— Di lui, vi assicuro, io non ho alcun timore! disse sbadatamente il Re.

— Temereste adunque forse di me? disse conturbato il Moro.

— No, Lodovico; so che mi siete amico, e che a ciò vi spinge anche l’interesse vostro; nè di voi quindi temo: ma rispettate, vi prego, una mia volontà: tutti sanno che ai miei voleri io non sono mai molto disposto a rinunziare!

— Allora si farà come desidera la Maestà Vostra! E, così dicendo, si allontanò dal Re; il quale col suo senescalco Stefano di Vers, col giovine Galeazzo Sanseverino luogotenente del Duca di Bari, ed altri grandi, cavalcò per la città, ad ammirare le luminarie per lui disposte, e godere dello spettacolo lieto di un fuoco artificiale eseguito colla polvere da cannone, che il più splendido non si poteva desiderare. Tali fuochi allora erano assai usitati, e conoscevansi non di rado sotto il nome triviale di falò. — Intanto il generai Brissonetto, sempre sospettoso, d’intelligenza col Re, partiva per visitare il Castello, e porvi doppia guardia di uomini d’arme francesi, osservando ogni cosa per la sicurezza del principe che vi doveva abitare. Egli prese per compagno e guida il cameriere ducale Bernardino Corio.


Lodovico il Moro egli pure al Castello si volse, tutto conturbato. Se il Re vede il nipote, pensava egli; se per lui prende interesse; se la mia nemica Isabella lo muove in proprio favore; le armi francesi potrebbero rivolgersi contro di me, ed io avrei riscaldata nel mio seno la serpe funesta che mi porterebbe irremediabile ferita! Se Carlo mi costringe a depor la reggenza; se nuovi consiglieri di Stato si creano in sostituzione di quelli che mi sono fedeli; se il figlio del Duca è riconosciuto come suo successore; ecco tutti i miei disegni caduti, ed io per sempre precipitato, disprezzato dalla Duchessa, e forse costretto all’esiglio per ottenere personale sicurezza! Almeno in tal frangente vivesse il nipote; che mi è favorevole, e mi proteggerebbe; ma egli è vicino a spirare; nè la sua vita potrebbe a lungo ancora conservarsi: nessuna forza umana omai sottrar potrebbe Gian-Galeazzo alla tomba! — Io sono in una perplessità mortale! Chi mi può consigliare, fra tanti sospetti e terrori? I miei nemici trionferebbero essi adesso! mi rovinerebbe la lingua del generale Brissonetto!

Non valendo la sua prudenza a mostrargli un raggio di luce consolante in mezzo all’improvviso nembo che sembrava adunarsi sul suo capo, egli volle squarciar il velo denso che il suo futuro destino gli celava; ed almeno anticipare a sè una certezza che, come che crudele, meno atroce egli allora a sè stimava di questo dubbio angoscioso. Non sembra egli infatti, che quando la sciagura ci flagella, natura reagisca e ci somministri una forza maggiore per sopportar la sventura!

Con tal pensiero, Lodovico salì alla più eccelsa stanza della torre dell’orologio del suo Castello; aprì una porta; e trovossi in presenza di un uomo attempato, coperto d’una lunga veste scura, e con berretto nero in capo; il quale stava leggendo un libro antico in pergamena, sulla coperta di cui, allorchè il chiuse, vidersi in oro impressi i segni del zodiaco. La camera nella quale questo uomo grave si trovava era tutta sparsa di libri e varj strumenti; fra cui notavasi un globo magistralmente lavorato, che dinotava tutti i movimenti delle stelle e de’ pianeti, e che un tempo avea appartenuto al duca Filippo Maria Visconti. Era quello l’osservatorio dell’astrologo di Lodovico; uomo che ottenea gran fede dal suo signore, e che all’uopo sapeva a lui impartire i lumi di una scienza cieca, che a que’ tempi, mercè la infinita credulità umana, trovava ancora grande credito eziandio presso persone per altri lati assennate e rispettabili: una scienza che, se star si dovesse alle testimonianze della storia, molte cose previde in modo stupendo; se non che tali fatti (come di molti si sa certo), sono per lo più da credersi inventati e sparsi fra il popolo dopo gli avvenimenti.

— Almodoro, disse Lodovico: le stelle mi annunzierebbero esse in questo punto alcuna disgrazia?

L’astrologo si alzò, si trasse il berretto, condusse il suo signore ad una finestra che guardava a perfetto oriente, e quindi diceva. — Se io considero la posizione degli astri in quest’istante, tutto mi indica al contrario che V. E. è in breve per sorgere al punto più eminente della sua grandezza. Vedete voi là quella stella brillante che ora sorge sull’orizzonte? ebbene questa vi predice uno splendore non molto dissimile a quello che ci trasmette la chiara e scintillante sua fiammella: e ancora, se io osservo fra gli altri punti del cielo, tutto sembra che il firmamento in quest’istante a voi arrida. Qualunque siensi le apparenze terrene, di nulla paventate, o principe; stelle benefiche splendono per voi di una luce propizia; e le cose terrene che hanno consenso colle celesti, per influsso di queste, e non altrimenti, devono camminare. Colla protezione de’ pianeti erranti e delle stelle fisse, procedete, Eccellentissimo Duca, nella onorata vostra carriera; che tutto sembra predirmi che questa verrà con rara felicità da voi compiuta!