Erano due bravi giovinotti: li lasciammo alla stazione di Roma e non li rividi più. Ricordo però il nome di uno, Natale Capaccioli, nome che rividi più tardi nella funebre lista dei morti a Mentana.

Apparteneva al glorioso battaglione livornese guidato dal Mayer[2].

Il sole era già calato in un ampio manto di nuvole d'oro: cominciava ad imbrunire.

Il treno correva monotono attraversando le desolate ed interminabili lande della campagna romana; la conversazione nostra era andata gradatamente languendo: il crepuscolo stesso invitava al silenzio.

Un senso indistinto di brivido m'aveva preso.

La certezza di trovarmi in paese nemico; la possibilità di essere pedinati dalla polizia, scoperti e gettati in un carcere senza nemmeno il merito d'aver mosso una paglia; l'impresa non ben determinata che ci attendeva in Roma; il ricordo della famiglia lasciata la quale forse in quel momento era in tutte le angosce non sapendo dove e come fare di me ricerca; ciò tutt'assieme dava ai miei pensieri una tristezza meditabonda alla quale invitava anche la stessa ora tarda della sera ed il paesaggio che ci si svolgeva innanzi agli occhi, malinconico e desolante.

Si attraversavano immense praterie che andavano a confondersi a perdita d'occhio col lontano orizzonte, colline e vallate alternantisi per interminabili pendii, ma spoglie affatto d'ogni vegetazione e solo popolate qua e là da mandrie di pecore, di bufali e di cavalli. Non un arbusto, non un boschetto, non una casa! Il treno correva correva... passata Civitavecchia, passato anche Palo, ultima fermata del diretto, e via via Palidoro, Maccarese, Magliana e finalmente Roma!

Roma, termine dei nostri pensieri, meta delle nostre aspirazioni, delle aspirazioni d'ogni italiano! l'avremo?... chi lo può dire? come l'avremo?... chi lo sa? ci sono armi? è preparata la popolazione? insorgeranno?.. e se ci lasciassero soli?... faremo le barricate; e se ci agguantano?... ci fucileranno, ci impiccheranno come congiurati, come framassoni!... e la mamma? Questo dolce ricordo che facea capolino fra l'incertezza di sì tristi presentimenti, mi produsse il senso di un'angoscia disperata. Guardai i miei compagni: alcuni dormivano, altri meditavano pur essi, e mi pareva scorgere anche sui loro volti i segni d'una preoccupazione profonda!

Ma io quando il treno, finalmente rallentando, sostò e udii proferire il gran nome: Roma! io asciugavo due grosse lagrime!

Alla stazione ci dividemmo senza saluti e commiati come fossimo affatto sconosciuti l'uno all'altro.