È, oltre a questo, il prodigo in parte simile allʼavaro, in quanto esso disidera, e con ardente sollecitudine, dʼacquistare; e in ciò posta giuso ogni coscienza, ogni onestá e dovere, non cura come né donde si venga lʼacquisto: per che talvolta commette baratterie, frodi e inganni e violenze; ma nol fa al fine che lʼavaro, cioè per adunare, ma per aver piú che gittar via. E se alcuni sono in questo vizio oltre ad ogni misura peccatori, sono i cherici, cioè i gran prelati, percioché essi il piú, senza avere alcun riguardo a Dio, né al popolo loro commesso, o alla qualitá di colui in cui conferiscono, concedono, anzi gittano gli arcivescovadi, i vescovadi, le badie e lʼaltre prelature e benefici di santa Chiesa ad idioti, ebriachi, manicatori, furiosi, dʼogni scelleratezza viziosi e cattivi uomini: di che il popolo cristiano non solamente non è allʼopportunitá sovvenuto, ma dalle miserie e cattivitá di cosí fatti pastori son trasviati allo ʼnferno, dietro al malo esempio.
Piace, oltre alle dette cose, ad Aristotile, questo vizio della prodigalitá essere assai men dannevole che quello dellʼavarizia, percioché, non ostante che dellʼavarizia né lʼavaro né alcun altro abbia alcun bene, dove della prodigalitá pur nʼhanno bene alcuni, quantunque mal degni, pare la prodigalitá non debba potersi accrescere né divenir maggiore, percioché il prodigo continuamente diminuisce le sustanze sue, senza le quali la prodigalitá non si può mandare ad esecuzione, e, diminuendosi, pare di necessitá si debba diminuire il vizio: il che dellʼavarizia non avviene, percioché lʼavaro continuamente accresce il suo, e, accrescendolo, accresce la cupidigia dellʼaver piú. Appresso, il vizio il quale si può in alcuna maniera curare pare essere minore che quello che curar non si può; e la prodigalitá si può curare, il che non si può lʼavarizia: e però pare la prodigalitá esser minor vizio che lʼavarizia. Il che, quantunque per una ragione di sopra mostrato sia, si può ancora mostrar con due altre, cioè che la prodigalitá si possa curare. Delle quali ragioni è lʼuna questa: curasi la prodigalitá dal tempo, percioché, quanto lʼuomo piú sʼavvicina alla vecchiezza, tanto diventa piú inchinevole a ritenere, per la ragione di sopra mostrata, dove si disse perché i vecchi eran piú avari che i giovani: e non è alcun dubbio le ricchezze naturalmente disiderarsi, accioché lʼuom possa per quelle sovvenire aʼ difetti umani; e perciò convenevole pare, quanto alcuno sente i difetti maggiori, tanto piú inchinevole sia a quelle cose, per le quali si puote o rimediare o sovvenire a quegli. La seconda ragione è, percioché la povertá è ottima medica a cotale infermitá, e in essa si perviene assai agevolmente da chi gitta e scialacqua senza modo e senza misura il suo, sí come i prodighi fanno; e chi in essa diviene, non può donar né spendere, e cosí si truova guerito di questo vizio; il che dellʼavarizia non avviene, come mostrato è.
Pare adunque, per le ragioni dette, la prodigalitá essere minor vizio che lʼavarizia. E se cosí è, sará chi moverá qui una question cosí fatta: se la prodigalitá è minor vizio che lʼavarizia, perché dimostra qui lʼautore essere in igual tormento puniti i prodighi e gli avari, conciosiacosaché il minor vizio meriti minor pena? Puossi a questa cosí rispondere: che il vizio della prodigalitá non è in sé minore che lʼavarizia, percioché, dove lʼavarizia procede da naturale appetito, pare che la prodigalitá abbia origine da stoltizia, chʼè spezie di bestialitá. Laonde, se alcuna cosa di questo vizio pare che diminuisca lʼessere curabile, questa bestialitá della stoltizia pare che il supplisca; e, oltre a ciò, quantunque curabile paia questo vizio, egli non si cura né per volontá né per opera laudevole del vizioso, e cosí per questo il vizioso non merita; e similmente, quantunque cessata sia la cagione, e per conseguente lʼeffetto, per le sopradette ragioni, nel prodigo, dove il disiderio non cessi di quel medesimo adoperare, avendo di che, non pare, non che curato sia, ma diminuito il vizio. E nelle nostre colpe riguarda la divina giustizia non solamente lʼopere, ma ancora la volontá: e non pecca in assai cose meno chi vuole e non puote che chi vuole e puote; e perciò, non diminuendosi lʼabito preso del vizio, non diminuisce il vizio nello abituato. Laonde convenientemente segue in igual supplicio punirsi il prodigo e lʼavaro. E percioché questi due peccati sono radice e principio di molti mali, agramente insieme puniti sono, accioché in eterno si pianga lʼavere per loro non solamente dimenticato Iddio, e in luogo di lui avere adorati e onorati i denari, ma ancora vendutolo come fece Giuda, e come molti altri fanno, che, giurando e spergiurando, simoneggiando e ingannando, tutto il giorno il vendono; e lʼaver venduta la giustizia, corrotto le leggi, falsificati i testamenti, i metalli e le monete, assediate le strade, commessi i tradimenti, i furti, gli omicidii; lʼesser lusinghiere divenuto e ad ogni malvagio guadagno inchinevole; lʼaver la loro verginitá, la pudicizia, lʼonestá e ogni vergogna posta giú, e lʼesser divenute menandare, maliose, venefiche e indovine.
La pena adunque attribuita a questi peccatori è da vedere come sia conforme al peccato. Come detto è, tutta la sollecitudine dellʼavaro è in ragunare e in tenere il ragunato e in guardarlo piú che si conviene; e quella del prodigo è in procurare con ogni studio dʼavere e di male spender quello che aver puote: e però assai convenevolmente pare che dalla divina giustizia puniti sieno nel continuo volgere gravissimi pesi col petto, e con quegli lʼavaro e ʼl prodigo amaramente urtarsi e percuotersi insieme. Per lo quale atto è da intendere che, come in questa vita, senza darsi alcun riposo, a diversi e contrari fini faticarono, satisfacendo allʼappetito loro e in quello sentendo dannosa dilettazione; cosí in inferno perduti, per grande afflizion di loro, son posti in continuo esercizio di volger col petto pesi che sien loro faticosi e noiosi: e con quegli, come a diversi fini, vivendo, affannarono, diverse opinioni seguitando, cosí, lʼuno incontro allʼaltro facendosi, si percuotano e molestino, in lor maggior dolore la loro viziosa vita con ontoso verso si rimproverino. E accioché nel tormento loro si dimostri essi mai nella presente vita alcuna quiete non avere avuta, né doverla in quella sperare, vuole la giustizia che il loro discorrimento a tanta noia sia circulare.
Appresso, lʼesser queste due spezie di vizio poste sotto la giurisdizione di Plutone si dee credere non esser fatto senza ragione. [Io vi mostrai di sopra questo Plutone essere disegnato per lo padre delle ricchezze, e quello che la sua cittá, la corte, i circustanti, il carro, lo sterile matrimonio e il can tricerbero era da intendere: le quali son tutte cose spettanti ed allʼun vizio ed allʼaltro, se sanamente si riguarderá.] E perciò, comeché lʼautor non scriva questo dimonio alcuna cosa adoperare in costoro, che sotto la sua giurisdizion son dannati, nondimeno si può comprendere lui, cioè il suo significato (oltre allʼontoso verso che lʼuna parte contro allʼaltra dice), sempre con la sua presenzia raccendere nella memoria degli avari i tesori, tanto amati da loro e per molte vie acquistati e con vigilante cura guardati, essere stati da loro lasciati e, in un punto, tutti i lor pensieri, tutte le loro speranze, tutte le lor fatiche non solamente essere evacuate e vane, ma essi ancora esserne venuti a perdizione. Per che creder si dee loro con vana compunzione piangere e dolersi che, poiché pur da loro partir si doveano, non li aveano con liberale animo aʼ bisognosi participati: della qual cosa loro sarebbe seguita eterna salute, dove essi, per lo non farlo, ne san caduti in perpetua perdizione. E cosí similmente i prodighi, per lʼaspetto di Plutone si ricordano, se per caso alcuno loro uscisse di mente, deʼ loro tesori e delle loro ricchezze disutilmente, anzi dannosamente spese, donate e gittate; e dove, bene e debitamente spendendole, potevano acquistar quella gloria che mai fine aver non dee, dove per lo contrario si veggiono in tormento e in miseria sempiterna: la quale assidua ricordazione si dee credere esser loro afflizion continua e incomparabile dolore, il quale con inestinguibile fiamma sempre di nuovo accende le coscienze loro.
«Or discendiamo omai a maggior pièta», ecc. Questa è la seconda parte principale di questo settimo canto, nella quale, sí come nella esposizion testuale appare, lʼautore del cerchio quarto discende nel quinto. E avendogli la ragion dimostrato che colpa sia quella del vizio dellʼavarizia e della prodigalitá, e che tormento per quella ricevano i dannati; in questo quinto cerchio gli dimostra punirsi la colpa dellʼira e quella dellʼaccidia. Le quali accioché alquanto meglio si comprendano, e piú piena notizia sʼabbia della intenzion dellʼautore, è alquanto da dichiarare in che questi due vizi consistano, e quindi verremo a dimostrare come con la pena si confaccia la colpa.
Se noi adunque vogliam sanamente guardare, assai leggermente potrem vedere che alcuno deʼ quattro elementi non è, il quale sia tanto stimolato, tanto infestato, né tanto percosso e rivolto dal cielo, dallʼacqua e dagli uomini, quanto è la terra. Questa nelle sue parti intrinseche è con vari strumenti cavata e ricercata, accioché di quelle i metalli nascosi si traggano, evellansi i candidi marmi, i durissimi porfidi e lʼaltre pietre di qualunque ragione, facciansi cadere le fortezze sopra gli alti monti fermate, e facciansi pervie quelle parti, le quali da sé non prestavano leggermente lʼandare; questa nella sua superficie ora daʼ marroni, ora daʼ bómeri e ora dalle vanghe è rivolta, cavata e rotta e dʼuna parte in unʼaltra gittata; questa daʼ templi mirabili, dagli edifici eccelsi delle cittá grandissime è oppressa, caricata e premuta; questa dagli animali, daʼ carri, e da ponderosissimi strascinii è attrita e scalpitata; questa dal mare, daʼ fiumi e daʼ torrenti è rosa, estenuata e trasportata; questa dalle selve, dallʼerbe e dalle semente continue è poppata, sugata e munta; questa è dagli incendi evaporanti arsa, dalle folgori celestiali percossa e daʼ tremuoti sotterranei dicrollata; questa è dai diluvi dilavata, daʼ raggi solari esusta e daʼ ghiacci ristretta. Chi potrebbe assai pienamente raccontare le molestie, dalle quali ella è senza alcuna intermissione offesa e malmenata? Né per tutte le raccontate ingiurie, né per molte altre, leggiamo o veggiamo che essa alcuna volta rammaricata si sia, o si rammarichi; tanta è la sua umiltá costante e paziente. Per la qual cosa forse creder si potrebbe esser piú tosto piaciuto al nostro Creatore dʼaver di quella il corpo dellʼuom composto che dʼaltro elemento o dʼaltra materia, accioché la natura di questa, della qual fu composto, seguitando, fosse paziente, e con tolleranzia fermissima sostenesse i casi per qualunque cagione emergenti.
Le quali cose mal considerate da noi, non come térrei, ma quasi come se di fuoco fossimo stati formati, chi per nobiltá di sangue, chi per eccellenzia di dignitá, chi per altezza di stato, chi per sublimitá di scienza, chi per abbondanza di ricchezze, chi per corporal forza, chi per bellezza, chi per destrezza di membri, tanto fastidiosi divenuti siamo, teneri e déscoli e impazienti, che per ogni leggerissima cosa ci accendiamo; e, non potendo lʼun dellʼaltro sofferire i costumi, non solamente per ogni piccola ingiuria ci adiriamo, ma come fiere salvatiche daʼ cacciatori e daʼ cani irritate, in pazzo e bestial furore trascorriamo, tumultando, gridando e arrabbiando. E cosí nelle tenebre dellʼignoranza offuscati, spesse volte e noi e altrui in miseria quasi incomportabile sospignamo. Di che, provocata sopra noi la divina ira, avviene che la sua giustizia ne manda in parte, dove gli splendor mondani e le ricchezze e le dignitá avute son per niente, e noi non altramenti che porci siamo avviluppati, convolti e trascinati in puzzolente e fastidioso loto, dove con misera ricordazione e continua, senza pro, cognosciamo che noi eravam térrei, quando, adirati, di percuotere il cielo non che altro ci sforzavamo. Alla dimostrazione della qual cosa accioché deducendoci pervegnamo, prima mi par di dimostrare in che questo vizio consista, che di procedere ad altro; accioché per questa dichiarazione sia meglio conosciuto, e, per conseguente, dal meglio conosciuto meglio guardar ci possiamo, e, oltre a ciò, con men difficultá veggiamo come attamente lʼautor disegni dalla giustizia di Dio essere alla colpa dato conveniente supplicio.
Dico adunque che, secondo che ad Aristotile pare nel quarto dellʼEtica, che lʼira, la quale meritamente si dee reputar vizio, è un disordinato appetito di vendetta; e perciò pare questa esser causata da tristizia nata nellʼadirato, per alcuna ingiuria ricevuta in sé o in altrui di cui gli caglia o nelle sue cose, o falsa o vera che quella ingiuria sia. E in tanto è questo appetito vizioso, in quanto questi cotali iracundi si turbano verso coloro, verso li quali non è di bisogno turbarsi, e per quelle cose per le quali turbar non si deono, e quando turbar non si deono, e ancora piú velocemente che non deono, e piú tempo perseverano in stare adirati che essi non deono.
E di questi cotali adirati o iracundi, secondo che Aristotile medesimo dimostra, son tre maniere. La prima delle quali è quella dʼalcuni, che, per ogni menoma cosa che avviene, non che per le maggiori, solamente che loro non sodisfaccia, subitamente sʼadirano e gridano e prorompono in furore; ma in essa non lungamente perseverano, quasi lor sia bastevole dʼaversi mostrati adirati, o perché subitamente vien lor fatto di prender vendetta della cosa per la quale adirati si sono; e cosí esalata lʼira, ritornano nella quiete prima. La qual cosa in questi cotali è commendabile, quantunque non sia perciò stata la colpa dellʼadirarsi minore. Eʼ pare che in questa spezie dʼira sieno fieramente inchinevoli coloro, li quali sono di complession collerica, dalla velocitá o sottigliezza della quale par che venga questa subitezza.