Gian-Galeazzo stese la mano al Re di bel nuovo; e presa quella di Carlo che gliela porse, a sè con lieve sforzo lo tirò. Il Re secondò quel debole movimento. — Ho tre figli; un maschio di quattro anni e due femmine di età ancor minore, disse il Duca: se muojo, li raccomando a voi, cugino: mi promettete di far loro da padre? L’unica consolazione che dar mi possiate in questo momento, è di promettermelo! Vi raccomando altresì l’infelice mia moglie!
— Ben di cuore, cugino, ben di cuore; state su ciò tranquillo: ma non disperate della vostra guarigione! rispose Carlo alquanto impietosito.
In questo, entrò nella camera la duchessa Isabella; che avvertita della visita del Re, tosto si affrettò di accorrere per parlargli: essa tenea per mano il suo piccolo bamboletto. La dolente si prostrò innanzi alle ginocchia di Carlo; e gli presentò il figliuoletto tutto scosso dalla novità di quella scena.
— Alzatevi, Duchessa: or che fate voi! sclamò Carlo; cui lievemente commosse quell’atto pietoso, e la beltà non ordinaria di Isabella!
— Ah, no, a me si conviene questa posizione umile e di dolore! O Sire, abbiate pietà di noi: io vi prego, perchè ci siate favorevole; perchè non solo abbiate a cuore gli interessi di questo infelice fanciullo e del di lui genitore, ma ancora siate generoso col padre mio e colla mia famiglia, a cui so voi movete la guerra!
— Signora, disse il Re, le cose sono troppo ora innoltrate perchè possa seguir pace fra me e il Re di Napoli: però, assicuratevi che esso in Carlo, quando il cielo mi dia la vittoria come spero, troverà un nemico nobile e generoso! — E così detto, rialzò la afflitta donna; e prendendo commiato, si ritirò. — Lodovico il Moro allora respirò dell’ottimo esito che ebbe quella visita! — Il Re interrogò di poi il proprio medico Teodoro di Pavia, il quale non avea lasciato di esaminare durante la visita del Re l’infermo duca; e fremendo da lui intese, che quel giovine principe non potea ancora vivere che qualche giorno, e che v’era più d’un indizio che attestava che un veleno lento andava conducendolo alla tomba. Ciò fece una viva impressione sull’animo del Re; a cui parve allora quasi di trovarsi insidiato egli stesso in quel castello. Ma dopo, tanti erano i segni di cordiale amicizia che gli dava Lodovico; che quel principe leggero, in mezzo alla gioja del circolo brillante di dame e cavalieri fra cui passò, dimenticò quasi affatto la luttuosa scena a cui era stato presente.
Dopo un pranzo sontuosissimo che venne apparecchiato nel Castello; ed in cui di nuovo la musica, la danza, la poesia, e il vino soprattutto, concorsero a rallegrare il Re e cancellare interamente l’impressione dolorosa ricevuta la mattina nel cuor suo, non troppo fatto pel nobile sentimento della pietà, sebbene non fosse nè d’animo duro nè spoglio di bontà; dopo il pranzo, dico, lo si fece assistere ad un breve spettacolo teatrale, che si era apparecchiato per festeggiarlo: era questo un’azione mitologica, e precisamente la rappresentazione della vita di Ercole: adulavasi con essa smaccatamente il Re; cui di quando in quando gli attori al semidio paragonavano. L’apoteosi di Ercole ricordava a Carlo la lode immortale che lo attendeva, dopo le geste luminose che egli in quel tempo nell’animo suo vago di gloria avea meditate. — Più tardi, fece una partita di palla, gioco allora assai usitato, e caro al Re di Francia.
Infine, venuta la sera, il Re assistette ad un ballo apprestatogli nel Palazzo della città; ove convennero avvenenti dame di Milano e di Pavia. Il Re con varie danzò, e con alcuna si trattenne in colloqui famigliari; obbliando anche spesso, come gli soleva intervenire, la regia dignità. Si vide in quell’occasione, che i suoi più intimi cortigiani con lui trattavano famigliarmente, nè egli con essi riteneva sussieguo o impero alcuno. Lodovico il Moro lo volle qualche volta impegnare in serj discorsi di stato; ma il Re sempre li troncò, avido invece di piaceri: onde il Duca di Bari si confermò sempre più, che il Re di Francia era su tal proposito molto spensierato. Il Re si divertì assai quella sera; ma dovendo il giorno dopo continuare il suo viaggio, e preoccupato da altre idee, dopo alcune ore lasciò la festa; che subito languì, e non tardò molto a finire.
Il Re, ritiratosi nel Castello, e passato nelle sue stanze, stette in conferenza col suo senescalco, il quale andò e tornò più volte: sembrava che di alcun affare misterioso fra loro si trattasse. Il Re mostrava dell’impazienza: infine una notizia favorevole venne a rallegrarlo. Alcune parole del suo favorito lo posero di buon umore; e con lui in colloquio intimo e vivo si strinse, appoggiato alla soglia di una finestra che guardava nel parco al castello unito, cui una notte serena vestiva dell’ombra sua sentimentale.
Frattanto in mezzo al tripudio generale due cuori palpitavano pieni di dolore; ed erano quelli della giovine duchessa Isabella che sì poco frutto si accorgeva d’aver fatto presso il Re, di cui accusava l’insensibilità; e quello della sua affezionata ancella, la tenera Carolina, in cui sempre trovavano un eco i sospiri della sua sovrana. Mentre tanti petti si aprivano ad una gioja romorosa, esse angosciose non faceano che rivolgere per la mente triste immagini di dolore, ed accrescere il numero de’ loro lugubri presentimenti. Così per loro trascorse buona parte della notte; e già era vicina la metà di questa, allorchè sull’infelice Isabella scese finalmente un sonno pietoso a por tregua a’ suoi lamenti. — Allora anche Carolina si ritirò nella stanza, che assegnata le si era poche ore avanti, per quella notte; stante il trambusto, così le si disse, recato dai nuovi ospiti nel castello.