— No, mia cara, non arrossire! Non disdice alla tua età, a’ tuoi vezzi, l’essere amata; e forse più d’uno spierà in secreto il tempo di dichiararsi tuo adoratore: oh, con qual piacere poi io stessa presederò alle tue nozze! Ma ora ciò m’importa sapere, Carolina: sei tu amata? hai tu un giovine che, adorandoti, ti possa servire in un bisogno con fedeltà? Io ho una lettera pel padre mio; a lui solo la potrei affidare!

— Mia Illustre Signora, allora prese a dire l’amabile Carolina, con una voce che ricordava assai quella melodiosa del flauto: io me ne viveva ancora tranquilla, e se non intatta almeno non agitata dagli strali dell’amore, quando un avvenimento sono pochi mesi cambiò la condizione di mia esistenza. Era il carnevale; e quella stagione lieta che avvicina, con danze e giochi, la gioventù dei due sessi diversi, agitava leggermente il mio cuore come quello di tutte le altre del nostro sesso; quand’io mi accôrsi che un giovine cavaliere compiacevasi di accostarmisi e trattenersi meco particolarmente. Era questi Gaspare Visconti, consigliere ducale, le cui rime graziose circolano fra i crocchi più scelti della città; e che ebbe già in moglie una figlia dell’infelice Simonetta, la quale però poco stette a raggiungere in cielo lo sventurato genitore. Egli mi stancò con mille assiduità tutte le volte che mi vide; ed ora non cessa di spiare ogni occasione per trovarsi meco e favellarmi.

— Egli è un cavaliere assai pregevole, Carolina! Ma ti dichiarò egli apertamente il suo affetto?

— Un giorno che molte donne e fanciulle con me erano adunate; e trattenevamoci in piacevoli ed onesti discorsi con alcuni giovani, fra i quali per ispirito e gentilezza il Visconti assai distinguevasi; disse Gaspare maliziosamente, che le donne erano d’un animo più crudo che le serpi, poichè non uccidevano col loro veleno tostamente ma la vita lentamente de’ loro adoratori struggevano. — Orsù, replicò alcuna, voi siete ben innamorato, o Gaspare; e ben severa esser deve colei che nelle sue reti vi stringe, perchè teniate di questi propositi? — Ben v’apponete, madonna, egli rispose: ed oh foss’io per natura meno pronto ad accendermi per chi il cielo mi viene mostrando come mia stella: ma già io lo dissi, e il scrissi,

«Amore è in me come il natare al pesce

E sì come agli uccelli il suo volato!»

— Ippolita, mia compagna, allora gridò: — E chi è costei che, tanto avendovi il cuore acceso, poi col suo rigore indebito vi tormenta ed uccide? — Chi è chi è? molte altre sclamarono. — Signore mie, rispose il giovine, non mai io vi paleserò quel nome purissimo che di proferire non son degno: e in questo dire uno sguardo rapido e loquace egli mi gittò, che alquanto mi fe’ arrossire. — Però, soggiunse un istante dopo, io vi mostrerò le sue fattezze angeliche, se ciò vi piace, per non sembrare con voi scortese: e, così dicendo, si trasse dal petto un piccolo ritratto, che andò mostrando alle mie compagne tutte, senza che alcuna ne indovinasse il sembiante: chè a caso quella vezzosa miniatura comperato egli avea, come poi mi disse. Ma allorchè fu a me davanti, egli volse destramente il ritratto, e mi presentò il suo rovescio, che era un pulito specchio d’argento; ed io, mirandovi me stessa, mi vergognai: egli, dopo una tale non più equivoca dichiarazione, continuò a simulare; e riponendo il piccolo quadro, proseguì a parlare dell’amor suo, dichiarando che fervidissimo era, e che altro non desiderava fuor che l’occasione di poter provare alla sua bella che da altri un tale affetto giammai essa non avrebbe potuto conseguire. — Dopo questa scena, tre altre volte ei mi vide; mi parlò di nodi eterni, se io vi avessi acconsentito; ed ultimamente mi fece pervenire un suo amoroso sonetto.

— Tu l’hai certamente indosso, mia cara; tu ti copri di rossore; io ho indovinato! Via me lo mostra!

Eccolo, replicò ingenuamente Carolina; traendosi un foglio candidissimo dal seno. — Isabella lo prese, e lo lesse.[2]

Specchio nel qual la mia donna mirando,