Un ufficiale francese della nostra scorta, avendo riconosciuto a quella stazione un altro ufficiale suo amico della legione d'Antibo, che gli chiese dove andasse, rispose che veniva fino alla frontiera a scortare cette canaille. Un capitano dei nostri l'udì, lo apostrofò come si meritava e credo ne seguisse una sfida. L'aspetto nostro esteriore però non dava tutto il torto al vocabolo.
Al confine trovammo un altro inciampo. Il treno pontificio dovea retrocedere, ma il treno di ricambio da Grosseto non era ancora arrivato.
Bisognò attenderlo più ore in rasa campagna con un freddo ed un vento micidiali. E ciò naturalmente fu causa che noi mandassimo le ultime nostre benedizioni al governo italiano, il quale appena arrivati al confine ci dava tosto un saggio del suo buon ordine!
Ora, a pensarci bene, si direbbe: che c'entra il governo colle ferrovie? ma allora si ragionava così.
A Grosseto si sostò per pernottare.
Era prefetto il commendator Homodei, un pavese, gentilissima persona. Il Campari e il Bassini, suoi compatrioti, lo conoscevano e perciò fummo ospitati da lui. Alla sera ci trovammo tutti assieme ad una trattoria e si fece onore a parecchi fiaschi di ottimo Chianti.
Chi mi crederebbe se volessi asserire d'aver serenamente e da me solo trovato in quella sera la strada per giungere al soffice ed elastico letto della Prefettura?...
Finora dissi intera la verità, e però una bugia all'ultimo guasterebbe ogni cosa.
L'indomani io abbracciava i miei cari!