— Foste voi, Carlo, che pronunciaste ora alcune parole!

— Ah, Illustrissima, mi perdoni: io da lungo tempo mi rammarico delle sue afflizioni: io vorrei alleggerirle, potendo: se un servo fedele vale a giovarle, io sarò quello; e sua Signoria Illustrissima mi troverà sempre pronto a ogni suo cenno, dovessi per lei entrare nel fuoco ancora!

— Giovine generoso, io vi ringrazio de’ vostri sentimenti: forse in breve metterò alla prova la vostra fedeltà! — gli rispose in tuono grazioso ma solenne l’infelice Duchessa; e da lui si allontanò.

Capo XIII. SEGUE LO STESSO ARGOMENTO

Un mese dopo il giorno di cui parlammo nel capitolo precedente, il vecchio giardiniere si lagnava che già da tre settimane suo figlio mancasse dalla paterna casa, senza dargli novella alcuna di sè: e la Duchessa cercava consolarlo con doni replicati! — Isabella poi una sera, fatto a sè venire un frate Carmelitano che la confessava, a lui palesò, come ella temeva di aver cagionata la perdita di un suo fedele servo, da lei incaricato di portare una lettera al Duca di Calabria suo padre! Il Carmelitano impallidì; ed esortò la sua penitente a deporre l’odio suo abituale contro il Duca di Bari: ma essa allora, tutta commossa, in sì doloroso sfogo di lamenti sciolse il suo cuore, che il buon religioso ne fu scosso fin nel fondo dell’anima! Egli le impartì la propria benedizione; e quindi, risoluto di servire egli stesso piuttosto alla giustizia che alle mire dell’ambizioso Duca di Bari, le disse:

— Illustrissima Signora, la sorte del giovane di cui mi dite non mi è nota: ma la sua scomparsa avrà destati sospetti nel Maestro generale della corte; e potrebbe essere stato inseguito e raggiunto, e Dio non voglia che di peggio gli sia accaduto dell’essere stato rinchiuso in qualche forte ad espiare il suo fallo! Ma se V. S. Ill.a ha alcun’imbasciata da far giungere al di lei padre, io ne darò incombenza a un mio collega che deve passare a Roma; e che se ne incaricherà, ne sono certo; e solo sarà necessario che voi gli diate un segno, perchè gli venga creduto allorchè recherassi alla corte del Re di Napoli.

— Ebbene, questo anello è una memoria di mia madre, che Alfonso mio genitore ben conosce; eccovelo: il nunzio che s’incarica della missione faccia intendere a mio padre, che io sono in questo castello come prigioniera, e che non solo il comando ci è tolto ma ancora la libertà: e lo esorti, se pietà sente di me, a non tardare ad accorrere a liberare la sua figlia, e il Duca che pure è vostro legittimo signore.

— Il mio dovere non mi proibisce che io eseguisca tutto ciò: io servo a’ miei legittimi principi; non servo che alla verità!... Se il signor Lodovico scoprirà quello che feci, io corro, il so, grave rischio: ma sia fatta la volontà del cielo! Il mio collega è mio amico; è un uomo dabbene, pronto a soffrire per la giustizia, e non dubito assumerà l’incarico, tanto più non dovendo tornare probabilmente da queste parti: Insomma, datemi l’anello e il vostro messaggio avrà luogo.

Isabella, consegnando l’anello, strinse la mano del buon religioso con gratitudine, e la bagnò delle sue lagrime. E bello era veramente quel quadro, ed affettuoso! il frate, di età matura, di nobile sembiante, con un volto che indicava la penitenza e la contemplazione; mostrava la dignità dell’uomo generoso che sacrifica sè stesso alla giustizia di una causa, a servir contro la quale in sostanza era destinato: e d’altro canto, tenero contrasto facea la Duchessa, giovine; bella ancor più per l’aria sua d’afflizione che spargeva un incanto celestiale ne’ suoi lineamenti; appoggiata la testa alla mano del suo buon direttore, bagnandola di pianto e lambendola di un bacio, che scese al cuore del vecchio, che si sentì per esso trasfondere una illimitata divozione per l’alta donna, una eroica disposizione a sacrificarle ancora la vita! Era pietà, amore della giustizia, od amore, quell’affetto del buon religioso? Era di fermo un misto di tutti questi affetti; ma la pietà era illuminata, l’amore della giustizia era ardente come l’amore, e l’amore era puro come quello degli angeli.

Ma la sorte non fu propizia alla principessa: passò un mese, e poi due e tre, che il frate era partito, e di lui non si seppe più novella: nè giunse certo a Roma; giacchè questo solo fu saputo! Il confessore continuava a veder la Duchessa; ma un dubbio crudele lo funestava: il frate suo amico era scomparso; Lodovico non gli avea di nulla parlato, ma sembrava che i suoi andamenti fossero spiati; egli anche in breve ammalò; e dopo lungo languire, andò a ricevere in una vita migliore il premio delle sue virtù! — Che non pianse della sua morte Isabella! Il padre di Carlo poi, il vecchio giardiniere, un giorno le palesò, che dicevasi per la città che alcuni messaggeri che ella mandava al padre erano stati affogati![5] Povero vecchio, ei non sapeva ancora che uno di questi era suo figlio! — Isabella rabbrividì; e si propose di non più spedirne altri, piangendo già la morte di tre generosi che, come Carolina, furono vittime di essersi sagrificati alla di lei causa: infatti poteva essa dubitare, in un tempo in cui l’uso ne era sì frequente, che il veleno le avesse tolto ancora il suo venerabile confessore!