Dicesi costui essere stato un messer Andrea de’ Mozzi, vescovo di Firenze, il quale e per questa miseria, nella quale forse era disonesto peccatore, e per molte altre sue sciocchezze che di lui si raccontano nel vulgo; per opera di messer Tommaso de’ Mozzi, suo fratello, il quale era onorevole cavaliere e grande nel cospetto del papa, per levar dinanzi dagli occhi suoi e de’ suoi cittadini tanta abominazione, fu permutato dal papa, di vescovo di Firenze, in vescovo di Vicenza. Il che l’autore per due fiumi discrive, cioè per Arno, il quale è fiume, come si vede, che passa per mezzo la cittá di Firenze, e per Bacchiglione, il qual fiume corre lungo le mura di Vicenza: e cosí per ciascun di questi fiumi intende quella cittá donde fu trasmutato, e quella nella quale fu trasmutato. «Ove», cioè in Vicenza, «lasciò», morendo, percioché in essa morí, «li mal protesi nervi». Era questo vescovo sconciamente gottoso, in quanto che, per difetto degli omori corrotti, tutti i nervi della persona gli s’erano rattrappati, come in assai gottosi veggiamo, e nelle mani e ne’ piedi; e cosí per questa parte del corpo, cioè per li nervi, intende tutto il corpo, il quale morendo lasciò in Vicenza. [Altri vogliono altramente sentire in questa parte, volendo per quello vocabolo «protesi», non di tutti i nervi del corpo intendere, ma di quegli solamente li quali appartengono al membro virile; dicendo che «proteso» suona «innanzi teso», il quale innanzi tendere avviene in quegli nervi del viril membro, che si protendono innanzi quando all’atto libidinoso si viene, e perciò dicono essere dall’autore detti «mal protesi», percioché contro alle naturali leggi malvagiamente gli protese.]
«Di piú direi, ma ’l venir», al pari di te, «e ’l sermone Piú lungo esser non può»; e soggiugne la cagione, dicendo: «peroch’io veggio, Lá», davanti a sé, «surger nuovo fummo», forse polverio, «dal sabbione. Gente vien, con la quale esser non deggio».
[Appare per queste parole alcuna differenzia esser tra quegli che contro a natura peccarono, poiché per diverse schiere son tormentati, e non osa l’una schiera esser con l’altra; e senza dubbio differenza ci è, percioché non solamente in una maniera e con una sola spezie d’animali si commette. Commettesi adunque questo peccato quando due d’un medesimo sesso a ciò si convengono, sí come due uomini, e similmente quando due femmine; il che sovente avviene, e, secondo che alcuni vogliono, esse primieramente peccarono in questo vizio, e da lor poi divenne agli uomini. Commettesi ancora quando l’uomo e la femmina, eziandio la propria moglie col marito, meno che onestamente, e secondo la ordinaria regola della natura e ancora delle leggi canoniche, si congiungono insieme. Commettesi ancora quando con alcuno animal bruto o l’uomo o la femmina si pone; la qual cosa non solamente a Dio, ma ancora agli scellerati uomini è abominevolissima. E però dobbiam credere che, secondo che in questo piú e men gravemente si pecca, cosí i peccatori dalla divina giustizia essere piú e men gravemente puniti, e distintamente. E, percioché ser Brunetto vide venir gente, o piú o meno peccatori che si fosser di lui, dice che con loro esser non dee.]
E, dovendosi partire dall’autore, ultimamente gli dice: «Sieti raccomandato il mio Tesoro», cioè il mio libro, il quale io composi in lingua francesca, chiamato Tesoro: e questo vuole gli sia raccomandato in trarlo innanzi, e in commendarlo e onorarlo, estimando quello alla sua fama esser fatto nella presente vita, che al suo libro si fa. E in questo possiam comprendere quanta sia la dolcezza della fama, la quale, ancorché in inferno siano dannati i peccatori, né sperino mai quassú tornare, né d’inferno uscire, è pure da loro disiderata. E séguita la cagione perché, dove dice: «Nel quale io vivo ancora»; volendo per questo dire che, dove perduto fosse questo libro o non avuto a prezzo, niun ricordo sarebbe di lui. E per questo possiam vedere la fama essere una vita di molti secoli, e, quasi, dalla presente, nella quale secondo il corpo poco si vive, separata, e similmente dalla eterna, nella quale mai non si muore. [E questo fa direttamente contro a molti, li quali scioccamente dicono che la poesia non è facultá lucrativa: percioché in questo dimostrano due loro grandissimi difetti, de’ quali l’uno sta nello sciocco opinare che non sia guadagno altro che quello che empie la borsa de’ denari; e l’altro sta nella dimostrazion certissima che fanno, di non sentire che cosa sia la dolcezza della fama. E perciò m’aggrada di rintuzzare alquanto l’opinione asinina di questi cotali.]
[Empiono la borsa o la cassa l’arti meccaniche, le mercatanzie, le leggi civili e le canoniche; ma queste, semplicemente al guadagno adoperate, non posson prolungare, né prolungano un dí la vita al guadagnatore, sí come quelle che dietro a sé non lasciano alcuna ricordanza o fama laudevole del guadagnatore. Ricerchinsi l’antiche istorie, ispieghinsi le moderne, scuotansi le memorie degli uomini, e veggasi quello che di colui, il quale ha atteso ad empiere l’arche d’oro e d’argento, si truova. Truovasi di Mida, re di Frigia, con grandissimo suo vituperio; truovasi di Serse, re di Persia, con molta sua ignominia; truovasi di Marco Crasso, con perpetuo vituperio del nome suo: e questo basti aver detto dell’antiche. Delle piú ricenti non so che si truovi. Stati sono, per quel che si crede, nella nostra cittá di gran ricchi uomini: ritruovisi, se egli si può, il nome d’alcuno che giá è cento anni fosse ricco. Egli non ci se ne troverá alcuno, e, se pure alcun se ne trovasse, o in vergogna di lui si troverá, come degli antichi, o lui per le ricchezze non esser principalmente ricordato. Per la qual cosa appare questi cotali avere acquistata cosa che insieme col corpo e col nome loro s’è morta e convertita in fummo, quasi non fosse stata.]
[Ma a veder resta quello che della poesia si guadagni, la quale essi dicono non essere lucrativa, credendosi con questo vituperarla e farla in perpetuo abominevole. La poesia, la qual solamente a’ nobili ingegni se stessa concede, poiché con vigilante studio è appresa, non dirizza l’appetito ad alcuna ricchezza, anzi quelle, sí come pericoloso e disonesto peso, fugge e rifiuta; e prestando diligente opera alle celestiali invenzioni ed esquisite composizioni, in quelle con ogni sua potenzia, che l’ha grandissima, si sforza di fare eterno il nome del suo divoto componitore. E, se eterno far noi puote, gli dá almeno per premio della sua fatica quella vita, della qual di sopra dicemmo, lunga per molti secoli, rendendolo celebre e splendido appo i valorosi uomini, sí come noi possiamo manifestissimamente vedere e negli antichi e ancor ne’ moderni. E’ son passati oltre a duemila secento anni che Museo, Lino e Orfeo vissero famosi poeti; e, quantunque la lunghezza del tempo e la negligenzia degli uomini abbiano le loro composizioni lasciate perire, non hanno potuto per tutto ciò li loro nomi occultare né fare incogniti, anzi in quella gloriosa chiarezza perseverano, che essi, mentre corporalmente vivean, faceano. Omero, poverissimo uomo e di nazione umilissima, fu da questa in tanta sublimitá elevato, ed è sempre poi stato, che le piú notabili cittá di Grecia ebbero della sua origine quistione: i re, gl’imperadori, e’ sommi prencipi mondani hanno sempre il suo nome quasi quello d’una deitá onorato, e infino a’ nostri dí persevera, con non piccola ammirazione di chi vede e legge i suoi volumi, la gloria della sua fama.]
[Io lascerò stare i fulgidi nomi d’Euripide, d’Eschilo, di Simonide, di Sofocle e degli altri che fecioro nelle loro invenzioni tutta Grecia maravigliare, e ancor fanno; e similmente Ennio brundisino, Plauto sarsinate, Nevio, Terenzio, Orazio Flacco, e gli altri latini poeti, li quali ancora nelle nostre memorie con laudevole ricordazion vivono; per non dire del divin poeta Virgilio, il cui ingegno fu di tanta eccellenzia, che, essendo egli figliuolo d’un lutifigolo, con pari consentimento di tutto il senato di Roma, il quale allora alle cose mondane soprastava, fu di quella medesima laurea onorato che Ottavian Cesare, di tutto il mondo imperadore. E di tanta eccellenzia furono e sono l’opere da lui scritte, che non solamente ad ammirazion di sé, e in favore della sua fama, li prencipi del suo secolo trassero, ma esse hanno con seco insieme infino ne’ dí nostri fatta non solamente venerabile Mantova, sua patria, ma un piccol campicello, il quale i mantovani affermano che fu suo, e una villetta chiamata Piectola, nella quale dicon che nacque, fatta degna di tanta reverenzia, che pochi intendenti uomini sono che a Mantova vadano, che quella quasi un santuario non visitino e onorino.]
[E, accioché io a’ nostri tempi divenga, non ha il nostro carissimo cittadino e venerabile uomo, e mio maestro e padre, messer Francesco Petrarca, con la dottrina poetica riempiuta ogni parte, dove la lettera latina è conosciuta, della sua maravigliosa e splendida fama, e messo il nome suo nelle bocche, non dico de’ prencipi cristiani, li quali i piú sono oggi idioti, ma de’ sommi pontefici, de’ gran maestri, e di qualunque altro eccellente uomo in iscienzia? Non il presente nostro autore, la luce del cui valore per alquanto tempo stata nascosa sotto la caligine del volgar materno, è cominciato da grandissimi letterati ad esser disiderato e ad aver caro? E quanti secoli crediam noi che l’opere di costoro serbin loro nel futuro? Io spero che allora perirá il nome loro, quando tutte l’altre cose mortali periranno. Che dunque diranno questi nostri, che solamente alloccano il denaio? Diranno che la poesia non sia lucrativa, la quale dá per guadagno cotanti secoli a coloro che a lei con sincero ingegno s’accostano, o diranno che pur l’arti meccaniche sien quelle delle quali si guadagna? Vergogninsi questi cotali di por la bocca alle cose celestiali da lor non conosciute, e intorno a quelle s’avvolghino, le quali appena dalla bassezza del loro ingegno son da loro conosciute! e negli orecchi ricevano un verso del nostro venerabil messer Francesco Petrarca:
Artem quisque suam doceat, sus nulla Minervam.