Il Re guardò bene in viso a Lodovico allorchè proferì queste parole: egli, indisposto contro di lui dal Brissonetto, non dubitò che quella non fosse finissima simulazione; egli si ricordò allora del solo latino fattogli imparare dal padre suo, gran maestro di finzioni, Lodovico XI, Qui nescit simulare nescit regnare: ma, con suo stupore, nulla vide ne’ lineamenti di Lodovico che tradisse le sue parole; e il giovine principe quasi lo credette sincero; non sapendo di quanta profonda finzione egli fosse capace. Egli l’assicurò, che solo pochi istanti durata sarebbe la propria visita; e che non avrebbe in modo alcuno portato il tumulto ne’ sentimenti di quel giovine sventurato, col rammentargli cosa che lo potesse menomamente turbare; le sue parole state sarebbero brevi e generali. — Allora Lodovico condusse il principe alla volta dell’appartamento occupato dal Duca suo nipote: e Carlo con sè volle venisse anche il proprio medico, Teodoro di Pavia.
Era Gian-Galeazzo cugino germano del Re; perchè entrambo nati da due sorelle, figlie di Lodovico II duca di Savoia: avvertito della venuta di Carlo, egli a stento si alzò a sedere sul ricco suo letto; onde, ammesso Carlo, questi potè appieno contemplare quel volto livido e sparuto, cui la malattia crudele di che era aggravato andava di dì in dì rendendo ognora più scarno e languente. Il vigor degli sguardi era scomparso; le labbra vedevansi dai denti informate; le orbite degli occhi sembravano di una grossezza straordinaria, pel dimagramento estremo delle sparute guancie; e i capegli, rari, dinotavano già apparsi anche gli estremi segni della etisia che lo divorava. — Il Re commosso a lui si avvicinò.
— Cugino, gli disse, quanto volontieri vi vedo; ma mi spiace, che la vostra malattia mi tolga di potervi godere più a lungo!
Gian-Galeazzo stese la mano al Re; e, con difficoltà traendo dal petto il respiro, gli disse:
— Vi sono grato, o Sire!
Lodovico Sforza, accostandosi al nipote, gli chiese dolcemente: Come vi sentite, Illustrissimo Duca?
— Male, mio zio; male! rispose il giovine, a stento parlando, ed alzando su lui due occhi spenti d’ogni fulgore!
— Fatevi coraggio, replicò allora Carlo; supererete, tutti lo sperano, quel morbo che ora vi molesta; la vostra gioventù ve ne deve dare le più fondate lusinghe.
Gian-Galeazzo dimenò la testa; dando così segno che egli non ne era persuaso.
— Non vi smarrite di spirito, cugino caro, proseguì il Re; il coraggio è la medicina più valida: non lasciatevi morire per abbattimento; credetemi, il vostro pericolo non è ancora sì grave come stimate. — Ma io non voglio disturbarvi di più: voi avete bisogno di riposo.