[Lez. L]
[Ma qui è attentamente da riguardare, percioché, quello che questo spirito dice, è dirittamente contrario alla verità cattolica, per la qual noi abbiamo che tutti risurgeremo e riprenderemo i nostri corpi, e con essi risuscitati verremo al giudicio universale a udire l’ultima sentenzia; e chi dice «tutti», non eccettua alcuno, dove questi dice che l’anime di coloro, che se medesimi uccisono, non rientreranno ne’ corpi, e per conseguente non risurgeranno, e cosí contradice alla nostra fede.]
[È qui da credere che l’autore non ha qui fatte narrar queste parole a questo spirito, sí come ignorante degli articoli della nostra fede, percioché tutti esplicitamente gli seppe, sí come nel Paradiso manifestissimamente appare; ma, dovendo questo error recitare, ha qui usata una cautela poetica, la quale è che quante volte i poeti voglion porre una opinione contraria alla veritá, essi si guardano di recitarla essi in propria persona, ma inducono alcun altro, e a lui, sí come quello cotale, ch’è indotto, tenesse, la fanno raccontare. Il che Virgilio fa in alcun luogo: percioché, volendo d’una opinione, la quale esso non teneva esser vera, compiacere a’ romani, li quali al suo tempo erano nel colmo della loro grandezza, egli nel primo libro dell’Eneida induce Giove (non quel Giove, il quale esso alcuna volta vuole intendere per lo vero Iddio, ma quello che i gentili scioccamente credevano essere iddio), e dice che, parlandogli Venere, sua figliuola e madre d’Enea, sí come sollecita degli avvenimenti d’Enea (il quale era dalla fortuna del mare, volendo venire in Italia, dove doveva essere il regno di lui e de’ suoi successori, trasportato in Cartagine), tra l’altre cose le risponde cosí:
His ego nec metas rerum, nec tempora pono:
imperium sine fine dedi, ecc.;
e non si cura Virgilio di far mentitore costui, il quale egli avea per iddio falso e bugiardo. Ma in quelle parti ove essi vogliono quello ch’essi estimano esser vero, essi in propria persona il profferano, sí come Virgilio medesimo fa sopra questa medesima materia dello ’mperio de’ romani, toccando alcuna cosa intorno alla fine del secondo della Georgica, dove dice:
Illum non populi fasces, non purpura regum
Flexit, ecc.
Non res Romanae, perituraque regna
(supple) Romana, ecc. Il quale imitando l’autore, come in assai altre cose fa, fa a questo spirito dannato raccontare questa opinione erronea; e ciò non fa senza cagione, ma il fa, volendo con questa opinione ritrar coloro, che l’udiranno, dal detestabile peccato della disperazione; percioché assai volte avviene gli uomini, piú per paura della pena che per amor della virtú, guardarsi dalle cose scellerate.]
[È il vero, che che a’ poeti gentili giá conceduto si fosse, non pare che la religion cristiana permetta ad alcun poeta cristiano, né in sua persona, né in altrui, raccontare o far raccontare assertive alcuna erronea cosa, e che contraria sia alla cattolica veritá; e però non par qui assai essere scusato l’autore per aver fatto ad uno spirito dannato raccontar questo errore.]
[Ma a questo si può cosí rispondere, accioché si conosca l’autore in questo non avere errato: dobbiamo adunque sapere esser due maniere di pena, nelle quali, o nell’una delle quali, la giustizia di Dio condanna coloro che male hanno adoperato; e chiamasi l’una delle maniere di queste pene «pena illativa», e l’altra «pena privativa». La pena illativa si pone nella propria persona di colui che ha peccato, sí come è tagliargli alcun membro, o farlo d’alcuna spezie di morte morire; la pena privativa è quella la quale s’impone nelle cose esteriori di colui il quale ha peccato, sí come nelle sue sustanze, negli onori, negli stati, nella cittadinanza, privandolo d’alcuna di queste, o di parte d’alcuna, o di tutte. E però si può dir qui: percioché le leggi temporali non hanno in alcuna cosa potuto punire quegli che se medesimi uccidono, percioché il corpo morto non può ricever pena; e, quantunque esse vogliano che i corpi cosí uccisi sieno gittati a divorare alle fiere, questa non è pena all’ucciso, ma è vergogna a chi di lui rimane; e, se vogliam dire egli è infamia al nome dell’ucciso, questa infamia perisce sotto l’occupazione di maggiore infamia, peroché molto maggiore infamia è l’essersi ucciso che non è l’essere poi gittato via a guisa d’un cane; oltre a ciò, le leggi temporali non possono nelle sue cose punirlo, percioché chi se medesimo priva della vita, si priva d’ogni altra sua cosa, sí che, perché le leggi facessero ogni suo bene occupare, a lui non monta niente; e deesi credere che chi di se medesimo non s’è curato, non si curi d’alcuna altra sua cosa, e quella non si può dirittamente dir pena, la quale non affligge colui al quale è imposta; e, volendo la divina giustizia che impunito non rimanga cosí grande eccesso, quello, che non può far la temporale, si dee credere che essa supplisce, e vuole che in questi cotali sia la pena illativa, sí come ella è nell’altre anime de’ dannati, e, oltre a ciò, vi sia la privativa. Ma, percioché ad alcuno passato di questa vita non si può alcuna cosa tôrre che sua sia, se non solamente il corpo, vuole la divina giustizia che questi cotali si credano non dovere riavere il corpo loro, come l’altre anime riaranno, comeché nella veritá essi il riaranno come l’altre. E se forse si domandasse: in che sentono però queste anime dannate piú pena, avendo questa opinione, che l’altre non l’hanno? Si può cosí dire: che, come l’anime de’ beati disiderano i corpi loro, accioché, come essi furono in questa vita partefici delle fatiche ad acquistar la gloria di vita eterna, cosí sieno con loro insieme partefici della gloria; cosí l’anime dannate ardentemente disiderano di riavere i corpi loro, accioché, sí come strumenti delle loro malvagie operazioni furono in questa vita, cosí in quella dannazione gli sentano punire, e sostenere pene come sostengono esse; e perciò quegli, che di questo loro disiderio estimano d’esser privati, sentono, oltre alla pena illativa, similmente la privativa. E però avvedutamente l’autore fa questa opinione raccontare ad una di quelle anime, alle quali la giustizia di Dio permette di stare in lor maggior pena in questa erronea opinione; e cosí, senza aver detto contro alla veritá, si può dir l’autore avere come cristian poeta scritto].