E mentre Carlo con trattati agevolava l’impresa già ideata di Napoli, il Duca di Bari pensando omai a far suo del tutto il ducato di Milano; per poter opporre alle forze di Ferdinando ed Alfonso non solamente le armi ma ancora un giusto titolo di diritto, mandava all’Imperatore ai 10 di maggio del 1493 un suo fidato, Erasmo Brasca, con ampia facoltà di obbligarlo per qualunque somma di danaro purchè gli ottenesse da quel principe l’investitura del ducato milanese stata già negata al nipote suo ed agli altri Sforza suoi predecessori. Quell’istesso Erasmo poi da Gian-Galeazzo, ignaro degli intrighi dello zio, riceveva contemporaneamente, e anzi nell’istesso giorno, il mandato di trattar il matrimonio tra il Re de’ Romani Massimiliano figlio del regnante imperatore Federico III, e Bianca Maria sua sorella.

Massimiliano, dopo lunghi negoziati, accettò la mano di madonna Bianca Maria Sforza dei Visconti sorella di Gian-Galeazzo, a condizione gli si mantenessero i patti stipulati col Brasca; i quali le costituivano una assai ricca dote. Il medesimo Re de’ Romani poi prometteva innoltre al Duca di Bari, che subito che per la morte di suo padre egli sarebbegli succeduto nell’Impero, gli concederebbe in feudo il Ducato di Milano e la Lombardia, il Contado di Pavia, e gli altri dominj di città e terre, in quella maniera e forma che altre volte furono concessi dal serenissimo Vencislao Re de’ Romani a Gian-Galeazzo Visconti primo duca milanese; e ciò non solo perchè ne fruisse esso Lodovico, ma perchè il dominio ne passasse anche a’ suoi figli maschi, e discendenti, a perpetuità. Per la dote e per gli ottenuti privilegi, Erasmo prometteva quattrocento mila ducati in oro; venticinque mila tosto, e settantacinque mila fra due mesi dopo, celebrata la confermazione di que’ capitoli; il restante in varj tempi.

La fortuna fu anche propizia al Duca di Bari; perchè di lì a poco moriva Federico III imperatore, e gli succedeva Massimiliano; che subito gli mandò legati per stabilire i contratti sponsali, che vennero confermati. Giunti poi nel novembre a Milano gli ambasciatori del Re de’ Romani, furono nel Castello albergati con grandissimi onori; ed al primo del prossimo mese, le strade dal Castello fino al maggior tempio essendosi ornate e coperte di finissimi drappi, la Bianca giovane avvenente, con Beatrice moglie di Lodovico, su di un carro trionfale tratto da quattro nivei cavalli, venne condotta al duomo, accompagnata degli ambasciatori tedeschi, dal duca Gian-Galeazzo, da Lodovico Sforza, con tutti i feudatarj dello stato e un numero assai grande di donzelle e primarj cittadini milanesi, tutti vestiti molto riccamente come usavasi in quella pomposa età. Ivi, assistito che ebbero ai divini uffici, la Bianca colle debite cerimonie venne dai due legati a nome del serenissimo Re Massimiliano per moglie sposata, e poi come regina coronata; dopo di che, essendo fatta montare su un docile e riccamente bardato cavallo, con sommo giubbilo di ognuno fu ricondotta in Castello. Due giorni appresso essa partì per la Germania, dalla parte di Como. Fin a questa città fu accompagnata, oltre alla regia comitiva, dai due duchi di Milano e di Bari, da Beatrice, e da Bona di lei madre che d’ordinario viveva nel Castello di Abiategrasso; non che dal giovinetto Ermes Sforza suo fratello, con ingente seguito di persone.

Ancora Lodovico mandava in Francia il Conte di Caiazzo fratello di Galeazzo Sanseverino, con Carlo Balbiano conte di Belgioioso e Galeazzo Visconti, per istigare Carlo VIII ad affrettare la disegnata impresa, e mostrargliela favorevolissima anche per agevolare la spedizione che, per coprirsi di gloria immortale (come ei pensava), egli intendeva imprendere contra il Turco. Gli offeriva il Moro, col loro mezzo, soccorsi di uomini e danaro; e il Belgioioso era incaricato di disporre coi doni i confidenti del Re a secondarlo. Il Re di Francia accolse con bontà l’invito di Lodovico, sì perchè conforme ai desiderj suoi, come anche perchè veniva da un principe che grandissima fama godeva di avvedutezza e prudenza. Radunato il suo generale consiglio, ei fece esporre dal Belgioioso il motivo della imbasciata, e dichiarò poi egli stesso la propria intenzione di passare in Italia: invano alcuni grandi si provarono di dissuaderlo, giudicando quell’impresa incerta e pericolosa; il voto favorevole prevalse, e perchè molti erano stati corrotti dall’oro del Duca di Bari, e perchè altri vedevano brillare la speranza di individuali vantaggi durante l’assenza del Re. Galeazzo Sanseverino, che era pure stato al Re mandato dal Moro, si era poi cattivata la benevolenza di Carlo VIII facendosi ammirare come compitissimo cavaliere.

I principi Italiani, penetrata la cosa, tutti condannarono concordemente il Duca di Bari, che si fosse avvisato di turbar l’Italia chiamandovi le armi francesi. Il pontefice stesso Alessandro VI tentò tutte le vie per indurlo ad unirsi invece con lui e col Re di Napoli, contro la Francia. Intanto Carlo VIII, venuto a Lione, volle che il suo parlamento dichiarasse la validità de’ suoi diritti sul Regno di Napoli. Il Duca di Bari allestiva pure l’esercito; ed erasi assicurato del soccorso de’ Veneziani e del signor di Bologna, nel caso che il Re di Napoli lo assalisse. Il Re Ferdinando, spaventato del proprio pericolo, incaricava il figlio Duca di Calabria degli apparecchi per l’esercito di terra, e don Federico suo secondogenito per quelli della flotta. Egli poi moriva improvvisamente, ai 25 di gennaio del 1494; ed Alfonso Duca di Calabria gli succedeva. L’esercito napoletano avanzossi verso la Lombardia, malgrado che Gian-Jacopo Trivulzio presso il Re di Napoli si ingegnasse di ristabilir la concordia fra esso e il Duca di Bari: e Lodovico sospettoso, credendosi tradito dal Trivulzio della cui fedeltà sembra già prima assai dubitasse, levava a lui tutte le pensioni che dal governo di Milano riceveva; e movea a propria difesa l’esercito ducale comandato da Sanseverino suo genero, il quale si accampò nel contado di Imola, e in breve (agosto 1494) si unì colle genti francesi spedite sotto la condotta del signor di Obigny: onde gli Aragonesi dovettero depor l’idea di entrare in Lombardia; e, per l’inazione del Conte di Pittigliano, poi si videro anche costretti ad indietreggiare, sì perchè il papa ritirò le sue genti, e sì per essersi alcune città, come Cesena e Bologna, ribellate a favor de’ Francesi, che già nell’Italia col loro Re si innoltravano. Ritirandosi gli Aragonesi, non si soffermarono che a Roma.

In questo mezzo Lodovico Sforza, che non mai abbastanza sicuro si reputava, sollecitava per legati Massimiliano a mandargli, secondo i patti stretti fra loro, la convenuta investitura. Questa giunse infatti ai 5 dicembre di quell’anno 1494; ma per allora si tenne segreta. Un privilegio posteriore poi accordava a Lodovico che, mancando i suoi figli legittimi, gli succederebbero i naturali; e finalmente Massimiliano facea una dichiarazione, che sebbene l’imperatore suo padre e lui fossero stati più volte da Lodovico pregati di concedere a Gian-Galeazzo Sforza il milanese ducato, essi farlo non avevano voluto, essendo usanza dell’Impero non investire alcuno di uno stato ch’egli abbia usurpato: però, trovando tanto benemerito nel suo governo Lodovico (e poteva soggiungere trovando che tanto bene sapeva pagare), a lui col consenso degli Elettori lo conferiva.

E il povero Duca Gian-Galeazzo? Egli giaceva allora gravemente ammalato, e andava struggendosi ogni dì più. Molti accagionavano i disordini di sua gioventù di tal disgrazia; altri sotto voce si dicevano misteriosamente, «di fermo egli ha ingollata la pillola!» Egli si era traslocato nel castello di Pavia. — Così Isabella vedeva ad un tempo il padre minacciato dalle armi francesi; lo sposo in grave pericolo di morire; e compirsi il trionfo dell’odiato Duca di Bari, e della ancora più abborrita sua rivale Beatrice d’Este.

Capo IX. I FRANCESI IN ASTI

Carlo VIII nell’anno vigesimo secondo dell’età sua, indolente per ciò che spettava agli affari, ma pieno di amore della gloria, si mosse per la spedizione di Napoli sino allora non del tutto stabilita. Partiva da Vienna il 23 di agosto; e passava nell’Italia per la montagna di Monginevra molto più agevole a varcarsi che quella del Moncenisio. A Susa per le poste era corso ad incontrarlo Galeazzo Sanseverino; il quale, come si disse, già si era acquistata la sua benevolenza quando avea visitato quel Re in Francia. Passava Carlo a Torino, dove si fece prestare dalla duchessa di Savoia vedova del duca Carlo le sue gioie, a fine di impegnarle per dodici mila ducati. Infatti Carlo, che impresa avea la sua spedizione con forze non molto ragguardevoli veramente ma sufficienti se abbiasi riguardo alla condizione dell’Italia in que’ tempi, egli, dico, difettava però oltre modo di danaro. Egli avea, è vero, presi in prestanza con grossa usura cento mila franchi dalla banca Sauli di Genova; e cinquanta mila ducati gli erano stati affidati da un mercante milanese senza obbligo di interesse, e ciò per conto di Lodovico il Moro sebbene non apparisse; ma queste ed altre sovvenzioni non erano sufficienti al grande suo bisogno, giacchè vôto era il suo erario. Nè molto ben provveduto era il suo esercito, di cui svizzeri e tedeschi formavano il miglior nerbo; perocchè quanto ai francesi, gran parte erano persone di perduti costumi, fuggiti alla giustizia, e che portavano lunghi capelli e barba per nascondere le orecchie che loro erano state fatte mozzare dalla giustizia per marchio d’infamia: e se è vero che seco il Re avea altresì una fiorita e valorosa schiera di giovani gentiluomini, avidi di segnalarsi, a questi per altro mancava non poco la militare disciplina. — Il Re giunse ad Asti il dì 9 di settembre: il caldo ancora grande avea affaticate le sue genti; i vini, in quell’anno assai acidi, loro riuscivano ributtanti; già della spedizione si era quasi noiati, e molti, fra i quali il Comines storico assai notabile, stimavano tuttavia incerta cosa che avrebbe luogo. «Se questa a buon termine è condotta, soleva ripetere il Comines, egli è gran segnale che ci aiuta Dio, giacchè nè nel Re nè ne’ suoi capitani nè nei suoi tesori vedo poter contare. Il Re per la sua età è savio, ma esce adesso solo dal nido: e quelli che lo maneggiano a lor modo, Stefano di Vers senescalco di Beauchere e il generale Brissonetto, sono uomini non solo di bassa condizione ma senza esperienza. Quanto a me però, io sono pronto; e mi vanto anche di essere stato il primo a montare a cavallo».

In Asti per altro accadevano cose che accrebbero il coraggio del Re; il quale dal suo canto non mancava di fermezza ne’ suoi disegni; fermezza che anzi talora era tale che, al dir di Guicciardini, degenerava in ostinazione. Infatti colà giunsero a Carlo buone notizie, cioè quelle della vittoria riportata dal Duca d’Orleans a Rapallo sulla flotta aragonese; il che servì pei francesi di lieto augurio. Innoltre a confermar Carlo nella già cominciata impresa, giungeva il Duca di Bari, accorso a complimentare il Re, insieme colla moglie, col Duca di Ferrara, e un seguito brillante di gentildonne milanesi.