I

Senso letterale

[Lez. XXXIII]

«Io dico, seguitando, chʼassai prima», ecc. Continuasi lʼautore in questo canto alle cose precedenti in questa forma che, avendo nella fine del precedente canto mostrato come, alquanto aggirata della padule di Stige, pervenissero a piè dʼuna torre; nel principio di questo dimostra quello che, avanti al piè della torre pervenissero, vedessero, discrivendo poi quello che di ciò che videro seguisse: e intende lʼautore dimostrare in questo come, trasportati da Flegias dimonio per nave, pervenissero alla porta della cittá di Dite. E dividesi il presente canto in quattro parti: nella prima dimostra lʼautore come, vedute certe fiamme sopra due torri, distanti lʼuna allʼaltra, un demonio chiamato Flegias venisse in una barchetta, e come in quella Virgilio ed esso discendessero; nella seconda discrive lʼautore ciò che, navicando per la palude, udisse e vedesse dʼuno spirito chiamato Filippo Argenti; nella terza mostra come, giunti nel fosso della cittá di Dite, e quindi alla porta di quella pervenissero; nella quarta pone la raccolta fatta loro daʼ demòni, che sopra la porta o allʼentrata della porta erano, e come, avendo Virgilio parlato con loro, gli fosse da loro chiusa la porta nel petto, e turbato a lui se ne tornasse, e quel che dicesse. La seconda comincia quivi: «Mentre noi correvam»; la terza quivi: «Quivi il lasciammo»; la quarta quivi: «Non senza prima far».

Dice adunque nella prima: [«Io dico, seguitando». Nelle quali parole si può alcuna ammirazion prendere in quanto, senza dirlo, puote ogni uom comprendere esso aver potuto seguire la materia incominciata; e sí ancora che, per insino a qui, non ha alcunʼaltra volta usato questo modo di continuarsi alle cose predette. E perciò, accioché questa ammirazion si tolga via, è da sapere che Dante ebbe una sua sorella, la quale fu maritata ad un nostro cittadino chiamato Leon Poggi, il quale di lei ebbe piú figliuoli, traʼ quali ne fu uno di piú tempo che alcun degli altri, chiamato Andrea, il quale maravigliosamente nelle lineature del viso somigliò Dante, e ancora nella statura della persona, e cosí andava un poco gobbo, come Dante si dice che facea, e fu uomo idioto, ma dʼassai buon sentimento naturale e neʼ suoi ragionamenti e costumi ordinato e laudevole; del quale, essendo io suo dimestico divenuto, io udiʼ piú volte deʼ costumi e deʼ modi di Dante, ma, tra lʼaltre cose che piú mi piacque di riservare nella memoria, fu ciò che esso ragionava intorno a quello di che noi siamo al presente in parole.]

[Diceva adunque che, essendo Dante della setta di messer Vieri deʼ Cerchi, e in quella quasi uno deʼ maggiori caporali, avvenne che, partendosi messer Vieri di Firenze con molti degli altri suoi seguaci, esso medesimo si partí e andossene a Verona. Appresso la qual partita, per sollecitudine della setta contraria, messer Vieri e ciascun altro che partito sʼera, e massimamente deʼ principali della setta, furono condennati, sí come ribelli, nellʼavere e nella persona, e tra questi fu Dante: per la qual cosa seguí che alle case di tutti fu corso a romor di popolo, e fu rubato ciò che dentro vi si trovò. È vero che, temendosi questo, la donna di Dante, la qual fu chiamata madonna Gemma, per consiglio dʼalcuni amici e parenti, aveva fatti trarre dalla casa alcuni forzieri con certe cose piú care, e con iscritture di Dante, e fattigli porre in salvo luogo. E, oltre a questo, non essendo bastato lʼaver le case rubate, similmente i parziali piú possenti occuparono chi una possesione chi unʼaltra di questi condennati: e cosí furono occupate quelle di Dante. Ma poi, passati ben cinque anni o piú, essendo la cittá venuta a piú convenevole reggimento che quello non era quando Dante fu condennato, dice le persone cominciarono a domandar loro ragioni, chi con un titolo chi con un altro, sopra i beni stati deʼ ribelli, ed erano uditi: per che fu consigliata la donna che ella, almeno con le ragioni della dote sua, dovesse deʼ beni di Dante raddomandare. Alla qual cosa disponendosi ella, le furon di bisogno certi stromenti e scritture, le quali erano in alcuno deʼ forzieri, li quali ella in su la furia del mutamento delle cose aveva fatti fuggire, né poi mai gli aveva fatti rimuovere del luogo dove diposti gli aveva. Per la qual cosa diceva questo Andrea che essa aveva fatto chiamar lui, sí come nepote di Dante, e, fidategli le chiavi deʼ forzieri, lʼaveva mandato con un procuratore a dover recare delle scritture opportune. Delle quali mentre il procuratore cercava, dice che, avendovi altre piú scritture di Dante, tra esse trovò piú sonetti e canzoni e simili cose; ma, tra lʼaltre che piú gli piacquero, dice fu un quadernetto, nel quale di mano di Dante erano scritti i precedenti sette canti; e però presolo e recatosenelo, e una volta ed altra rilettolo, quantunque poco ne ʼntendesse, pur diceva gli parevan bellissima cosa. E però diliberò di dovergli portare, per saper quel che fossero, ad un valente uomo della nostra cittá, il quale in queʼ tempi era famosissimo dicitore in rima, il cui nome fu Dino di messer Lambertuccio Frescobaldi; il qual Dino, essendogli maravigliosamente piaciuti, e avendone a piú suoi amici fatta copia, conoscendo lʼopera piú tosto iniziata che compiuta, pensò che fossero da dover rimandare a Dante, e di pregarlo che, seguitando il suo proponimento, vi desse fine. E, avendo investigato e trovato che Dante era in quei tempi in Lunigiana con un nobile uomo deʼ Malispini, chiamato il marchese Morruello, il quale era uomo intendente e in singularitá suo amico, pensò di non mandargli a Dante, ma al marchese, che gliele mostrasse, e cosí fece; pregandolo che, in quanto potesse, désse opera che Dante continuasse la ʼmpresa, e, se potesse, la finisse.]

[Pervenuti adunque i sette canti predetti alle mani del marchese, ed essendogli maravigliosamente piaciuti, gli mostrò a Dante; e, avendo avuto da lui che sua opera erano, il pregò gli piacesse di continuare la ʼmpresa. Al qual dicono che Dante rispuose:—Io estimava veramente che questi, con altre mie cose e scritture assai, fossero, nel tempo che rubata mi fu la casa, perduti, e però del tutto nʼavea lʼanimo e ʼl pensiero levato: ma, poiché a Dio è piaciuto che perduti non sien, ed hammegli rimandati innanzi, io adopererò ciò che io potrò di seguitare la bisogna, secondo la mia disposizion prima.—E quinci rientrato nel pensiero antico, e reassumendo la intralasciata opera, disse in questo principio del canto ottavo: «Io dico, seguitando» alle cose lungamente intralasciate.]

[Ora questa istoria medesima puntualmente, quasi senza alcuna cosa mutarne, mi raccontò giá un ser Dino Perini, nostro cittadino e intendente uomo, e, secondo che esso diceva, stato quanto piú esser si potesse familiare e amico di Dante; ma in tanto muta il fatto, che esso diceva non Andrea Leoni, ma esso medesimo essere stato colui, il quale la donna avea mandato aʼ forzieri per le scritture, e che avea trovati questi sette canti, e portatigli a Dino di messer Lambertuccio. Non so a quale io mi debba piú fede prestare; ma qual che di questi due si dica il vero o no, mʼoccorre nelle parole loro un dubbio, il quale io non posso in maniera alcuna solvere che mi soddisfaccia. E il dubbio è questo. Introduce nel sesto canto lʼautore Ciacco, e fagli predire come, avanti che il terzo anno, dal dí che egli dice, finisca, convien che caggia dello stato suo la setta, della quale era Dante. Il che cosí avvenne, percioché, come eletto è, il perdere lo stato la setta Bianca e il partirsi di Firenze fu tutto uno: e però, se lʼautore si partí allʼora premostrata, come poteva egli avere scritto questo? e non solamente questo, ma un canto piú? Certa cosa è che Dante non avea spirito profetico, per lo quale egli potesse prevedere e scrivere, e a me pare esser molto certo che egli scrisse ciò che Ciacco dice poi che fu avvenuto; e però mal si confanno le parole di costoro con quello che mostra essere stato. Se forse alcun volesse dire lʼautore, dopo la partita deʼ Bianchi, esser potuto occultamente rimanere in Firenze, e poi avere scritto anzi la sua partita il sesto e il settimo canto, non si confá bene con la risposta fatta dallʼautore al marchese, nella qual dice sé avere creduto questi canti con lʼaltre sue cose essere stati perduti, quando rubata gli fu la casa. E il dire lʼautore aver potuto aggiungere al sesto canto, poi che gli riebbe, le parole le quali fa dire a Ciacco, non si può sostenere, se quello è vero che per i due superiori si racconta, che Dino di messer Lambertuccio nʼavesse data copia a piú suoi amici; percioché pur nʼapparirebbe alcuna delle copie senza quelle parole, o pur per alcuno antico, o in fatti o in parole, alcuna memoria ne sarebbe. Ora, come che questa cosa si sia avvenuta o potuta avvenire lascerò nel giudicio deʼ lettori; ciascun ne creda quello che piú vero o piú verisimile gli pare.]

[Tornando adunque al testo, dice:] «Io dico, seguitando» alle cose predette, «chʼassai prima Che noi», cioè Virgilio ed io, «fossimo al piè de lʼalta torre», alla quale nella fine del precedente canto scrive che pervennero, «Gli occhi nostri nʼandâr», riguardando, «suso alla cima», cioè alla sommitá della torre predetta. E appresso dimostra la cagione perché gli occhi verso la cima levarono, dicendo: «Per due fiammette», cioè piccole fiamme, «che vedemmo porre», in su quella sommitá della torre, «E unʼaltra», fiamma, «di lungi» da questa torre, «render cenno», sí come far si suole per le contrade nelle quali è guerra, che, avvenendo di notte alcuna novitá, il castello o il luogo, vicino al quale la novitá avviene, incontanente per un fuoco o per due, secondo che insieme posti si sono, il fa manifesto a tutte le terre e ville del paese. E dice che questo cenno dʼuna fiamma fu renduto di lontano, «Tanto, chʼappena il potea lʼocchio tôrre», cioè discernere [altro]. Ma pure, poi che tolto lʼebbe, dice: