E la cagione per la quale essi temono, giurando per Stige, di spergiurarsi, è per paura della pena, la quale è che quale iddio, avendo giurato per Istige, si spergiura, sia privato infino a certo tempo del divino beveraggio; il quale i poeti chiamano «néttare» cioè dolcissimo e soave. E questa onorificenzia vogliono esserle stata conceduta, percioché la Vittoria, la quale fu sua figliuola, fu favorevole aglʼiddii quando combatterono coʼ figliuoli di Titano, e vollesi piú tosto concedere a loro che aʼ detti figliuoli di Titano.]

[Lʼallegoria di questa favola, quantunque non paia del tutto opportuna al proposito, pure, perché in parte e qui e altrove potrá esser utile, la scriverò. Questo nome Stige è interpetrato «tristizia», e perciò è detta figliuola dʼAcheronte, il qual, come davanti è detto, viene a dire «senza allegrezza». Pare ad Alberigo che colui, il quale è senza allegrezza, agevolmente divenga in tristizia, anzi quasi par di necessitá che egli in tristizia divenga; e cosí dallʼessere senza allegrezza nasce la tristizia. Che ella sia figliuola della Terra, par che proceda da ragion naturale, peroché, conciosiacosaché tutte lʼacque procedano da quello unico fonte mare Oceano, e di quindi venire per le parti intrinseche della terra, infino al luogo dove esse fuori della terra si versano; pare assai conveniente dovere esser detto figliuolo della Terra ciò che esce del ventre suo, come lʼacqua fa che è in questa palude.]

[Che ella sia nutrice e albergatrice deglʼiddii, non vollero i poeti senza cagione. Intorno al qual senso è da sapere che sono due maniere di tristizia: o lʼuomo sʼattrista percioché egli non può aʼ suoi dannosi desidèri pervenire; o lʼuomo sʼattrista cognoscendo che egli ha alcuna o molte cose meno giustamente commesse. La prima spezie di tristizia non fu mai nutrice né albergatrice deglʼiddii, anzi è loro nimica e odiosa, intendendo glʼ«iddii» per lʼanime deʼ beati; ma la seconda fu ed è nutrice deglʼiddii, cioè di coloro li quali divengono iddii, cioè beati: percioché il dolersi e lʼattristarsi delle cose men che ben fatte, niuna altra cosa è che prestare alimenti alla virtú, per la quale i gentili andarono nelle lor deitá, secondo che le loro storie ne mostrano; e noi cristiani, per lʼattristarci deʼ nostri peccati, nʼandiamo in vita eterna, nella quale noi siamo veri iddii e non vani. Queste due spezie di tristizia, mostra Virgilio dʼavere ottimamente sentito nel sesto del suo Eneida, lá dove egli manda i perfidi e ostinati uomini in quella parte dello ʼnferno, la quale esso chiama Tartaro, nella quale non è alcuna redenzione; e gli altri, li quali hanno sofferto tristizia e pena per le lor colpe, mena neʼ campi Elisi, cioè in quello luogo ove egli intende che sieno le sedie deʼ beati. O vogliam dire quello che per avventura piú tosto i poeti sentirono, glʼiddii, i quali costei nutrica e alberga, essere il sole e le stelle, le quali alcuna volta ne vanno in Egitto: e questo è nel tempo di verno, quando il sole, essendo rimoto da noi, è in quella parte del zodiaco, la quale gli astrologhi chiamano «solestizio antartico». Percioché, oltre agli egizi meridionali in quelle parti abitanti, esso fa quello che gli astrologhi chiamano «zenit capitis»; e in questo tempo sono nutriti il sole e le stelle dalla palude di Stige, secondo lʼopinione di coloro li quali stimavano che i fuochi dei corpi superiori della umiditá deʼ vapori surgenti dallʼacqua si pascessero; e appo questa palude di Stige, mentre nel mezzo dí dimorano, stanno e albergano. Che questa padule di Stige, secondo la veritá, sia sotto la plaga meridionale, il dimostra Seneca in quel libro il quale egli scrisse Delle cose sacre dʼEgitto, dicendo che la palude di Stige è appo coloro che nel superiore emisperio sono; mostrando appresso che non guari lontano da Siene, estrema parte dʼEgitto verso il mezzodí, essere un luogo il quale è chiamato daʼ greci «phile», il quale è tanto a dire quanto «amiche»: e appo quel luogo essere una grandissima padule, la quale, conciosiacosaché a trapassarla sia molto malagevole e faticoso, percioché è molto limosa e impedita daʼ giunchi, li quali essi chiamano «papiri», è appellata Stige, percioché è cagion di tristizia, per la troppa fatica aʼ trapassanti.]

[Che glʼiddii giurino per questa palude di Stige, può esser la ragion questa: noi siamo usati di giurare per quelle cose le quali noi temiamo, o per quelle le quali noi desideriamo; ma chi è in somma allegrezza, non pare che abbia che desiderare, quantunque abbia che temere; e questi cotali sono glʼiddii, i quali i gentili dicevano esser felici: e perciò, non avendo costoro che desiderare, resta che giurino per alcuna cosa la quale sia loro contraria; e questa è la tristizia. E che chi si spergiura sia privato del divin beveraggio, credo per ciò essere detto, percioché coloro, li quali di felice stato son divenuti in miseria, solevan dire essersi spergiurati, cioè men che bene avere adoperato, e cosí essere divenuti dalla dolcezza del divin beveraggio, cioè dalla felicitá, nellʼamaritudine della miseria.]

[Costei esser madre della Vittoria si dice per tanto, che delle guerre non sʼha vittoria per far festa, mangiare e bere, ballare o cantare, né ancora per fortemente combattere, ma per lo meditare assiduo e faticarsi intorno alle cose opportune, in far buona guardia, in ispiare i mutamenti e gli andamenti deʼ nemici, in por gli aguati, in prendere i vantaggi e simili cose, le quali sanza alcun dubbio hanno ad affligger lʼuomo e a tenerlo, almeno nel sembiante, tristo.]

«Ed io, che di mirar mi stava atteso». Qui comincia la seconda parte della seconda principale di questo canto, nella quale dimostra esser tormentati in questa padule bogliente glʼiracundi e gli accidiosi. Dice adunque: «Ed io, che di mirar», in questa padule, «mi stava atteso», cioè sollecito, «Vidi genti fangose in quel pantano», cioè in quella padule; e dice «fangose», percioché le padule sono generalmente tutte nelli lor fondi piene di loto e di fango, per lʼacqua che sta oziosa e non mena via quel cotal fango, come quelle fanno che corrono, e perciò chi in esse si mescola di necessitá è fangoso: «Ignude tutte, e con sembiante offeso», per lo tormento sí del bollor dellʼacqua, e sí ancora delle percosse che si davano. «Questi», fangosi, «si percotean, non pur con mano», battendo e offendendo lʼun lʼaltro e se medesimi, «Ma con la testa», cozzando lʼuno contro lʼaltro, «e col petto», lʼun contro allʼaltro impetuosamente scontrandosi, «e coʼ piedi», dandosi deʼ calci, e «Troncandosi coʼ denti», le membra e la persona, «a brano a brano», cioè a pezzo a pezzo.

«Lo buon maestro disse». Qui gli dichiara Virgilio chi costor sieno che cosí si troncano, e dice:—«Figlio, or vedi Lʼanime di color cui vinse lʼira», mentre vissero in questa vita; «Ed anco voʼ che tu per certo credi Che sotto lʼacqua», di questa padule, «ha gente che sospira», cioè che si duole, «E», sospirando, «fanno pullular questʼacqua al summo». Noi diciamo nellʼacqua «pullulare» quelle gallozzole o bollori, li quali noi veggiamo fare allʼacqua, o per aere che vi sia sotto racchiusa e esca fuori, o per acqua che di sotterra vi surga. «Come lʼocchio», cioè il viso, «ti dice uʼ che sʼaggira»; e cosí mostra in queste parole la padule esser piena di questi bollori, e per conseguente dovere esser molta la gente, la quale sotto lʼacqua sospirava o si doleva.

«Fitti nel limo». «Limo» è quella spezie di terra, la qual suole lasciare alle rive deʼ fiumi lʼacqua torbida, quando il fiume viene scemando, la qual noi volgarmente chiamiamo «belletta»; e di questa maniera sono quasi tutti i fondi deʼ paduli. Dice adunque che in questa belletta nel fondo del padule sono fitti i peccatori, li quali «dicon:—Tristi fummo, Nellʼaer dolce, che del sol sʼallegra», cioè si fa bella e chiara, «Portando dentro», nel petto nostro, «accidioso fummo», cioè il vizio dellʼaccidia, il qual tiene gli uomini cosí intenebrati e oscuri come il fummo tiene quelle parti nelle quali egli si ravvolge. Poi segue: e percioché noi fummo tristi nellʼaer dolce, qui «Or ci attristiam», cioè piagnamo e dogliamci «nella belletta negra»,—in quel fango di quella padule, lʼacqua della quale ha di sopra mostrata esser nera; e perciò conviene che la belletta sia nera altresí, in quanto ella suole sempre avere il color dellʼacqua sotto la quale ella sta e che la mena.

«Questʼinno». Glʼ«inni» son parole composte di certe spezie di versi, e contengono in sé le laude divine, sí come appare nello Innario, il quale compose san Gregorio, e che la Chiesa di Dio canta neʼ suoi uffici; ma in questa parte scrive lʼautore il vocabolo, ma non lʼeffetto di quello, percioché dove lʼinno contiene la divina laude propriamente, quello che questi peccatori, piangendo e dolendosi, dicono in modo dʼinno, contiene la lor miseria e la lor pena. «Si gorgoglian nella strozza». La «strozza» chiamiam noi quella canna la qual muove dal polmone e vien sú insino al palato, e quindi spiriamo e abbiamo la voce, nella quale se alcuna soperchia umiditá è intrachiusa, non può la voce nostra venir fuori netta ed espedita; e sono allora le nostre parole piú simili al gorgogliare, che fa talvolta uno uccello, che ad umana favella. E percioché questi peccatori hanno la gola piena del fango e dellʼacqua del padule, è di necessitá che essi si gorgoglino questo lor doloroso inno nella strozza, perciò «Che dir noi posson con parola intègra», perché è intrarotta dalla superchia umiditá.

«Cosí girammo». Qui comincia la terza parte di questa seconda parte principale, nella quale lʼautore dimostra il processo del loro andare, e dove pervenissero, dicendo: «Cosí», riguardando i miseri peccatori che nella padule si offendevano, e ragionando, «girammo della lorda pozza Grandʼarco», cioè gran quantitá vòlta in cerchio, a guisa dʼun arco. E chiamala «pozza», il quale è proprio nome di piccole ragunanze dʼacqua; e questo, come altra volta è detto, è conceduto aʼ poeti (cioè dʼusare un vocabolo per un altro), per la stretta legge deʼ versi, della quale uscir non osano. E quinci dice che egli girarono, «tra la ripa secca», alla quale non aggiugneva lʼacqua del padule, «e ʼl mezzo», del padule, «Con gli occhi vòlti a chi del fango ingozza», cioè aʼ peccatori, li quali erano in quel padule: «Venimmo al piè dʼuna torre al dassezzo», cioè poi che noi avemmo lungamente aggirato.