È, appresso, questo vizio meno abbominevole in una etá che in unʼaltra, percioché lʼessere un giovane avaro, senza dubbio non riceve scusa alcuna, percioché lʼetá del giovane è di sua natura liberale, sí come quella che si vede forte e atante neʼ bisogni sopravvegnenti, ed è piena di mille speranze e dʼaltrettanti aiuti, e molte vie o vede o le par vedere da potere risarcire quello che speso fosse, o dʼacquistar di nuovo; il che neʼ vecchi non puote avvenire, percioché essi, li quali il piú sono astuti e avveduti, non si veggono, procedendo avanti nel tempo, rimanere alcuno aiuto né amico, se non le sustanze temporali; e in contrario si veggono ogni dí pieni di bisogni nuovi e inopinati, e similmente sʼaccorgono che, essendo essi delle dette sustanze abbondevoli, non mancar loro lʼessere serviti e aiutati e avuti cari, da coloro spezialmente li quali sperano, secondo il loro adoperare verso loro, doversi nella fine dettare il testamento; dove spesso, se essi senza denari, senza derrate sono, non che daʼ piú lontani, ma dalle mogli, daʼ figliuoli, daʼ fratelli sono scacciati, ributtati e avviliti e avuti in dispregio. La qual paura se considerata fia, non sará alcuno che si maravigli se essi son tenaci e ancora cupidi dʼavanzare, se il come vedessero.
Contro a costoro gridano la dottrina evangelica, i santi, i filosofi eʼ poeti. Leggesi nellʼEvangelio di Luca, capitolo quinto: «Vae vobis, divitibus!»; e nella Canonica di san Iacopo, capitolo quinto: «Agite nunc, divites, plorate ululantes in miseriis, quae evenient vobis»; e nello Evangelio: «Mortuus est dives, et sepultus est in inferno». Ed Abacuc, capitolo secondo, dice: «Vae qui congregat non sua!»; ed esso medesimo, capitolo decimo: «Vae qui congregat avaritiam malam domui suae!»; e lʼEcclesiastico, decimo: «Avaro nihil est scelestius». E santo Agostino dice: «Vae illis, qui vivunt ut augeant res perituras, unde aeternas amittunt!»; ed esso medesimo: «Maledictus dispensator avarus, cui largus est Dominus». E Seneca a Lucillo, epistola diciassettesima, scrive: «Multis parasse divitias, non finis miseriarum fuit, sed mutatio». E Tullio in primo Officiorum: «Nihil est tam angusti animi parvique, quam amare divitias; nihil honestius magnificentiusque, quam pecuniam contemnere, si non habeas; si habeas, ad beneficentiam liberalitatemque conferre». E Virgilio, nel terzo dellʼEneida:
...quid non mortalia pectora cogis,
auri sacra fames?
E Persio scrive:
Discite, o miseri, et causas cognoscite rerum:
quis modus argento, quid fas optare, quid asper
utile nummus habet? ecc.
E Giovenale ancora dice:
Sed quo divitias haec per tormenta coactas?
Cum furor haud dubius, cum sit manifesta phrenesis,
ut locuples moriaris, egenti vivere fato, ecc.
Mostrato che cosa sia avarizia e in che pecchi lʼavaro, percioché in quel medesimo luogo e tormento sono i prodighi tormentati, è sotto brevitá da vedere che cosa sia prodigalitá e in che il prodigo pecchi. È prodigalitá, secondo che Aristotile vuole nel quarto dellʼEtica, lʼuno degli estremi della liberalitá, opposito allʼavarizia; e, cosí come lʼavarizia consiste in tenere dove e come e quando non si conviene, e disiderare e adoperare dʼavere piú che non si conviene, e donde e da cui non si conviene; cosí la prodigalitá consiste in donare e spendere quanto e come e dove non si conviene, e sta questo nel trapassare ogni termine di debita spesa intorno a quella cosa, la quale alcun far vuole o che si conviene: come neʼ vestimenti e negli ornamenti veggiamo spesse volte alcuni trasandare, senza considerare la qualitá, la nazione o lo stato suo, e lʼentrate eʼ frutti delle sue possessioni; come ancora veggiamo nel convitare, nel quale senza considerare a cui, o quando o dove il convito sʼapparecchi, quella spesa si fa per privati uomini, e di bassa condizione o di vile, che se per alcun prencipe o venerabile uomo si facesse (come si legge faceva il figliuolo dʼIsopo filosafo, il quale, rimaso del padre ricchissimo, per dar mangiare aʼ suoi pari, comperava gli usignuoli, i montanelli, i calderugi, i pappagalli, li quali gli uomini hanno carissimi per lo lor ben cantare, e, quando grassi gli trovava, non gli lasciava per danaio, e quegli arrostiti poi poneva innanzi aʼ suoi convitati: per che talvolta avveniva essere per avventura costato il boccone dieci fiorini dʼoro), o come ancora si può fare in cose assai. Il come consiste negli apparati: coroneranno alcuni le sale, ornerannole di drappi ad oro, metteranno le mense splendide, faranno venire i trombatori, i saltatori, i cantatori, i trastullatori, i servidori pettinati, azzimati e leggiadri, non come se scellerati e scostumati uomini vi dovesser mangiare, come le piú volte fanno, ma re o imperadori; useranno ancora maravigliosa sollecitudine, non dico nelle sale o nelle camere, ma nelle stalle e neʼ cellieri, in far le mangiatoie intarsiate, i sedili iscorniciati, e gli altri vasi a questi luoghi opportuni cosí esquisiti, come se negli occhi sempre aver gli dovessero e al lor proprio uso adoperargli. Peccasi ancora nel dove i doni e le spese smisuratamente si fanno, cioè in cui e in quanto: le piú delle volte a ghiottoni, a lusinghieri, a ruffiani, a buffoni, a femminette di disonesta vita e di vilissima condizione si faranno doni magnifichi, li quali sarebbono ad eccellentissimi uomini accettevoli; apparecchierannosi loro cavalcature, farannosi letti e scalderannosi i bagni non altramenti che se nobili e segnalati uomini dovessero pervenirvi: e, se per avventura un valente uomo capitasse alle case di questi cotali gittatori, con tristo viso, con leggieri spese malvolentieri ricevuto vi fia. Ora in queste e in simili cose consiste il vizio della prodigalitá e il prodigo gitta via il suo.
[Lez. XXXI]