Del resto le vivande erano qui a profusione: carni di ogni qualità di animali domestici, selvaggina, volatili di ogni specie, con salse e senza. Talora grossi animali pelati ma interi, col ventre gravido d’altre vivande; talora statue e storie in rilievo, sia di paste sia di burro, artistamente lavorate: comparve ancora un pavone vestito delle sue penne; e così alcuni fagiani; e poi un cervo colle sue corna: offrivansi gelatine in conche d’argento; torte indorate. Fra un portato e l’altro, di nuovo erano date acque odorose alle mani: le vivande inargentate succedevano alle indorate; le meno sostanziose alle più succulente; le salse più stimolanti alle dolci; i vini più generosi ai meno prelibati: infine comparvero frutte e fiori; varie paste in vario modo foggiate; e confetture ben lavorate, fra le quali era un Bacco tratto dalle tigri; con che volle l’artista alludere alla impresa di Re Carlo, il quale mirava, come quell’antico dio, a trionfare anche nell’oriente, dopo che conquistato avesse il Regno di Napoli che in forza de’ suoi diritti gli si competeva.
Sul terminar della mensa, erano poi stati introdotti musici, che intonarono canti melodiosi; e buffoni che danzarono e fecero molti giochi di equilibrio e destrezza, e ballarono sulla corda. Scudieri vestiti di seta con fregi in oro servivano i commensali: il senescalco più volte mutò di vesti, sempre ricchissime, ed era fregiato di collane d’oro e di pietre preziose: in ultimo, fu data di nuovo acqua di rose alle mani; e il Re passò in altra sala riccamente addobbata, ed in cui erigevasi un trono disposto a riceverlo.
Qui nuovo spettacolo e più maraviglioso lo attendeva; perocchè un artista ingegnosissimo, il celebre Leonardo da Vinci, per la prima volta offrì a Carlo un omaggio, che poi fu da lui forse ripetuto per Lodovico XII e Francesco I, restandoci memorie che tutti questi principi ricordano aver fruito di una simile adulazione: infatti non fu appena il Re seduto sul trono per lui apparecchiato, che vide nella sala, a passo misurato, entrare un leone di legno, grande al naturale, ben fatto, e in viso mansueto; e questo, poichè fu presso al monarca, arrestossi, e colle zampe si squarciò il petto, che mostrò di essere tutto pieno di gigli. Di tal modo si veniva a dire a Carlo, che la sua forza era ad ogni altra superiore; appunto come ad ogni belva minore sovrasta il terribile chiamato re della foresta.
Il monarca fu sì contento di questo inatteso spettacolo, che desiderò di vederne l’autore: allora fu introdotto Leonardo da Vinci: la sua età cominciava a declinare; ma vedeasi in lui un uomo di robustezza straordinaria, dignitoso nel portamento, di bella persona, di lineamenti nobili e regolarissimi, con una barba che già traeva al bianco. Il Re lodò l’industria sua; e soggiunse che la fama di lui era di già sì grande che anche in Francia risuonava: Leonardo, contento di quella lode, piegando un ginocchio innanzi al Re lo ringraziò della bontà sua; poi fattasi recare una cetra di nuova foggia, diede a Carlo un saggio di altra sua abilità, nella quale riusciva pure eccellente.
L’istrumento che Leonardo da Vinci cominciò a far sentire con un preludio assai animato, era d’argento in gran parte; in forma di teschio di cavallo, acciocchè l’armonia fosse con maggior tuba, e di voce più sonora: con questo, per testimonianza del Vasari, egli avea superato tutti i musici che eran concorsi alla corte del Duca di Bari. Lodovico il Moro si compiaceva non poco di ascoltar i suoni armoniosi e variati che il Vinci sapea trarre dalle tocche corde di quell’istrumento di sua invenzione. Ora Leonardo, poichè ebbe fatta ammirare l’impareggiabile sua abilità anche nella musica, facendo giungere alle orecchie del Re nuovi suoni, nuove melodie, e molte variazioni su un tema dapprima semplice e solenne; incominciò a sposare ai suoni della cetra quelli di una voce robusta e armoniosa, ed improvvisò i versi seguenti:
Trascorsa è già la tepida
Lieta stagion de’ fior;
Pure la bella Esperia
A te sorride ancor!
Te, Re possente e intrepido,