«Aimè! che piaghe», cotture, come hanno quegli che con le tenaglie roventi sono attanagliati, «vidi ne’ lor membri, Ricenti e vecchie, dalle fiamme accese», fatte. «Ancor men duol, pur ch’io me ne rimembri», cioè ricordi. Suole l’autore nelle parti precedenti sempre mostrarsi passionato, quando vede alcuna pena, della quale egli si sente maculato: non so se qui si vuole che l’uomo intenda per questa compassione avuta di costoro, che esso si confessi peccatore di questa scellerata colpa; e però il lascio a considerare agli altri.
«Alle lor grida», le quali chiamando facevano, «il mio dottor s’attese»; e, conosciutigli, «Volse il viso ver’ me, e:—Ora aspetta,—Disse;—a costor si vuole esser cortese», cioè d’aspettargli e d’udirgli. E in ciò mostra sentire costoro essere uomini autorevoli e famosi, li quali, quantunque dannati sieno, nondimeno quelle cose, che valorosamente operarono, gli fanno degni d’alcuna onorificenza. E poi segue: «E se non fosse il fuoco che saetta La natura del luogo», sí come la divina giustizia vuole, «io dicerei che meglio stesse a te», andando loro incontro, «ch’a lor la fretta»,—di correr verso di te.
«Ricominciâr, come noi ristemmo, ei», cioè essi, «L’antico verso», cioè chiamandoci; «e, quando a noi fûr giunti, Fêro una ruota di sé tutti e trei».
«Qual soleano i campion far nudi ed unti, Avvisando lor presa e lor vantaggio». Usavano gli antichi, e massimamente i greci, molti giuochi e di diverse maniere, e questi quasi tutti facevano nelli lor teatri, accioché da’ circunstanti potessero esser veduti; e quella parte del teatro, dove questi giuochi facevano, chiamavan «palestra». E tra gli altri giuochi, usavano il fare alle braccia, e questo giuoco si chiamava «lutta». E a questi giuochi non venivano altri che giovani molto in ciò esperti, e ancora forti e atanti delle persone, e chiamavansi «atlete», li quali noi chiamiamo oggi «campioni»; e, per potere piú espeditamente questo giuoco fare, si spogliavano ignudi, accioché i vestimenti non fossero impedimento o vantaggio d’alcuna delle parti; ed, oltre a questo, accioché piú apertamente apparisse la virtú del piú forte, s’ugnevan tutti o d’olio o di sevo o di sapone: la quale unzione rendeva grandissima difficultá al potersi tenere, percioché ogni piccol guizzo, per opera dell’unzione, traeva l’uno delle braccia all’altro; e cosí unti, avanti che venissero al prendersi, si riguardavan per alcuno spazio, per prendere, se prender si potesse, alcun vantaggio nella prima presa. E questo è ciò che l’autore in questa comparazione vuol dimostrare.
E poi, per compiere la comparazion, segue: «Prima che sien tra lor battuti e punti». Parla qui l’autore metaphorice, percioché a questo giuoco non interviene alcuna battitura o puntura corporale, ma mentale puote intervenire, in quanto colui, che ha il piggior del giuoco, è battuto e punto da vergogna.
Poi segue: «Cosí, rotando», volgevansi questi tre in modo di ruota, per non istar fermi, e come che si volgessono, sempre tenevano il viso vòlto verso l’autore e con lui parlavano; e questo è quello che vuol dire: «ciascuna il visaggio Drizzava a me; sí che ’n contrario il collo Faceva a’ piè continuo viaggio»; in quanto il collo si torceva verso l’autore, ove i piedi talvolta si volgevano, e secondo che il moto circulare richiedeva, verso il sabbione.
E, cosí rotandosi, cominciò l’un di loro a dire all’autore:—«E se miseria d’esto luogo sollo», cioè non tanto fermo, percioché di sopra la rena, la quale è di sua natura rara, è malagevole a fermare i piedi; «Rende in dispetto noi», facendoci parere degni d’essere avuti poco a pregio, e per conseguente, «e’ nostri prieghi,—Cominciò l’uno», di loro a dire, e, oltre a ciò,—«il tristo aspetto e brollo», in quanto siamo dal continuo fuoco cotti e disformati; ma, non ostante questa deformitá, «La fama nostra», la qual di noi nel mondo lasciammo, «il tuo animo pieghi», a compiacerne di questo, cioè «A dirne chi tu se’, che i vivi piedi Cosí sicuro per lo ’nferno freghi»; quasi voglia dire: percioché questo ne fa assai maravigliare.
E, accioché esso renda l’autore liberale a dover far quello che addomanda, prima che la risposta abbia di ciò, che egli addomanda, nomina i compagni suoi e sé, dicendo: «Questi, l’orme di cui pestar mi vedi», dice di colui che davanti gli andava, l’orme del quale conveniva a lui, che il seguiva correndo, pestare, cioè scalpitare, «Tutto», cioè posto, «che nudo e dipelato vada», percioché le fiamme, le quali cadevano accese, gli avevano tutta arsa la barba e’ capelli, e però dice «dipelato»; «Fu di grado maggior», di nobiltá di sangue e di stato e d’operazioni, «che tu non credi», vedendolo cosí pelato e cotto: «Nepote fu della buona Gualdrada», cioè figliuolo del figliuolo di questa Gualdrada, e cosí fu nepote.
Questa Gualdrada, secondo che soleva il venerabile uomo Coppo di Borghese Domenichi raccontare, al qual per certo furono le notabili cose della nostra cittá notissime, fu figliuola di messer Bellincion Berti de’ Ravignani, nostri antichi e nobili cittadini: ed essendo per avventura in Firenze Otto quarto imperadore, e quivi per farla piú lieta della sua presenza andato alla festa di San Giovanni, avvenne che insieme con l’altre donne cittadine, sí come nostra usanza è, la donna di messer Berto venne alla chiesa, e menò seco questa sua figliuola, chiamata Gualdrada, la quale era ancor pulcella. E postesi da una parte con l’altre a sedere, percioché la fanciulla era di forma e di statura bellissima, quasi tutti i circunstanti si rivolsero a riguardarla, e tra gli altri lo ’mperadore, il quale, avendola commendata molto e di bellezza e di costumi, domandò messer Berto, il quale era davanti da lui, chi ella fosse. Al quale messer Berto, sorridendo, rispose:—Ella è figliuola di tale uomo, che mi darebbe il cuore di farlavi basciare, se vi piacesse.—Queste parole intese la fanciulla, sí era vicina a colui che le dicea, e, alquanto commossa della opinione che il padre aveva mostrata d’aver di lei, che ella, quantunque egli volesse, si dovesse lasciar basciare ad alcuno men che onestamente; levatasi in piede, e riguardato alquanto il padre, e un poco per vergogna mutata nel viso, disse:—Padre mio, non siate cosí cortese promettitore della mia onestá, ché per certo, se forza non mi fia fatta, non mi bascerá mai alcuno, se non colui il quale mi darete per marito.—Lo ’mperadore, che ottimamente la ’ntese, commendò maravigliosamente le parole e la fanciulla, affermando seco medesimo queste parole non poter d’altra parte procedere che da onestissimo e pudico cuore; e perciò subitamente venne in pensiero di maritarla. E, fattosi venir davanti un nobil giovane chiamato Guido Beisangue, che poi fu chiamato conte Guido vecchio, il quale ancora non avea moglie, e lui confortò e volle che la sposasse: e donògli in dote un grandissimo territorio in Casentino e nell’Alpi, e di quello lo intitolò conte. E questi poi di lei ebbe piú figliuoli, tra’ quali ebbe il padre di colui di cui qui si ragiona, il quale volle che nominato fosse Guido, percioché il primo suo figliuolo fu. E, percioché questa Gualdrada fu valorosa e onorabile donna, la cognomina qui l’autor «buona»; e perciò da lei dinomina il nipote, perché per avventura estimò lei essere stata donna da molto piú che il marito non fu uomo.
Appresso questo, dice l’autore il nome di questo nepote della Gualdrada, dicendo: «Guido Guerra ebbe nome». Il sopranome di questo Guido si crede venisse da un disiderio innato d’arme, il quale si dice che era in lui, d’esser sempre in opere di guerra. «Ed in sua vita Fece col senno assai e con la spada».