Ora, come io ho detto de’ poeti, cosí intendo di qualunque altro componitore in qualunque altra scienza o facultá, percioché ciascuno meritamente nelle sue opere vive.] E questa è quella vita nella quale ser Brunetto Latino dice che ancor vive, cioè nella composizion del suo Tesoro, avendo per morte quella vita nella quale vive lo spirito suo. Poi segue: «e piú non cheggio»;—quasi dica: questo mi sará assai.
«Poi si rivolse»; detto questo, «e parve di coloro, Che corrono a Verona ’l drappo verde Per la campagna». Secondo che io ho inteso, i veronesi per antica usanza fanno in una lor festa correre ad uomini ignudi un drappo verde, al qual corso, per téma di vergogna, non si mette alcuno se velocissimo corridor non si tiene; e, percioché, partendosi ser Brunetto dall’autore, velocissimamente correa, l’assomiglia l’autore a questi cotali che quel drappo verde corrono: e, accioché ancora piú veloce il dimostri, dice: «e parve di costoro», cioè di quegli che corrono, «Quegli che vince», essendo davanti a tutti gli altri, «e non colui che perde», rimanendo addietro.
L’allegoria del presente canto, cioè, come la pena, scritta per l’autore che a questi che peccarono contra natura è data, si conformi con la colpa commessa, si dimostrerá nel diciassettesimo canto, dove si dirá di tutta questa spezie de’ violenti.
CANTO DECIMOSESTO
[Lez. LVIII]
«Giá era il loco, ove s’udia il rimbombo». ecc. Continuasi il presente canto al superiore, in questa guisa: noi dobbiamo intendere che, partito ser Brunetto, l’autore e Virgilio incontanente con piú veloce passo cominciarono a continuare il lor cammino; il quale continuando, mostra l’autore, nel principio del presente canto, loro esser pervenuti in quella parte, dove il fiumicello, su per l’argine del quale andavano, cadeva nell’ottavo cerchio dello ’nferno; e quindi séguita, discrivendo quello che, in quella parte, dove pervennero, vedesse. E dividesi il presente canto in nove parti: nella prima per alcun segno dimostra il luogo dove venissero; nella seconda dice come tre ombre, di lontano correndo verso loro, gli chiamavano; nella terza dice come Virgilio gl’impone che aspetti tre ombre le quali il venivan chiamando; nella quarta scrive chi questi tre fossero; nella quinta dimostra quello che esso alle tre ombre dicesse; nella sesta dimostra una domanda fatta da loro e la sua risposta; nella settima pone un priego fattogli da loro e la lor partita; nella ottava come, piú avanti procedendo, trovarono la caduta di quel fiumicello; nella nona pone come, per opera di Virgilio, la Fraude venisse alla riva, alla quale essi erano pervenuti. E comincia la seconda quivi: «Quando tre ombre»; la terza quivi: «Alle lor grida»; la quarta quivi: «Ricominciâr, come noi»; la quinta quivi: «S’io fossi»; la sesta quivi:—«Se lungamente»; la settima quivi:—«Se l’altre volte»; la ottava quivi: «Io il seguiva»; la nona quivi: «Io avea una».
Comincia adunque cosí: «Giá era il loco», al quale pervenuti eravamo, «ove s’udia il rimbombo Dell’acqua», cioè di quel fiumicello del quale ha detto di sopra; e chiamiam noi «rimbombo» quel suono, il quale rendono le valli, d’alcun suono che in esse si faccia; e questo rimbombo, perché l’acqua di quel fiumicello «cadea nell’altro giro», cioè nel cerchio ottavo dello ’nferno; il quale rimbombo, dice l’autore, era «Simile a quel che l’arnie fanno rombo», cioè era simile a quel rombo che l’arnie fanno, cioè gli alvei o i vasi ne’ quali le pecchie fanno li lor fiari, il quale è un suon confuso, che simigliare non si può ad alcun altro suono.
«Quando tre ombre». Qui comincia la seconda parte di questo canto, nella qual, poi che l’autore ha discritto il luogo dove pervenuti erano, dice come Virgilio gl’impose che aspettasse tre ombre, le quali il venivan chiamando, e dice cosí: «Quando tre ombre insieme si partîro, Correndo», verso loro, «d’una turba», d’anime, «che passava», ivi vicino a loro, «Sotto la pioggia dell’aspro martíro», cioè di quelle fiamme. «Venían ver’ noi», correndo; «e ciascuna gridava:—Sóstati tu, che all’abito ne sembri Essere alcun di nostra terra prava»,—cioè di Firenze. E puossi in queste parole comprendere, in quanto dicono che «all’abito ne sembri», che quasi ciascuna cittá aveva un suo singular modo di vestire distinto e variato da quello delle circunvicine; percioché ancora non eravam divenuti inghilesi né tedeschi, come oggi agli abiti siamo.