Ma poichè l’infamia della morte del fedele Simonetta fu di tal modo lasciata ricadere sulla debole ed ingannata Duchessa e i di lui giudici malvagi, si pensò anche ad abbassare il Tassino, che scandalosamente allora omai d’ogni cosa disponeva. L’innamorata Duchessa, senza badare quasi alle cose dello stato che l’annojavano, non attendeva che ad arricchire il suo cameriere prediletto; ed egli per la città spesso in groppa venia portandola dimesticamente; e non faceansi tutto il dì che feste e danze: Lodovico e Sanseverino, che ciò da principio vedevano di buon occhio, aveano anche dato per maggior comodità al Tassino alloggio presso alle stanze di Bona. Ma il Tassino delle ricchezze ond’era colmato non andò pago: egli cresceva ogni ora più in alterigia; e per l’autorità che gli concedeva la Reggente, rivocava stoltamente gli ordini del Consiglio a suo capriccio, toglieva e distribuiva gli uffizj a chi più gli piaceva, riformava le guardie e componevale di persone disposte ad ubbidirgli; e perchè il Castello omai da lui dipendeva, tranne solo la rôcca, la quale però potea all’uopo a tutto il castello dar legge, egli importunava la Duchessa perchè essa rôcca al proprio padre Gabriele concedesse, togliendola a Filippo Eustacchio che era il castellano a cui dal morto Duca era stata consegnata.
La Reggente stava anche in ciò per compiacerlo; ma Filippo Eustacchio allora dichiarò, che per una promessa fatta al morto Duca ei non mai avrebbe ad altri la rôcca consegnata tranne che a Gian-Galeazzo fatto d’età maggiore. La Duchessa minacciò di dichiararlo ribelle; ma invano: il castellano anzi, consultatosi con Palavicino de’ Palavicini zio del giovinetto principe, questo nella rôcca condusse il dì 7 di ottobre del 1480, dichiarando che ciò facea per assicurarlo contro le trame di Gabriele Tassino. Fremette la Duchessa; ma non potè ridire sul fatto; ed anzi, essendosele presentata in nome del Duca una carta con che esigevasi, in termini rispettosi sì ma risoluti, che i Tassini fossero banditi, ella dovette, avvedendosi che vana sarebbe la resistenza, segnare il decreto di esiglio dell’amante e del di lui padre.
Allora il Duca di Bari prese egli, in sostanza, le redini del governo. Dal canto suo, Bona, priva vedendosi di Antonio Tassino che formava le delizie della sua vita, e trovandosi umiliata per la separazione del figlio e pel potere che ogni dì più arrogavasi il Duca di Bari, dichiarò di voler dimettersi dalla tutela: fu pregata dal figlio a non far ciò, e per qualche tempo soprasedette; ma finalmente, essendosi messo a morte il Simonetta, Lodovico non lasciò, facendo rinnovar la corte della Duchessa, di recarle nuova offesa; tanto che essa, oltre modo sdegnata, rinunziò alla tutela. Si accettò allora la rinunzia; assegnandosele però una pingue pensione di venticinque mila annui ducati, e per dimora il Castello e il luogo di Abiategrasso. Partita lei, il Duca elesse per suo tutore Lodovico; e Bartolommeo Calchi sostituissi presso quest’ultimo in luogo del Simonetta.
Così il Duca di Bari pervenne alla tutela e al governo che desiderava: egli però, conviene confessarlo, fece buon uso del potere; e non solo non lasciò alzare il capo ai Ghibellini, che speravano poterlo fare sotto di lui; ma nemmeno lasciò crescere audacia al suo antico collega Sanseverino, che divenne suo mortale nemico: e invano poi si cospirò contro di lui. Lodovico fece molte cose per far fiorire Milano, abbellirla, ingentilirla; ma traendo a sè ogni autorità e forza, agì in modo che il nipote, anche uscito di minore età, non valse ad avvocare a sè le redini dello stato; di che, per vero dire, egli non mai mostrò vivo desiderio, sebbene ardentemente a ciò aspirasse la di lui moglie. L’ultimo colpo fatto dal Duca di Bari per assicurare la propria potenza, fu di tôrre il Castello di Milano al suo castellano Filippo Eustacchio, tosto che s’avvide che Isabella moglie del Duca avrebbe desiderato il potere. Ciò avvenne nel 1489.
Chi è padrone del Castello di Milano è padrone anche della città; e questa trae seco il restante dello stato. Ciò considerando, il Duca di Bari fece credere al nipote che quel castellano cospirasse a favore dell’Imperatore: e lo indusse a uscir seco, a fine di farlo prigioniero; giacchè Filippo Eustacchio mai non abbandonava la rôcca. Così fece Gian-Galeazzo; e collo zio tornando al Castello, quando il Castellano venne sul ponte levatoio scortato da molti soldati per fargli riverenza e introdurlo, il Duca fermossi alquanto fuori del ponte, onde il Castellano fu costretto farsi avanti uno o due passi per baciargli la mano: or, mentre ciò facea, venne afferrato da due de’ figli di Roberto Sanseverino che sotto il Duca aveano preso servizio; e così fu tenuto stretto. I suoi soldati alzavano bensì con prestezza il ponte; ma il Duca di Bari, fatta accendere una candela, loro dichiarò, che se non cedevano il Castello prima che fosse consunta, egli a tutti loro avrebbe fatto troncare la testa: onde a quella minaccia impauriti gli diedero la fortezza nelle mani. Il Castellano fu processato; furono imprigionati alcuni tedeschi come mediatori del trattato da lui intavolato, ma poi vennero rilasciati; e anche Filippo Eustacchio, dopo alquanto di prigionia, trovò grazia, in considerazione dei suoi precedenti servigi. Ma forse la congiura fu supposta dal Duca di Bari, per ottenere il suo intento, che era di porre un castellano a sè ligio nella rôcca; come fece. Nè poi tardò ad avocare a sè ogni cosa, cioè governo, fortezze, armi e tesoro: ed ora chiamò il vostro Re per opporlo ai parenti della Duchessa, perchè lo voleano spogliare della sua autorità.
Il Brissonetto udì con molta attenzione il racconto del fedele storico; ed esclamò in fine: Gran briccone questo signor Lodovico: e il Re tanto se ne fida! — Ma andiamo, mio amico, incontro a Sua Maestà, che ora indubitatamente sarà per giugnere al Castello.
Capo XVI. DUE VISITE SINGOLARI
La notte era già innoltrata quando il Re, che era stato raggiunto dal Duca di Bari e più tardi anche dal generale Brissonetto, tornò al Castello, ove avea risoluto di fissar dimora: al comparire innanzi al ponte levatojo, il Castellano, cinto da famigli con torce, si fece incontro al monarca presentandogli su un bacile d’argento le chiavi. Il Re entrò; e condotto nell’appartamento per lui destinato, in breve tutto fu silenzio in quel vasto edifizio. Il sonno scese universalmente a portare il riposo ai corpi affaticati; e se alcuno vegliava in quelle ore di quiete, era il giovine duca, Gian-Galeazzo a cui la febbre ardea le vene, era la giovine duchessa Isabella che vedea addoppiarsi i proprj mali coll’essere minacciato il padre suo dalle armi del potente Re di Francia; e fu anche per qualche tempo il generale Brissonetto, pieno il capo di fantasimi infami, di calunnie, veleni, e tradimenti, di cui avea recentemente sentite varie storie rispetto all’Italia, e per cui gli sembrava, e con varj lo disse, che non senza perigli il Re dimorasse in quel castello.
Il giorno seguente, al levarsi del Re, il Duca di Bari e Beatrice, i fratelli Sanseverini e varj altri distinti personaggi, non lasciarono di visitarlo. Udita insieme la santa messa nella cappella sontuosa e riccamente addobbata del Castello, Lodovico invitò Carlo ad assistere ad un torneo che dovea aver luogo in una vasta lontana prateria del parco. Il Re accettò con piacere quest’invito, confacente ad un principe bellicoso. Nel luogo stabilito per il finto combattimento, un sontuoso palco era stato innalzato pei distinti personaggi che doveano assistervi. Intorno intorno al campo girava poi un parapetto che lo tenesse sgombro; perchè si era lasciato l’adito a molti cittadini curiosi, di assistere e prender parte ad un divertimento allora assai gradito. Si cominciò lo spettacolo da alcune giostre; e corsero l’asta anche varj cavalieri francesi: Galeazzo Sanseverino, al solito, si distinse in quest’esercizio, avendo rotte più lance e scavalcato più d’un rivale. In tale congiuntura però la sorte non sempre protesse il merito più chiaro; e qualche cavaliere stimato dover tornare vittorioso, fu abbattuto da un rivale oscuro, il cui nome allora corse di bocca in bocca fra la curiosa moltitudine. Infine si cessò dal giostrare, ed ebbe luogo una corsa a cavallo, il vincitore della quale fu premiato con un palio scarlatto: in ultimo vennero introdotte due schiere di venti cavalieri ciascuna, armati di tutto punto; una era contraddistinta da una sopravvesta bianca, l’altra l’avea rossa: dopo varii giri fatti con bell’arte, i due drappelli si incontrarono, e in simulata guerra si batterono fra loro aspramente; finchè, dopo molte vicende; la vittoria si dichiarò pei bianchi; con applausi generali degli spettatori. Chi più si distinse nel conflitto, a giudizio del Re di Francia, fu premiato con generosità.
Quando il Re fu di ritorno nel Castello, si restrinse un istante con Lodovico il Moro, e trattò con lui del nuovo prestito promessogli in danaro. Lodovico disse che già avea dati gli ordini perchè quella somma da Milano gli fosse mandata, e che la mattina seguente prima che Sua Maestà partisse alla volta di Piacenza gliela avrebbe sborsata. Il Re, tranquillo su questo particolare, non pensò più agli affari di cui era suo costume darsi poca briga; e chiese allora di visitare l’infermo duca Gian-Galeazzo. Lodovico rimase un po’ contrariato da questo desiderio: timido come era, paventava che il Re si movesse a pietà di quel giovine suo parente e della duchessa sua moglie; tanto più che questa, malgrado i suoi patimenti, conservava ancora una gran parte della sua avvenenza, cui la mestizia anzi dava per così dire quello spicco che sempre aggiunge la meditazione a due occhi lucenti e ad un volto fatto per invitare all’amore. — Ma ricordandosi del favorevole pronostico del suo astrologo, nè potendo negare al Re ciò che bramava, si limitò a fargli sentire, che per non pregiudicare all’infermo nipote la visita avrebbe dovuto esser breve: ogni commozione un po’ forte, nello stato in cui si trovava, osservogli, gli potrebbe essere dannosa; e solo dalla quiete era a sperarsi quella crisi che salverebbe il buon Duca da quel periglio in cui pure con suo grande rammarico, soggiungeva, egli si trova. Se egli morisse, sarebbe una gran disgrazia per l’Italia: ed a lui perdere sembrerebbe piuttosto in esso un figlio affezionatissimo, che non un sovrano; poichè tanta bontà ebbe per lui quel nipote che lo onorava come padre!