Resta a vedere del vizio opposito allʼiracundia, il quale in questa medesima padule di Stige si punisce con glʼiracundi, cioè lʼaccidia. Alla quale rimuovere delle menti umane, assai cose ne sono dalla natura delle cose mostrate, oltre agli ammaestramenti datine dalla filosofia e dagli uomini virtuosi: ma, se ogni altra cosa dinanzi dagli occhi del nostro intelletto e deʼ corporali levata ne fosse, assai forza dovrebbe avere, al sospignerci ad esser neʼ tempi debiti in continuo esercizio, il riguardare la bruna schiera delle formiche, piccolissimi animali, nel tempo estivo, le quali, se noi ogni cosa vorremo attendere, senza aver né astrolago o altro maestro, senza vedere albero o prato fiorito, senza salire in alcun luogo rilevato a considerare se incerate son le biade neʼ campi, o altra qualitá di tempo, come talvolta fanno i naviganti; dentro dalla sua cava standosi, cognoscono quando la state ne viene, e quando sono le semente mature, e in quali contrade si ricolgano; e allora, purgata la via e aperta lʼuscita della sua cava, la qual per ventura le piove del verno e i piedi degli animali aveano riturata, a piena schiera tutte escon fuori, e senza guida alcuna, tutte si dirizzano allʼaie, dove i lavoratori le biade segate ragunano e battono e mondano, e aʼ granai neʼ quali quelle ripongono, e a qualunque altro luogo per li campi fosser per ventura ristrette. E quivi ottimamente dalla lor natura ammaestrate, discernendo dalla paglia le granella, quello che possono prendono; e, vòlti i passi loro, sollecitamente, senza aver chi le stimoli o solleciti altri che se medesime, con quel che preso hanno, ritornano alla lor tana; e quello salvamente riposto, senza alcuna intermissione, quanto il sole sta sopra la terra, ritornano al cominciato uficio. Né son contente dʼun sol dí essersi faticate, ma, mentre il caldo dura, ciascuna mattina col sole levandosi, ritornano al loro esercizio; mostrando assai bene, in quello, essere a loro manifesto quello nel verno non potere operarsi, sí per le piove continue, e sí perché quello che la state truovano in molte parti e presto è aperto loro, quello il verno troverebbono in poche e serrato; avvedendosi ancora che, se cosí nellʼabbondanza della state fatto non avessono o non facessono, convenirle di verno perir di fame.

La qual cosa sanamente riguardata, non dubito che a ciascuno non prestasse utile dimostrazione contro allʼoziositá, e contro al porre indugio alle cose opportune e a dovere, quanto è per lo corpo, sí adoperare nella nostra fervida etá, cioè nella giovinezza, che poi, vegnendo nella fredda e impotente vecchiezza, si potesse senza vergogna e senza stento aspettar lʼultimo giorno, quando a Dio piacesse mandarlo: e, oltre a ciò, per la futura vita, mentre prestato nʼè nella presente vita, adoperare che, vegnendo il freddo della morte, noi possiamo avere lieto e glorioso luogo intraʼ beati, e non esser gittati nella morte perpetua dello ʼnferno, dove sará pianto e stridor di denti. Ma, percioché lʼaddormentato intelletto di molti, né per disciplina, né per sollecitudine, né per utili esempli non si può destare né inducere da alcuni stimoli a volere la fatica, la solerzia, il discreto esempio del piccolo animale, non che imitare ma pur riguardare; avviene spesso che questi cotali in questa vita vengono in estrema miseria, e nellʼaltra tuffati bollono nella palude di Stige, come nel presente canto ne discrive lʼautore.

E accioché piú chiaramente si comprenda che vizio questo sia, e per conseguente meglio ce ne sappiamo guardare, ed, oltre a ciò, piú leggermente vedere quello che voglia lʼautor sentire per la pena loro attribuita dalla divina giustizia; dico [che lʼaccidia], secondo che nel quarto dellʼEtica mostra ad Aristotile di piacere, colui essere accidioso, il quale dove bisogna non sʼadira, dicendo essere atto di stolto il non adirarsi, dove e quanto e in quel che bisogna; percioché pare che questo cotale non abbia sentimento dʼuomo, e però di nulla cosa sʼattristi, e cosí non essere vendicativo: e aggiugne che sostenere lo ʼngiuriante e il non aver gli amici in prezzo sia atto servile. Della qual sentenza considerata bene la cagione, credo nʼapparirá ogni altra cosa che allʼaccidioso sʼattribuisce dover nascere e venire. Che dobbiam noi credere altro di questa rimession dʼanimo dellʼaccidioso, se non quella procedere da un torpore, da una viltá, da una oziositá di mente, per le quali esso senza turbarsi sostiene le ʼngiurie? Se ciò avvenisse per umiltá, o per essere obbediente aʼ comandamenti di Dio, come molti santi uomini hanno giá fatto, non potrebbe però senza alcuna perturbazion dʼanimo essere avvenuto; percioché non può vittoria seguire, dove il nemico non è comparito, e dove battaglia non è stata; e noi diciamo i santi uomini essere stati vittoriosi nelle passioni. Turbasi adunque il santo e savio uomo, quante volte vede o ode in sé o in altrui dire o operare quello, che né dire né operare si convenga; ma prima chʼegli lasci tanto avanti la perturbazion procedere, che ad atto di peccato potesse pervenire, con umiltá e con buona pazienza vince la turbazione, e di questa vittoria merita. Ma lʼaccidioso non è cosí; percioché non per virtú, ma per cattivitá è paziente, e tutto dimessosi per la viltá dellʼanimo suo allʼozio, in tutti i suoi pensieri, in tutte le sue meditazioni sʼattrista, ognora divenendo piú vile, intanto che la sua vita, quasi non fosse vivo, trapassa; e in essa dolorosa non è cosa alcuna, quantunque menoma, la quale esso sʼattenti di cominciare; e, se pur tanto lo ʼnfesta la necessitá che egli alcuna ne cominci, nel cominciamento medesimo invilisce, sí che, le piú volte intralasciatala, non la conduce alla fine. Il tempo freddo il rattrappa, il caldo il dissolve, il giorno gli è noioso e la notte grave; ciascheduna ora, e in qualunque stagione, ha in sé, al giudicio del pigro, alcuno impedimento intorno alle cose che occorrono da fare, e cosí il tempo nuvolo e ʼl sereno. La cura familiare sempre gli peggiora tra le mani; non visita, non sollecita le possession sue, non i lavorator di quelle, non i servi, e lʼessergli di quelle i frutti diminuiti non se ne cura per tracutanza. Alle publiche cose non ardirebbe di salire, alle quali se pur sospinto fosse per li meriti dʼalcun suo, come uno addormentato si starebbe in quelle; il letto, le notti lunghissime e i sonni, non piú corti che quelle, gli sono graziosissimo e disiderabile bene; la solitudine, le tenebre e il silenzio prepone ad ogni dilettevole compagnia.

[Ma, posponendo gli atti morali e alquanto parlando degli spirituali, non visita glʼinfermi, non visita glʼincarcerati, non sovviene di consiglio aʼ bisognosi, non visita la chiesa, non onora il corpo di Cristo per non trarsi il cappuccio, allʼusanza di Fiandra, non si confessa aʼ tempi, non prende i sacramenti, non dispone né i fatti dellʼanima né quegli del corpo.]

Ma a che molte parole? Lʼuomo si potrebbe stendere assai, volendo pienamente raccontare ogni parte di questa miseria; ma, percioché disutile è la materia, in poche conchiudendo le molte parole, dico che la vita dellʼaccidioso è, quanto piú può, simigliante alla morte.

È nondimeno questo vizio origine e cagione di molti mali: di costui nasce non solamente povertá, ma indigenzia e miseria, nella quale rognoso, scabbioso, bolso, malinconico e pannoso si diviene; nasce ancor da costui afflizion dʼanimo, odio di se medesimo e rincrescimento di vita; nascene ignoranza di Dio, vilipension di virtú, perdimento di fama e moltitudine di pensier vani; tiepidezza di spirito, prolungazion dʼopere e fastidio general dʼogni bene; e ultimamente, dopo la trista vita, eterna perdizion dellʼanima.

E percioché tutti gli atti di coloro, li quali sono da questo vizio occupati, sono freddi, torpenti e rimessi, e, in quanto possono, nascosi e occulti, gli fa assai convenientemente lʼautore stare nascosi e riposti, senza potere esser veduti, nel fangoso fondo della misera palude bogliente, nera e nebolosa; e in quella gorgogliare con la gola piena del fastidio di quella, e piagnere e senza pro dolersi della vita trista e nigligente, la qual menarono. Volendo per questo sʼintenda primieramente, per lo calor della padule, il calor della divina ira, il quale, sí come contrario alla freddezza del lor peccato, gli tormenta e punisce in gravissimo e intollerabile dolore. E per lʼessere la palude nera, vuol sʼintenda la tenebrosa lor vita, e la oscuritá delle loro opere, delle quali mai luce alcuna non apparve. E per questo ancora vuole loro stare tuffati, sotterrati e occulti sotto lʼonde, accioché si comprenda loro nella presente vita non essere per alcuna loro operazione stati conosciuti. Lʼessere la padule nebulosa, o fumosa che vogliam dire, è a dimostrare la caligine della ignoranza, della quale furono offuscati gli occhi dello ʼntelletto loro, li quali mai riguardar non vollono sé essere uomini nati ad esercizio laudevole e non a detestabile ozio. Lʼavere la strozza piena di fango, e gorgogliare, in quali cose il lor misero adoperare si faticasse, il quale in alcuna altra cosa non si distese, se non in pensieri e in meditazion malinconiche, le quali son di natura terree, e, sí come grosse e fastidiose, hanno ad oppilare i meati della chiarezza del suono della laudevole fama, della quale niente curano gli accidiosi.


CANTO OTTAVO