Vedendosi a mal in cuore troppo vicina all’abborrito suo nemico e alla di lui non meno odiata consorte, volle finalmente passare nel Castello di Pavia: ma quivi, tremando, cominciò ad avvedersi che anche la salute del marito suo andava deperendo. Che pensare di ciò? Era allora il tempo in cui suo padre, salito al trono, faceva sforzi per spingere le armi sue in Lombardia; e Lodovico già avea contro di lui chiamate le armi francesi. La malattia del Duca andava aggravandosi: doveva ella pensare che, la malizia del suo rivale fosse giunta al punto di attentare alla vita del giovine suo sovrano; di quel buon principe che nel Moro tutta avea posta la sua confidenza? O dovea credere, che, in un momento in cui tutte le disgrazie sembravano accumularsi sulla sua famiglia, il cielo inesorabile volesse altresì flagellarla col lasciar lei vedova, ed orfani i teneri suoi figli?

Essa era in tali angustie, allorchè la pietà le suggerì di invocare una protettrice celeste, della quale la fama magnificava allora i frequenti luminosi favori. Era questa la Vergine, che per mezzo di una sua immagine miracolosa, rinnovava, dicevasi, in que’ giorni non infrequenti portenti. Un monastero di Pavia racchiudeva in una sua cappella interna questa effigie sì benefica: quel monastero ricordava antichi patimenti di una bellissima donzella latina che, dopo aver destato un violento amore in un Re longobardo, in quel chiostro, magnifico per que’ tempi, era andata ad espiare alcuni momenti di debolezza, a piangere sulla memoria di un amatore che appieno ella non seppe obbliare giammai. La pietosa storia di Teodota, l’inclita donzella italiana, quante volte poi a un dipresso non s’era rinnovellata fra quelle mura tranquille; ove una quiete benefica, se non un perfetto riposo, aveano alfin trovato de’ cuori cui le passioni più violente aveano agitato nel tempestoso oceano della vita! Ivi un devoto esaltamento era spesso succeduto ai palpiti di un amore, che poi fu rimeritato da tradimenti; ed aveva ancora di qualche fiore abbellita un’esistenza, che una volta non si era creduta più capace se non se di un martirio interminabile!

La Duchessa pertanto un giorno recossi al monastero che la fama le indicava come un ultimo raggio di stella amica oramai vicina a sparire! Quel monastero era quello detto della Pusterla, ma che era stato alzato col titolo di Santa Maria e di Teodota. Una ricca chiusa lettiga coprì di mistero quella sua andata; nessuno la seppe: fu una gita furtiva; un atto di pietà da cui ogni mondana pompa venne divisa! Ella giunse inaspettata fra quelle religiose, a cui solo un istante prima era stata annunziata la sua visita: poteva essa infatti por tempo in mezzo, se trattavasi di abbreviare i patimenti dello sposo addolorato e febbricitante? Con venerazione fu raccolta l’inclita donna; tosto fu condotta alla interna cappella della immagine miracolosa: palpitando, la Duchessa si accostò alla soglia del sacrato recesso, appunto come un tempo non senza trepidazione sì si accostava all’arca d’un dio terribile, che colle vampe, colle voraggini aperte, colle onde sdegnose, coi serpenti, puniva i suoi nemici; ma che sapeva ancora all’uopo, pe’ suoi fidi, dividere il mare e i fiumi, far piovere il nutrimento, addolcir le onde, e trarre dalle pietre un rivo abbondante!

Ma chi è quella pia, che, prostrata avanti alla sacra effigie, mormora umili preghiere, avvolta il capo modestamente in bianco velo, di lane candide vestita la piccioletta persona gentile! Al vederla, più d’una delle religiose che accompagnavano la Duchessa trasalì! Lo strepito insolito, ecco le ha fatta rivolgere la testa graziosa; le rosee guancie apparirono, il dolce sguardo modesto, la bocca che rassembra a un fiore vermiglio or ora fatto sbocciare dalla primavera! — Carolina! gridò la Duchessa. — Un istante dopo, Carolina era a’ suoi piedi; e questa la alzava, e stringevala con tenerezza fra le sue braccia!

— Non indarno io qui venni, o Vergine santa, se tu di già mi ridoni un’amica; di cui tal bisogno prova il mio cuore, che più non è desiderato raggio di sole da pellegrino sorpreso in via da una notte di dense tenebre e procellosa! — Ah il Duca pericola della vita: tutte preghiamo per lui! — E poichè devotamente ebbero orato avanti al sacro altare, rinnovava gli abbracciamenti la Duchessa alla sua diletta; la baciò in fronte, al seno la strinse: mentre dal suo canto Carolina copriva di baci teneri e di lagrime abbondanti la mano della sua illustre benefattrice. — Pochi istanti dopo entrambe trovavansi nel Castello di Pavia. — Il Moro, non crudele veramente di indole, non volle privare di quel conforto Isabella; nè si oppose che la diletta sua amica restasse ulteriormente al suo fianco e la consolasse nelle afflizioni che su quella inclita donna si andavano accumulando.

Ma la salute del giovine Duca non migliorava: egli andava anzi struggendosi ogni dì più; ed ogni tentativo della arcana scienza chiamata in suo sussidio, sembrava riescir vano; come indarno le onde vanno facendo impeto contro un macigno che immobile le fende; o come lotta invano contro i flutti chi è travolto fra le acque frementi e rapide di un improvviso torrente!

Capo XIV. LE FESTE IN PAVIA

Pochi giorni dopo questa scena pietosa, Pavia assumeva l’aspetto d’una città in cui entra un trionfatore. Era il 13 di ottobre: tutte le campane suonavano a festa; la strada che dal ponte sul Ticino conduce al palazzo della città era tutta di frondi e fiori ornata; e le finestre erano addobbate di arazzi e drappi in modo vario, e mille e mille curiosi vi stavano in attenzione di veder passare il monarca francese. La stagione ancora mite contribuiva a rendere più brillante quella festa: poichè il cielo era limpidissimo, il sole mandava una luce viva e lieta; e la natura, come gli uomini, sembrava tutta compiacersi della venuta di un Re, di cui pronosticavansi le gesta famose contro il nemico della civiltà, che tanti progressi fatti avea; un Re che forse ristabilirebbe in breve l’Impero d’Oriente, respingendo il Turco da quelle regioni colte che come fiume traboccante avea invase, soffocando ogni germe di bene e floridezza fra i popoli caduti sotto la fanatica sua scimitarra! La curiosità di godere di tale spettacolo era tanta, che coloro che non aveano potuto aver luogo alle finestre erano saliti sui tetti; e le torri, di cui abbondava la città, anch’esse ove la vista potea spingersi sulla strada che percorrere dovea il Re, erano tutte traboccanti di gente, avida di veder da lontano il passaggio di lui, il suo corteggio brillante.

Erano due ore dopo mezzo giorno, quando lo sparo de’ schioppi e delle bombarde annunziò ai cittadini, che Re Carlo allora stava per entrare nella città: egli fermossi un istante di là del Ticino, a contemplare la città che da quella parte offriva bellissima prospettiva, sì per la moltitudine delle sue torri e delle sue case, come per quella delle chiese e de’ suoi palagi. Passato che ebbe il ponte che mette alla città, tra il fragore delle artiglierie, gli applausi popolari dinotavano ovunque, a mano a mano, che compariva la pomposa comitiva. Dapprima passò uno stuolo a cavallo di gentiluomini francesi riccamente armati; e di questo, parte corse a prender in custodia le porte della città; veniva poi un drappello di musici, che eccheggiar faceano l’aria del suono de’ loro strumenti, che erano trombe, ciaramelle e pifferi; appresso veniva parte delle guardie del Re. Il Re seguiva dopo esse, a cavallo, ricchissimamente armato, col suo manto reale ampio, e colla corona in testa: cavalcava un candido destriero, che era condotto a mano da due palafrenieri vestiti di seta con ricami d’oro. Dietro al Re venivano i primarj de’ suoi cortigiani, fra i quali Stefano di Vers, e il generale Brissonetto, suoi favoriti; in mezzo a questi, tutti a cavallo e sfarzosamente abbigliati, cavalcavano pure Lodovico Duca di Bari e Beatrice sua moglie, donna animosa, non che il padre di lei, Duca di Ferrara, ed alcuni de’ loro cortigiani. Seguivano poi altre guardie del Re; e per ultimo le guardie ducali, ossia le lance spezzate, che erano al soldo di Lodovico. Una folla immensa di popolo, come accade, stipavasi dietro la festosa comitiva; festoso egli stesso, rapito dalla solennità di quell’avvenimento, e senza pensar oltre alle conseguenze che da esso doveano seguire. — Lodovico il Moro avea fatto regalmente addobbare il Palazzo della città, per albergarvi il Re. Carlo però, a cui soffiava negli orecchi sospetti il general Brissonetto, avea voluto che delle porte di Pavia alle proprie genti affidata fosse la custodia; e ciò gli era stato concesso.

Poco dopo che egli fu giunto al palazzo per lui destinato, essendo pronta, la mensa, il Re con Stefano di Vers e il generale Brissonetto, Lodovico il Moro con Beatrice sua moglie, Ermes Sforza, Galeazzo Sanseverino colla moglie bastarda di Lodovico, il Conte di Cajazzo, ed alcune poche nobilissime gentildonne della ducal corte, non che pochi altri baroni francesi, passarono nella grande sala, ove era disposta una mensa sontuosa. I valletti e camerieri ducali diedero da principio odorose acque alle mani de’ convitati; e questi poi, al suono di trombe, flauti e pifferi che di quando in quando faceano sentire una musica lieta e vivace, si assisero al desco, sul quale erano disposte in numero grandissimo le vivande; che furono più volte tutte mutate per sostituirne altre di varia specie e di forme diverse. Come era loro uso, i Francesi salutarono il loro Re prima e dopo che ebbe bevuto, ma del resto tennero il capo coperto; ed i soli suoi ufficiali domestici stavano colla testa nuda e senza manto. Sarebbe poi noioso il riferire minutamente di che si componesse quel banchetto, veramente degno del personaggio per cui era imbandito; ma non possiamo tacere alcune singolarità di esso, che il nostro lettore troverà curiose. Fra le diverse vivande che comparirono sulla tavola, varie erano fregiate d’oro; indorato era il pane, indorati varj confetti; i gigli di Francia da per tutto splendevano agli occhi de’ risguardanti; mentre l’adulazione avea poi fatte dimenticare le armi ducali. Nulla rammentava il duca Gian-Galeazzo che stava presso a morire nel Castello, nè Isabella d’Aragona, che sola fra il comun giubilo era avvolta in una mestizia mortale!