V
Le Rubriche in prosa alla «Divina Commedia» di Dante Alighieri
Si leggono autografe nel codice Chigiano L. VI. 213, dove sono distribuite in testa ai singoli canti, copiati dal Boccaccio con grande accuratezza. Nel cod. giá Barberiniano 2191 ed ora Vaticano Barber. lat. 4071, della fine del sec. XIV, si leggono tutte di séguito, con la soscrizione «Iohannes Boccacci de Certaldo Florentinus opus fecit»; e di séguito si leggevano in quel ms. del Cinquecento, donde furono pubblicate, molto scorrette, nel 1843 a Venezia per la prima volta[22].
Queste rubriche dovettero godere assai per tempo buona riputazione, se si pensò di trascriverle riunite come in un’operetta a sé, staccandole dai canti ai quali dovevano andar congiunte. Esse «potranno parere a chi non ne conosce altre delle antiche, una povera cosa, e certo non sono, né possono essere, capilavori d’arte; ma a chiunque abbia presenti quelle che di
solito si leggono negli antichi codici della Commedia parranno di tanto superiori ad esse, di quanto, poniamo, la struttura dell’ottava boccaccesca supera quella dell’ottava dei cantastorie popolari. È manifesto l’intendimento, e notevole l’abilitá, di compendiare e condensare con esattezza e chiarezza il contenuto sostanziale di ogni canto; e, d’altra parte, la espressione rivela assai spesso un particolare studio dell’eleganza; tutti pregi che mancano alle altre rubriche dantesche di quei tempi, poco degne davvero di Dante e del suo poema[23]».
Con la Vita e le Redazioni compendiose, col Comento, gli Argomenti in terza rima e le Rubriche in prosa vengono a raccogliersi per la prima volta in un sol corpo tutti gli scritti che il Boccaccio compose intorno alle vicende e alle opere del suo grande concittadino. Tale raccolta non sarebbe stata possibile senza gli studi precedenti del Rostagno, del Barbi e del Vandelli, giá additati in questa Nota: qui ripeto i nomi di quegli insigni studiosi, perché vada ad essi il merito che loro compete. In particolare esprimo la mia riconoscenza a Giuseppe Vandelli per la cordiale larghezza con cui egli ha messo a profitto di questa edizione la sua competenza e la sua singolare preparazione sui testi boccacceschi intorno a Dante, de’ quali sono stati riconosciuti gli autografi. Pel testo del Comento, che questa edizione presenta in modo affatto nuovo e insospettato finora (con la necessaria conseguenza che la critica spesa attorno a quest’opera debba essere in parte rivista), mi è giovato «ad ora ad ora» manifestare le mie idee a Pio Rajna, a Francesco Torraca, ad Ernesto Giacomo Parodi, a Francesco Flamini, ad Achille Pellizzari, a Benedetto Croce, Cl. Paolo Savj-Lopez e ad altri maestri ed amici; ma ciò sia detto senza preoccupare o prevenire il loro giudizio, che, al pari di quello di ogni altro studioso, potrá esser definitivo soltanto sull’esame del lavoro compiuto. Fausto Nicolini, tra gli altri carichi, si è assunto quello di rivedere e rettificare la grafia e l’interpunzione; e la fatica della correzione delle bozze l’ha divisa molte volte con me, come cura familiare, Bianca Guerri Marcolongo, che ha pure collaborato alla compilazione dell’Indice dei nomi, nel quale, in servigio degli studiosi, ho voluto riportare le citazioni degli autori, numerosissime nel testo del Comento (ma desunte per lo piú, in ispecie quelle dei classici, dal De Genealogiis e dalle altre opere boccaccesche di erudizione), sulla guida fidata di Paget Toymbee[24].
Devo aggiungere che questo lavoro, per il quale non ho risparmiato fatiche, è stato eseguito in condizioni assai sfavorevoli. Troncato allo scoppio della guerra, fu ripreso durante una lunga convalescenza, e condotto a termine tra il campo e la caserma, spesso senza alcun sussidio di libri, senza i miei appunti. E in questo tempo perdetti te, o Madre, che mi chiamavi al tuo capezzale nel giorno stesso in cui io, spezzato il braccio e passato il petto da parte a parte tra i reticolati sopra Polazzo, parvi dovere, secondo la legge di natura, soccombere, e pur prolungasti le tue dure sofferenze sino a che non giunsi a raccogliere l’ultimo bacio sulle tue labbra benedicenti. E perdetti anche te, o Pietro, su cui l’agra morte sorvolò tante volte al San Marco di Gorizia, per abbatterti contro le onde dell’Egeo, rigide d’inverno, dal Minas infausto; te, o Fratello, di cui quattro bimbi aspettano ancora le conosciute carezze. Nella memoria vostra, o Madre, o Fratello, do termine a queste pagine, di cui nessuna s’è chiusa senza un pensiero per Voi.