«E ’l tronco suo». Qui comincia la quinta parte della parte seconda di questo canto, nella quale lo spirito schiantato si rammarica; e però dice: «E ’l tronco suo», cioè quel pruno, donde còlto avea, o ver troncato il ramuscello; o, secondo che spongono altri, il tronco suo, cioè quella particella tronca da quel gran pruno; «gridò:—Perché mi schiante?».—E queste parole paiono assai dimostrare la parte schiantata esser quella che parlò, e non quella donde fu schiantata, comeché appresso paia pure aver parlato e parlare il pruno. «Da che fatto fu poi di sangue bruno», cioè tinto, il quale usciva del pruno, per quella parte donde era stato schiantato il ramuscello: «Ricominciò a gridar:—Perché mi scerpi? Non hai tu spirto di pietade alcuno?». Quasi voglia qui l’autore mostrare avere i dannati compassione l’uno delle pene dell’altro; e questo mostra, in quanto questo pruno non sapeva che l’autor fosse piú uomo che spirito. Poi segue e mostragli nelle sue parole perché di lui doveva avere alcuna pietá, dicendo: «Uomini fummo», nell’altra vita, «ed or siam fatti sterpi», in questa; «Ben dovrebb’esser la tua man piú pia», in ritenersi di non avermi schiantato, «Se stati fossimo anime di serpi», le quali, peroché crudeli animali sono, forse parrebbe che meritato avessero che verso loro non s’usasse alcuna pietá.

Appresso queste parole del pruno, per una comparazion dimostra in che maniera le parole uscissero di questo pruno, e dice: «Come d’un stizzo verde, ch’arso sia Dall’un de’ capi, che dall’altro», capo, «geme», acqua, come spesse volte veggiamo; e non solamente geme acqua, ma ancora cigola, cioè fa un sottile stridore, quasi a modo d’un sufolare: «E cigola per vento che va via».

Egli è vero che ogni animale vegetativo in nudrimento di sé attrae con le sue radici quella parte d’ogni elemento che gli bisogna; e perciò quella parte, che trae dal fuoco e dalla terra, consiste nella soliditá del legno; e, senza alcun sentore, ardendo il legno, si riprende il fuoco quello che di lui è nel legno, e similmente quello, che v’è terreo, converte in terra. Ma dell’umido e dell’aere non avvien cosí, percioché, essendo l’umido, si come da suo contrario, cacciato dal fuoco, ricorre a quella parte donde noi il veggiamo uscire, e per li pori del legno ne geme fuori. Ma questa umiditá non fa nel suo uscire fuori alcun romore: l’aere, ancora per non esser dal fuoco risoluto, gli fugge innanzi, e, quando tiene la via che fa l’umido, volendo tutto insieme esalare, e trovando i pori stretti, uscendo per la strettezza di quelli, fa col suo impeto quello stridore o «cigolare» che dir vogliamo; e, convertito dall’impeto in vento, va via.

Dice adunque che «Cosí di quella scheggia», cioè di quel legno, «usciva insieme, Parole e sangue», come dello stizzo acqua e vento; «ond’io lasciai la cima», cioè il ramuscello che schiantato avea, «Cadere, e stetti come l’uom che teme», parendogli aver fatto men che bene. Ma Virgilio, vedendolo spaventato, supplí prestamente quanto bisognava, e a sodisfare all’offeso e a rassicurar l’autore, dicendo:

—«S’egli avesse». Qui comincia la sesta parte di questa seconda parte principale, nella quale Virgilio il consola, e domandalo chi egli è. Dice adunque:—«S’egli avesse potuto creder prima», che egli avesse schiantato questo ramuscello—«Rispose il duca mio,—anima lesa», cioè offesa, «Ciò c’ha veduto», con lo schiantare il ramuscello, «pur con la mia rima», cioè con le parole mie sole: e vuolsi questa lettera cosí ordinare: «Il duca mio rispose.—O anima lesa, se egli avesse prima potuto pur con la mia rima credere ciò che ha veduto, Non avrebbe egli in te la man distesa», a cogliere il ramuscello: «Ma la cosa incredibile», cioè che di voi uscissero i guai, li quali esso sentiva, «mi fece Indurlo ad ovra, ch’a me stesso pesa», cioè a schiantare quel ramo dalla tua pianta. «Ma digli chi tu fosti, sí che, invece», cioè in luogo, «D’alcuna ammenda», all’offesa la qual fatta t’ha, «tua fama rinfreschi», cioè rinnuovi, col dire alcuna cosa laudevole di te, «Nel mondo sú, dove tornar gli lece»,—cioè è lecito, sí come ad uomo che ancora vive e non è dannato.

«E ’l tronco:—Sí». Qui comincia la settima parte della seconda principale di questo canto, nella quale lo spirito dice chi egli è, e però comincia: «E ’l tronco:—Sí col dolce dir», cioè con la soavitá delle tue parole, «m’adeschi», cioè mi pigli, e spezialmente in quanto m’imprometti di rinfrescar la fama mia nel mondo. «Ch’io non posso tacere», che io non ti manifesti quello di che tu mi domandi; e però «e voi non gravi», cioè non vi sia noioso, «Perch’io un poco a ragionar m’inveschi», cioè mi distenda, mostrandovi quello, per che meritamente potrá rinfrescare la fama mia.

«Io son colui che tenni ambo le chiavi». Qui dimostra lo spirito chi egli è, ma nol dichiara per lo propio nome, ma per alcuna circunlocuzione, nella quale egli intende di dimostrare la preeminenza la quale ebbe in questa vita, e, oltre a ciò, la cagione che da quella il togliesse, e fosse cagione della sua morte; e ancora dimostra la innocenza sua, credendo per questa circunlocuzione essere assai ben conosciuto. E però, accioché con men fatica s’intenda questa sua circunlocuzione, è da sapere che costui fu maestro Piero dalle Vigne della cittá di Capova, uomo di nazione assai umile, ma d’alto sentimento e d’ingegno; e fu ne’ suoi tempi reputato maraviglioso dettatore, e ancora stanno molte delle pistole sue, per le quali appare quanto in ciò artificioso fosse; e per questa sua scienza fu assunto in cancelliere dell’imperador Federigo secondo, appo il quale con la sua astuzia in tanta grazia divenne, che alcun segreto dello ’mperadore celato non gli era, né quasi alcuna cosa, quantunque ponderosa e grande fosse, senza il suo consiglio si deliberava; per che del tutto assai poteva apparire costui tanto potere dello ’mperadore, che nel suo voler fosse il sí e il no di ciascuna cosa. Per la qual cosa gli era da molti baroni e grandi uomini portata fiera invidia; e, stando essi continuamente attenti e solleciti a poter far cosa, per la quale di questo suo grande stato il gittassero, avvenne, secondo che alcuni dicono, che avendo Federigo guerra con la Chiesa, essi, con lettere false e con testimoni subornati, diedero a vedere allo ’mperadore questo maestro Piero aver col papa certo occulto trattato contro allo stato dello ’mperadore, e avergli ancora alcun segreto dello ’mperadore rivelato. E fu questa cosa con tanto ordine e con tanta e sí efficace dimostrazione fatta dagl’invidi vedere allo ’mperadore, che esso vi prestò fede, e fece prendere il detto maestro Pietro e metterlo in prigione: e, non valendogli alcuna scusa, fu alcuna volta nell’animo dello ’mperadore di farlo morire. Poi, o che egli non pienamente credesse quello che contro al detto maestro Piero detto gli era, o altra cagione che ’l movesse, diliberò di non farlo morire, ma, fattolo abbacinare, il mandò via. Maestro Piero, perduta la grazia del suo signore, e cieco, se ne fece menare a Pisa, credendo quivi men male che in altra parte menare il residuo della sua vita, sí perché molto gli conosceva divoti del suo signore, e sí ancora perché forse molto serviti gli avea, mentre fu nel suo grande stato. Ed essendo in Pisa, o perché non si trovasse i pisani amici come credeva, o perché dispettar si sentisse in parole, avvenne un giorno che egli in tanto furor s’accese, che disiderò di morire; e, domandato un fanciullo il quale il guidava, in qual parte di Pisa fosse, gli rispuose il fanciullo:—Voi siete per me’ la chiesa di San Paolo in riva d’Arno;—il che poi che udito ebbe, disse al fanciullo:—Dirizzami il viso verso il muro della chiesa.—Il che come il fanciullo fatto ebbe, esso, sospinto da furioso impeto, messosi il capo innanzi a guisa d’un montone, con quel corso che piú poté, corse a ferire col capo nel muro della chiesa, e in questo ferí di tanta forza, che la testa gli si spezzò, e sparseglisi il cerebro, uscito del luogo suo; e quivi cadde morto. Per la quale disperazione l’autore, sí come contro a se medesimo violento, il dimostra in questo cerchio esser dannato.

Dice adunque cosí: «Io son colui, che tenni ambo le chiavi Del cuor di Federigo», imperadore. E vuole in queste parole dire: io son colui il quale, con le mie dimostrazioni, feci dire sí e no allo ’mperadore di qualunque cosa, come io volli, percioché, sí come le chiavi aprono e serrano i serrami, cosí io apriva il volere e ’l non volere dell’animo di Federigo. E però segue: «e che le volsi Serrando e disserrando sí soavi», cioè con tanto suo piacere e assentimento, «Che dal segreto suo quasi ogni uom tolsi», in tanto gli erano accette le mie dimostrazioni. E, questo detto, vuoi dimostrare che meritamente avea ogni altro tolto dal segreto dello ’mperadore, dicendo: «Fede portai al glorioso ufizio», cioè d’essere suo secretario, per lo qual quasi si poteva dir lui essere l’imperadore, «Tanta, ch’io ne perdei il sonno e’ polsi». Perdesi il sonno per l’assidue meditazioni, le quali costui vuol mostrare che avesse in pensar sempre a quello che onore e grandezza fosse del signor suo; e in ciò dimostrava singulare affezione e intera fede verso di lui. I polsi son quelle parti nel corpo nostro, nelle quali si comprendono le qualitá de’ movimenti del cuore, e in queste piú e men correnti si dimostrano le virtú vitali, secondo che il cuore è piú o meno oppresso da alcuna passione; e perciò, dicendo costui sé averne perduti i polsi, possiamo intendere lui voler mostrare sé con sí assidua meditazione avere data opera alle bisogne del suo signore, che gli spiriti vitali, o per difetto di cibo o di sonno o d’altra cosa, ne fossero indeboliti talvolta, e cosí essersi perduta la dimostrazione, la quale de’ lor movimenti fanno ne’ polsi.

E, detto questo, dimostra la cagione del suo cadimento e della sua morte, dicendo: «La meretrice», cioè la ’nvidia, la quale perciò chiama «meretrice», perché con tutti si mette, come quelle femmine le quali noi volgarmente chiamiamo «meretrici»; vogliendo in questo che, come quelle femmine hanno alcun merito da coloro a’ quali elle si sottomettono, cosí la ’nvidia aver per merito il disfacimento di colui al quale ella è portata. [Ma, percioché ancora in parte alcuna non s’è singulare ragionamento avuto di questo vizio, percioché ancora al luogo dove si puniscono gl’invidiosi non s’è pervenuto, poiché qui cosí efficacemente in poche parole ne parla, sará utile, secondo quello che di questo vizio sentono i poeti, dire alcuna cosa.]