[E, in quanto scrive la invidia in parte alcuna non guarda diritto, ne dimostra il giudicio dello ’nvidioso esser perverso, e contro ad ogni ragione e dirittura; e l’avere essa i denti rugginosi, ne dichiara il rado uso che allo ’nvidioso pare avere nel poter divorare coloro alli quali porta invidia, quantunque egli in continuo esercizio ne sia; e l’avere il petto verde per lo fiele, il quale è abitacolo dell’ira, ci si dichiara mai nel petto dello ’nvidioso seccarsi o venir meno, ma sempre vivere e starvi verde l’iracundia, la qual sempre, sí come offeso dall’altrui felicitá, lo stimola a vendetta, e al disfacimento di colui a cui invidia porta; e cosí ancora avere la lingua sempre bagnata di veleno, dobbiam comprendere il continuo esercizio dello ’nvidioso, il quale, dove con altro offender non può, non si vede mai stanco di raccontar cose nocive e di seminare scandalo. Oltre a tutto questo, non ride mai lo ’nvidioso, se egli non ride del danno altrui, e sempre vegghia, e sta attento ad ogni cosa colla quale nuocer potesse, con grandissimo suo dolore vedendo coloro alli quali invidia porta e i lieti avvenimenti degli uomini.]

E, percioché nelle corti de’ gran prencipi han sempre di quegli che sono messi avanti, o degni o non degni che sieno, e di quegli ancora che sono lasciati addietro; e questo vizio non è altro che una passione ricevuta per l’altrui felicitá, senza offesa di colui che la passion riceve; par di necessitá le corti doverne esser piene, e tanto piú quanto maggior sono. Per la qual cosa meritamente dice l’autore questa meretrice non aver mai «torti gli occhi», cioè vòlti in altra parte, dall’ospizio dello ’mperadore, e lei esser vizio e morte comune delle corti.

Adunque con cosí fatto nemico ebbe il maestro Piero a fare, sí come qui nel testo si dimostra, dove dice l’autore: «La meretrice», cioè la ’nvidia, «che mai dall’ospizio Di Cesare non torse gli occhi putti», cioè malvagi e disleali; «Morte comune», d’ogni uomo, cioè vizio deducente a morte, «e delle corti vizio; Infiammò contro a me», cioè accese, «gli animi tutti», de’ cortigiani; «E gl’infiammati infiammâr sí Augusto», cioè lo ’mperador Federigo, «Che i lieti onor», posseduti per lo glorioso oficio, «tornâro in tristi lutti», in quanto esso fu privato della grazia dello ’mperadore e dell’uficio e del vedere, e cacciato via. «L’animo mio, per disdegnoso gusto», il quale, come di sopra è mostrato, fu tanto che il fece in furia divenire, e, «Credendo col morir fuggire sdegno», cioè non essere reputato degno d’avere ricevuta la repulsa dello ’mperadore; «Ingiusto fece me», tanto che egli ne meritò esser dannato a quella pena, «contra me giusto»: volendo per avventura in queste parole intendere che, dove egli stimò, uccidendosi, mostrare la sua innocenza, avvenne che molti opinarono lui non averlo per ciò fatto, ma averlo fatto sospinto dalla coscienza, la quale il rimordea del fallo commesso. E però, a purgare questo intendimento, séguita: «Per le nuove radici»; chiamale «nuove», percioché non molto tempo davanti ucciso s’era, e in quel luogo convertito in pianta, «d’esto legno», nel quale voi mi vedete trasformato, «Vi giuro che giammai non ruppi fede Al mio signor, che fu d’onor sí degno». E poi, parendogli con questo giuramento aver certificati della sua innocenza, segue: «E, se di voi alcun nel mondo riede, Conforti la memoria mia», cioè la fama, «che giace Ancor del colpo, che ’nvidia mi diede»,—quello apponendomi che io mai fatto non avea.

«Un poco attese», Virgilio dopo queste parole, «e poi: Dacché ’l si tace,—Disse ’l maestro mio,—non perder l’ora, Ma parla, e chiedi a lui s’altro ti piace»,—di sapere.

«Ond’io a lui:—Domandal tu ancora Di quel che credi ch’a me satisfaccia, Ch’io non potrei», domandarlo io, «tanta pietá m’accora»,—cioè mi prieme il cuore. Ed è possibile l’autore questa pietá tanto non avere avuta per compassione che avuta avesse dello ’nfortunio dello spirito, ma per se medesimo, il qual conosceva similmente per invidia, non per suo difetto, dover ricevere delle noie, delle quali aveva maestro Piero ricevute, e state gli eran predette, come di sopra appare.

«Perciò ricominciò». Qui comincia la parte ottava di questa seconda parte principale del presente canto, nella quale il domanda Virgilio come in quelle piante si lega, e se alcuna se ne scioglie mai. Dice adunque: «Perciò», cioè per quello che io avea detto, «ricominciò», a parlar Virgilio e dire:—«Se l’uom ti faccia Liberamente ciò che ’l tuo dir priega» (cioè di confortare la memoria tua che giace, ecc.), «Spirito incarcerato», in cotesto tronco, «ancor ti piaccia», oltre alle cose che dette n’ hai, «Di dirne come l’anima si lega In questi nocchi», cioè in questi legni nocchiosi; «e dinne, se tu puoi, S’alcuna», anima, «mai di tai membri», quali sono questi nocchi, «si spiega»,—cioè si sviluppa o si scioglie.

«Allor soffiò». Qui comincia la nona parte della seconda parte principale del presente canto, nella quale lo spirito risponde alla dimanda fatta da Virgilio, e dice cosí: «Allor», cioè udita la domanda e volendo rispondere, «soffiò lo tronco forte», per questo dimostrando parergli amaro e noioso, non il dire come l’anime diventin bronchi, ma il rammemorarsi della cagione perché esso fosse tronco divenuto; «e poi», che soffiato ebbe, «Si convertí quel vento», che uscí fuori del tronco nel soffiare, «in cotal voce», cioè:—«Brievemente sará risposto a voi». E, dopo queste parole, séguita la risposta alla domanda fatta, dicendo: «Quando si parte l’anima feroce»: è l’anima di quegli, che se medesimi uccidono, «feroce», cioè di costume e maniera di fiera, in quanto crudelmente e ferocemente contro a se medesima adopera, quel corpo uccidendo, il quale per albergo e per istanza l’è dato dalla natura per insino allo estremo della vita sua; «Del corpo ond’ella stessa s’è divelta», cioè cacciata e separata uccidendolo; «Minos», quel dimonio il quale nel quinto canto scrive l’autore essere esaminatore delle colpe e giudicatore de’ luoghi a quelle convenientisi, «la manda alla settima foce», cioè al settimo cerchio dello ’nferno, nel quale si puniscono i violenti. «Cade», questa anima mandata da Minos, «in la selva», la qual tu vedi qui, «e non l’è parte scelta», una piú che un’altra, nella quale ella debba il supplicio determinatole ricevere; «Ma lá dove fortuna», cioè caso, «la balestra», la gitta o fa cadere; «Quivi germoglia», cioè nascendo fa cesto, «come gran di spelta». È la spelda una biada, la qual, gittata in buona terra, cestisce molto, e perciò ad essa somiglia il germogliare di queste misere piante; e, dopo questo germogliare, dice che «Surge in vermena», cioè in una sottil verga, come tutte le piante fanno ne’ lor principi, «ed in pianta silvestra»: la pianta è maggiore che la vermena, in quanto la vermena non pare ancora atta a trapiantare per la sua troppa sottigliezza, dove la pianta, essendo giá piú ferma e piú cresciuta, è atta a trapiantare; e però è chiamata quella verga degli alberi, che giá ha alcuna fermezza, «pianta».

«L’arpie pascendo poi delle sue foglie»: che animali o vero uccelli l’arpie sieno, si dirá dove il senso allegorico si sporrá. E qui vuole questo spirito, poi che mostrato ha come quivi nascano, mostrare la qualitá del lor tormento, il quale mostra che stea nel rompere che fanno l’arpie delli loro ramuscelli: e cosí par quel tormento esser simile a quello che nella presente vita si dá a’ disleali e pessimi uomini, in quanto sono attanagliati; e cosí dice che «pascendo», cioè rompendo e schiantando l’arpie le foglie di queste piante, fanno dolore all’anime rilegate in quelle piante, come le tanaglie fanno a’ corpi. E, percioché queste anime son tutte intorniate e chiuse dalla corteccia dell’albero loro, e però d’alcuna parte spirar non possono; a tôr via il dubbio da qual parte esse mandin fuori l’angoscia, la qual per lo dolor sentono (e che l’autore aveva udita, senza vedere chi se la facesse), detto che queste arpie, troncandole, «Fanno il dolore», dice che esse similmente, con le rotture dello schiantare, fanno «ed al dolor finestra», cioè dánno per quelle rotture l’uscita alle dolorose voci, le quali esse, per lo dolore il qual sentono, mandan fuori.

E, questo dichiarato, dichiara la seconda parte della domanda, cioè «s’alcuna mai da tai membri si spiega»; e dice: «Come l’altre» anime verranno tutte il dí del giudicio a riprendere li lor corpi, cosí noi «verrem per nostre spoglie», cioè per li nostri corpi, li quali sono «spoglie» dell’anima, cosí come i vestimenti sono spoglie del corpo; «Ma non però, ch’alcun», di noi, «se ne rivesta», di quelle spoglie; cioè non però, quantunque noi vegniamo per li nostri corpi, che alcuna delle nostre anime rientri in quegli. E la cagione perché alcuna di noi non rientra nel corpo suo, è per ciò «Che non è giusto aver ciò ch’uom si toglie»: noi, uccidendoci, ci togliemmo i corpi, e però non è giusta cosa che noi gli riabbiamo. E per questo, senza rivestirglici, «Qui», cioè per questa selva, «gli strascineremo», cioè strazieremo; e, oltre a ciò, poiché strascinati gli aremo, «e per la mesta», cioè dolorosa, «Selva saran li nostri corpi», de’ quali io parlo, «appesi, Ciascuno al prun dell’ombra sua molesta», cioè inimica. E in questo finisce la sua dimostrazione.