le quali in quel cerchio sono.
[Di questa padule chiamata Stige molte cose si scrivono daʼ poeti, la quale essi dicono essere una padule infernale, ed essere stata figliuola del fiume chiamato Acheronte e della Terra. E, secondo che dice Alberigo nella sua Poetria, questa Stige fu nutrice e albergatrice degli iddii del cielo, e per essa giurano essi iddii, e non ardiscono, quando per lei giurano, spergiurarsi, sí come dice Virgilio:
...Stigiamque paludem,
dii cuius iurare timent et fallere numen, ecc.