[3] In questo codice sono rimaste in bianco parte della seconda col. di c. 81 r e le cc. 82-83. La lacuna va dalle parole «I cittadin, cioè i fiorentini, della cittá partita, peroché in que’ tempi Firenze», alle parole «Vuolsi questa lettera intendere interrogative e con questo ordine: Ahi giustizia di Dio, chi stipa», cioè da p. 171 a p. 203 del II vol. di questa edizione; inoltre il detto codice si tronca alle parole «la cittá giá se ne dolea in quanto molti scandali e molti mali e uccisioni», in corrispondenza di p. 23, vol. III.
[4] Da questo codice è stata asportata la c. 172, sicché esso presenta una lacuna tra le parole «È il Quarnaro un seno di mare il qual nasce del mare Adriano e va verso tramontana e quivi divide Italia dalla Schiavonia e chiamasi», in corrispondenza di p. 21, vol. III, e le parole «e quinci viene arcano, la cosa segreta», in corrispondenza di p. 24, vol. III.
[5] Questo bel codice incomincia con le parole: «Galeotto fu il libro e chi lo scrisse. Scrivesi ne’ predetti romanzi che un prencipe» in corrispondenza di p. 145, vol. II. Probabilmente era diviso in due parti, delle quali la prima è andata perduta.
[6] R, a c. 20 v., alle parole «e ’l Mosca, perché fu scismatico, nel... canto» (pres. ediz., II, 180), omette fra «nel» e «canto» il numero che dovrebbe leggervisi, riempiendo lo spazio con un «nol dice», della medesima mano, in piú minuta scrittura; in S la stessa lacuna non è colmata; ed essa doveva trovarsi «nell’originale» di M1, perché in quest’ultimo codice, a p. 235, il numero del canto apparisce scritto posteriormente alla riga e costretto a stento nello spazio lasciato prima in bianco. M2 in questo caso non offre riscontri, perché il passo cade nella lunga lacuna segnalata di sopra.
[7] Segnalo le seguenti, delle quali ho voluto lasciar traccia in questa edizione: I, 126-7 «Questo soluto, ne resta venire, ecc., ut supra.—Resta a venire all’ordine della lettura...»; ib., p. 159 «si possono due ragioni dimostrare...», cui pur s’aggiunge una terza ragione a p. 161.
[8] È giusto ch’io rammenti che, pur non avendo affacciato neanche io alcun sospetto sulla genuinitá del Comento in ciascuna sua parte, ebbi però giá, dal solo esame stilistico, a rilevare che piú e piú tratti di quest’opera, e in sé e al confronto delle pagine o proprie o altrui, dalle quali il B. li avrebbe derivati, appariscono indegni del grande scrittore. Cfr. pp. 7, 9, 25-6 con la n. 2, del mio scritto Caratteri e forma del Comento di G B. sopra la Commedia di D. (Barga, 1913). Allora era il disagio dello studioso in cerca dei veri dati del suo problema: la prima stesura, la fretta, «la vecchiaia, che, se pur lascia valido il tronco, ne sfronda il verde» (ib., p. 10), erano un’impostazione provvisoria. I veri dati e la risoluzione si son presentati dopo a mano a mano, attraverso l’esame dei codici e la susseguente ripresa in esame del testo. Allo scritto cit., p. 4, n. 2, rimando per la bibliografia sul Comento: aggiungasi O. Bacci, Il B. lettore di Dante, Firenze, Sansoni, 1913.
[9] Il fatto che il Buti avesse saccheggiato il proemio del Boccaccio, trasportandone nel suo tanta parte, non poteva non essere rilevato con meraviglia. Silvestro Centofanti, nella introduzione alla diligente edizione di Crescentino Giannini, s’ingegnò di scagionare il buon frate, ricorrendo per extrema ratio all’«uso dei tempi». Ma la veritá è che l’uso dei tempi, per certo piú accondiscendente dell’uso nostro, non basta a spiegare un plagio che sviluppa tutto un sistema di idee, e che non ha riscontro nel séguito dell’opera, ove e il Boccaccio e Guido da Pisa e altri, quando accade che sian fonte dell’idea, non porgono insieme con essa l’espressione, e inoltre vengon citati, proprio come è citato il Boccaccio per il nome di Commedia, ch’è pagina sua (e cfr., nel séguito del testo, gli altri pochi rimandi che il Buti fa al certaldese). S’aggiunga che un’introduzione scolastica sviluppata su di uno schema che, ognuno che ne sappia, può riconoscere tradizionale, s’addice bene al Buti, maestro di grammatica, lettore nello Studio di Pisa, qualificato a ragione «il grammatico» tra gli antichi commentatori di Dante (C. Hegel, Ueber den historischen Werth der älteren Dante-Commentare, p. 54); al Boccaccio, scrittore grande e originale, no.
[10] Cfr. «poliseno» (è però lezione che ha riscontro nelle stampe del De Genealogiis); cfr. «iustitia praemiandi et puniendi».
[11] La rubrica è di altra mamo, ed è posteriore, ma del sec. XV.
[12] M1 e S leggono «non era» (M1 è stato poi corretto da mano piú recente); R legge «non c’era»; in M2 il passo cade nella lacuna segnalata di sopra.