«Non fronda verde, ma di color fosco», cioè nero, era in questo bosco; e questa è l’altra cosa per la quale vuole l’autore si comprenda questo bosco essere spaventevole, cioè dal color delle frondi, il quale il dimostra oscuro e tenebroso: «Non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti»; alla qual cosa appare non essere in esso alcuno cultivatore o abitatore, per lo quale essendo il bosco rimondo e governato, fossero i rami andati diritti e schietti; «Non pomi v’eran, ma stecchi con tosco», cioè velenosi, e questo ancora dá piú piena chiarezza della salvatica qualitá del bosco.
Le quali cose quantunque assai dimostrino della miserabile essenza d’esso, nondimeno, per dimostrarlo ancora piú odioso, induce due dimostrazioni: e l’una mostra da certe selve molto solinghe e piene di fiere salvatiche, conosciute dagl’italiani; e l’altra mostra dalla qualitá degli uccelli che in esso bosco nidificano. E dice: «Non han sí aspri sterpi, né sí folti», cioè sí spessi, «Quelle fiere selvagge», le quali stanno nelle selve poste tra’ due confini, li quali appresso disegna; «che ’n odio hanno Tra Cecina e Corneto i luoghi colti», cioè lavorati.
Hanno le fiere salvatiche i luoghi lavorati ed espediti in odio, in quanto gli fuggono, percioché né vi truovano pastura come nelle selve, né gli truovano atti alle loro latebre, né sicuri come le selve; o hannogli in odio, in quanto talvolta, uscendo delle selve, e vegnendo ne’ luoghi colti, tutti gli guastano, come massimamente fanno i cinghiari. E dice «tra Cecina e Corneto», percioché tra queste due ha d’oscure e pericolose selve e solitudini, e massimamente sopra un braccio d’Appennino, il quale si stende verso il mezzodí insino nel mare Tireno, il quale i moderni chiamano il monte Argentale, nel quale appare che giá in assai parti abitato fosse, ove del tutto è oggi quasi abbandonato. E non solamente in questo monte, ma per le pianure tra’ due predetti termini poste, ha selve antiche e spaventevoli, nelle quali dice l’autore non essere «sí aspri sterpi», percioché sono spinosi come sono i pruni, e altre piante ancora piú pericolose ch’e’ pruni: e i due termini, tra’ quali dice esser queste selve cosí orribili, sono Cecina e Corneto. È Cecina un fiume di non gran fatto, il qual corre a piè o vicino di Volterra, dal qual pare si cominci quella parte di Maremma che piú è salvatica; e l’altro è Corneto, il quale è un castello alla marina, non molte miglia lontano a Viterbo, il quale alcun credono che giá fosse chiamato Corito, e fosse la cittá del padre di Dardano, re di Troia.
Appresso, mostrata l’una cosa, per la quale ne vuol dare ad intendere il bosco, nel quale entrato è, essere oscuro e malagevole, ne mostra l’altra, quella discrivendo dalla qualitá degli uccelli che in esso fanno i lor nidi; e dice: «Quivi», cioè in quel bosco, «le brutte arpie lor nido fanno»; e, accioché d’altra spezie d’uccelli non intendessimo, ne scrive di quali arpie voglia dire, e dice esser di quelle «Che cacciâr delle Strofade i troiani Con tristo annunzio di futuro danno». E, accioché meglio per la lor forma conosciute sieno, discrive come sien fatte, dicendo che queste arpie «Ale hanno late, e colli e visi umani, Piè con artigli e pennuto ’l gran ventre; Fanno lamenti in su gli alberi strani», di quel bosco, li quali chiama «strani», percioché son d’altra forma che i nostri dimestichi, come di sopra è dimostrato.
Ma, avanti che piú si proceda, è da vedere quel che voglia dire che i troiani fossero cacciati da questi uccelli delle Strofade. Ad evidenza della qual cosa è da sapere che, partito Enea da Creti e venendo verso Italia, pervenne ad isole le quali sono nel mare Ionio chiamate Strofade; e in quelle co’ suoi disceso, e trovatovi bestiame assai, e fattone uccidere e cuocere, avvenne che, mangiando, sopravvennero uccelli, li quali sono chiamati «arpie», li quali rapivano i cibi posti davanti ad Enea e a’ suoi; e non solamente gli rapivano, ma ancora bruttavano sí quegli li quali toccavano, che egli erano in abominazione a coloro che gli vedevano: per la qual cosa Enea comandò che con le spade in mano fossero cacciate via. Per la qual cosa una di loro, chiamata Celeno, postasi sopra un alto albero, sopra di loro disse: —Voi, troiani, per l’averne uccisi i buoi nostri, ci movete anche guerra, e volete della loro patria cacciare l’arpie: ma io, secondo che io ho da Apollo, v’annunzio che non vi fia conceduto prima di potere in Italia comporre alcuna cittá, che per vendetta dell’ingiuria, la quale n’avete fatta, voi sarete da sí crudel fame costretti, che per quella voi mangerete le mense vostre.—Col quale «tristo annunzio di futuro danno», Enea, quasi cacciato, si partí di quelle isole, verso Italia navicando. E sono quelle isole, le quali solevano essere nominate Plote, però chiamate Strofade, percioché insino a quelle furono le dette arpie, essendo state cacciate dalla mensa di Fineo, re d’Arcadia, seguite da Zeto e d’Achelai; e, percioché essi quivi, per comandamento, fecero fine alla caccia e tornaronsi indietro, sono l’isole chiamate Strofade, il qual nome suona in latino «conversione». Di queste arpie si dirà alquanto piú distesamente, lá dove il senso allegorico del presente canto si dimostrerá.
E cosí avendo per molte cose l’autor dimostrata la qualitá di questo bosco, séguita: «E ’l buon maestro»; dove comincia la seconda parte di questo canto, nella quale l’autore scrive un’ammirazione la quale ebbe, e dalla quale per lo ammaestramento di Virgilio si solvette; e parla con uno spirito, il quale gli manifesta chi egli è, e come quivi e perché in piante salvatiche mutati sieno. E dividesi questa parte in nove: nella prima Virgilio gli dimostra in qual girone egli è; nella seconda si maraviglia l’autore d’udir trar guai e non vede da cui; nella terza Virgilio gli mostra come da questa maraviglia si solva; nella quarta l’autore fa quello che Virgilio gli dice; nella quinta lo spirito schiantato si rammarica; nella sesta Virgilio il consola e domandalo chi egli è; nella settima lo spirito dice chi egli è; nella ottava il domanda Virgilio come in quelle piante si leghino e se alcuna se ne scioglie mai; nella nona lo spirito risponde alla domanda. La seconda comincia quivi: «Io sentia»; la terza quivi: «Però disse»; la quarta quivi: «Allor porsi»; la quinta quivi: «E ’l tronco suo»; la sesta quivi: «S’egli avesse»; la settima quivi: «E ’l tronco:—Si»; la ottava quivi: «Però ricominciò»; la nona quivi: «Allor soffiò».
Dice adunque: «E ’l buon maestro», disse:—«Avanti che piú entre», infra questo bosco, «Sappi che se’ nel secondo girone»,—cioè nella seconda parte del settimo cerchio, nel quale si punisce la seconda spezie de’ violenti, cioè coloro li quali o se medesimi uccisero, o li lor beni mattamente [disparsero e] dissiparono; «Mi cominciò a dire,—e sarai, mentre Che tu verrai nell’orribil sabbione», sopra ’l quale si punisce la terza spezie de’ violenti; «Però riguarda bene, e sí vedrai Cose che torrien fede al mio sermone», se tu non le vedessi; e ciò sono gli spiriti essere divenuti piante silvestri e in quelle piagnere e dolersi.
Per le quali parole l’autore divenuto piú attento, dice: «Io sentia d’ogni parte». Qui comincia la seconda parte della parte seconda principale di questo canto, nella quale l’autore si maraviglia d’udire trar guai, e non vedere da cui; e però dice: «Io sentia d’ogni parte», di quel bosco, «trarre guai, E non vedea persona che ’l facesse, Per ch’io tutto smarrito m’arrestai». E questo smarrimento avvenne, percioché immaginar non potea che i guai, li quali udiva, uscissono di que’ bronchi, li quali vedea. E quinci scrive quello che estimò che Virgilio credesse, quando si mosse ad aprirgli donde quegli guai venivano, dicendo: «Io credo ch’ei credette», Virgilio, «ch’io credesse, Che tante voci», dolorose, «uscisser tra que’ bronchi. Da gente che per noi si nascondesse».
«Però disse il maestro». Qui comincia la terza parte della seconda principale di questo canto, nella quale Virgilio gli mostra, come da questa maraviglia si solva, e dice: «Però disse il maestro» (per lo credere che esso credesse ecc.):—«Se tu tronchi Qualche fraschetta d’una d’este piante, Li pensier c’hai», cioè che quegli che traggono i guai, li quali tu odi, sian gente che per noi si nasconda; «si faran tutti monchi», cioè senza alcun valore, sí come è il membro monco, cioè invalido e impotente ad alcuna operazione.
«Allor». Qui comincia la quarta parte della parte seconda di questo canto, nella quale l’autore fa ciò che Virgilio gli dice, e però segue: «Allor», mosso dal consiglio di Virgilio, «porsi la mano un po’ avante, E colsi un ramicel da un gran pruno». Chiamal «pruno», percioché era, come di sopra ha mostrato, pieno di stecchi.