Allora tutti, convinti da tal discorso, proclamavano Duca Lodovico Sforza: pochi furono che serbarono il silenzio; nessuno contraddisse. — Lodovico allora disse: — Ebbene, se tale è il vostro fermo parere, io acconsentirò a sacrificarmi per la patria!
Fattasi quindi portare una veste di drappo d’oro, e montato a cavallo, scorse, per la città, a fine di farsi proclamare Signore. Il popolo, sentita la deliberazione de’ primati, e già avvezzo a festeggiare il Moro che sapea colla liberalità renderselo favorevole, o tacque od applaudì al suo passaggio: pure alcuni maledissero in loro cuore la sua perfidia; persuasi che di veleno spento avesse il nipote, e vedendo che l’avidità del comando cavalcar lo facea per Milano mentre ancora la miserabil salma di Gian-Galeazzo non avea ricevuta la sepoltura[6]. Lodovico portossi al tempio di Sant’Ambrogio, per orare; e le campane vi fece sonare in segno di allegrezza. Ma mentre il tripudio sembrava circondarlo, egli nell’interno era invece pieno di neri presentimenti: la coscienza lo rimproverava fortemente; ed una voce segreta pareva dirgli: Inulta non resterà l’ombra di Gian-Galeazzo, e una fine di lui più crudele in breve ti aspetta: egli morì compianto fra le braccia di una sposa, di una madre diletta, e di un fratello che lo amava; e col sorriso dell’innocenza: tu morirai fra gente che ti sarà nemica; coll’amarezza de’ rimorsi nel cuore; e temendo i giudizj terribili della posterità!
Lodovico era troppo prudente, per indisporre il Re de’ Romani, con accettar lo scettro solo come datogli dai cittadini: egli quindi tornato nel Castello, chiamato a sè un pubblico notaio, in sua presenza, sebbene privatamente, protestò, che non solo dalla volontà del popolo milanese ma ancora dall’investitura poc’anzi accordatagli da Massimiliano egli intendeva riconoscere il nuovo suo titolo e la presente sua autorità. Dopo di che, diede parte a tutti gli stati d’Italia dell’accaduto.
Ecco, nel rozzo suo testo, una delle lettere che scrisse in tale circostanza ad uno de’ principali suoi condottieri d’eserciti.
«Credemo havereti havuto notitia del caso dell’Ill.mo Signor Duca nostro nepote quale mancoe heri de la presente vita, e ne havereti sentito insiema cum noi molestia. Dopoi questa mattina recercati instati e pregati da li Consilieri, Magistrati et Principali de questa città et molti delle altre del dominio ad acceptare el dominio de questo stato, demostrandone incredibile affectione et fede et desiderio de havere la persona nostra per Signore con affermare non possere de alcuno altro restare ben contenti, non c’è parso lassarli mal contenti et cossì con consentimento et grandissima alegreza et applausu d’epsi et de tutto el popolo questa mattina con la gratia de Nostro Signore Dio siamo stati creati et assumpti in Signore di questo stato: del che ce parse avisarne la Signoria Vostra perchè non dubitamo che lei in particolare ultra el respecto publico ne habia sentire grande piacere come po et deve però che avendola noi in quello loco de amore che epsa è, se ha ad reputarse in bona parte de omne nostro bon successo.»
Egli quindi si recò a Pavia; ove per suo ordine era stata la duchessa Isabella custodita, sicchè uscir non potesse dal proprio appartamento! L’afflitta donna, caricando di esecrazioni lo zio, stavasene fra i piccoli suoi figliuoletti immersa nella più profonda desolazione. Ella giaceva, nel forsennato suo dolore, sulla terra nuda; scarmigliata, e tutta di lagrime coperta. La duchessa Bona, più insensibile resa dall’età e dall’abitudine di rivolger ogni suo affetto a dio, mostrava segni meno aperti di dolore; ma in lei questo dolore, meno intenso e più concentrato, non lasciava però di essere al pari crudele ed anche più micidiale. — Lodovico ebbe la fronte di presentarsi alle due dolenti donne; a cui già si era prima annunziato, che egli era stato in Milano proclamato duca.
Egli dovette sentirsi scagliare in volto acerbi rimproveri e maledizioni dalla furente giovane Duchessa: egli tutto sopportò: poi con voce commossa la assicurò: che se il voler del popolo tolto avea al di lei figlio lo scettro; egli gli avrebbe però fatto da padre; e ad ogni suo bisogno e di lei largamente avrebbe provveduto. Giunse perfino a chieder perdono a Isabella, se pel passato le avea recato alcun disgusto; e tanto seppe simulare, che quella donna ebbe a dubitare che egli reo veramente fosse della morte del marito, e senza divenire a lui favorevole, sentissi però verso di esso meno acerba.....
Alcuni giorni dopo essa con alcune sue ancelle fedeli trovavasi nel Castello di Abiategrasso; e quivi, dal dolore logorata, terminava la sua vita Bona di Savoja, madre dell’infelice duca Gian-Galeazzo!