Noi non siamo qui per narrare tutti gli accidenti della vita ulteriore di Lodovico il Moro; noi lasceremo alla storia ed alla musa sua severa il registrare gli avvenimenti complicati che segnalarono la fine del secolo XV; e solo qui accenneremo, come, laddove Lodovico sperava che la spedizione di Carlo VIII dovesse essere infelice; sicchè, chiamato egli come mediatore, assestando le cose altrui avrebbe le proprie potuto assicurare; invece una non sperata fortuna secondò il Re di Francia; il quale senza quasi trar colpo giunse a Napoli, e vi fu incoronato. — Allora i principi dell’Italia si riscossero; e temendo de’ Francesi, formarono una Lega per opporsi ad essi; ed in questa entrò pure Lodovico Sforza, di tal modo divenendo nemico di quel monarca cui egli prima esortato aveva a passare nell’Italia. Tuttavia, vittorioso nella battaglia di Fornovo, il Re di Francia, cui contendevasi il ritorno, potè ricondursi coperto di gloria militare nel suo Regno; non senza aver segnata la pace col Moro; al quale prima il Duca d’Orleans avea tolta Novara.

Allora il Duca di Milano mirando a chiudere l’Italia agli stranieri che egli stesso avea dianzi chiamati, segretamente soccorreva contro i Francesi il Re di Napoli Ferdinando. Carlo VIII quindi di nuovo minacciava di rompere col Duca di Milano infedele; ma l’oro di questo, sparso fra i confidenti del Re, sembrò dissipare la procella. Se non che, per sua sventura, Carlo morì; e gli succedette il Duca d’Orleans, che avea pretese, pei diritti di Valentina Visconti sul Ducato di Milano, e che privati rancori nutriva contro Lodovico da cui era stato insultato. Il nuovo Re Luigi XII adunque non molto tardò a mover le sue armi contro il Moro; e Trivulzio che le capitanava, col terrore che sparse, e colle mendaci promesse che sotto i Francesi più state non vi sarebbero gabelle, vinse i ducali, e fece vacillare la fedeltà de’ popoli: il Duca, che perduta la moglie Beatrice d’Este morta nel 1497 non avea più in lei chi ne’ casi difficili sostenesse la sua vacillante fermezza, non seppe resistere alla procella, e dovette, non senza sentir per via esecrare il suo nome, per la strada di Como ritirarsi; seco recando i suoi tesori in Germania, ove sperava che finalmente mosso si sarebbe Massimiliano Re de’ Romani in suo ajuto. Luigi XII, venuto a Milano, vi ordinò un nuovo governo, istituendo un Senato con ampi poteri: tutto ciò nell’anno 1499: tornando in Francia, egli poi ottenne dalla duchessa Isabella il di lei figlio Francesco; cui fece rinchiudere nel monastero benedettino di Marmoustier, assegnandogli le ricche rendite di quell’abbazia, ove poi morì giovinetto ancora per una caduta di cavallo durante una caccia. — Ma i popoli non tardarono a rinvenire dal loro grossolano errore, per cui credevano l’età dell’oro sotto i francesi dovesse rinovellarsi. Non solo continuarono, infatti, ancora quasi tutti i dazj vecchi, di cui solo qualch’uno fu soppresso; ma altri motivi di malcontento, e maggiori, davano la rapacità, libidine, dei francesi, non che l’altero contegno del Trivulzio, che soprattutto i Ghibellini come fautori di Lodovico il Moro diedesi a deprimere: e varj grandi erano indisposti eziandio dall’aver il Re di Francia dichiarate nulle varie donazioni state fatte loro dal loro Duca partendo. Perciò non si tardò a formare un partito potente, di Ghibellini specialmente, disposto a favorire il ritorno del Moro.

Partendo da Milano Lodovico, mirando a rendersi benigne tutte quelle persone che potesse aver offeso, non solo rese i loro beni a molte famiglie cui ne avea confiscati; ma offrì anche alla duchessa vedova Isabella di condur seco in Germania il di lei figlio Francesco; se non che ella negò di acconsentirvi. Il Moro però allora, volendola guadagnare colla generosità, a lei fece dono del suo ducato di Bari e del principato di Rossano. L’infelice donna, che di Lodovico avea diffidato, confidò poi soverchiamente nel Re di Francia allorchè le chiese, come dicemmo, il figlio: ma poichè di questo essa si fu privata, divenendole odiosi que’ luoghi ove tante ingrate memorie la assediavano di perdite antiche e recenti, risolvette lasciar la Lombardia e recarsi nel suo ducato di Bari.

Però, prima di ciò fare, ella volle veder assicurata la sorte della giovane Carolina; la quale, piena de’ sentimenti più generosi, avea sempre negato di scostarsi dal di lei fianco. Gaspare Visconti, che più non l’avea veduta dopo che essa ebbe lasciato Milano, ne avea perduta la memoria; erasi dato alquanto alla melanconia, come attesta qualche suo sonetto; ed infine nel marzo di quell’anno stesso 1499 era morto: un giovane figlio di un ricco feudatario di una terra vicina, di cui la relazione che io seguo non m’accenna il nome, visitando spesso la vedova Duchessa si era fortemente innamorato della soave sua compagna. Quel giovane chiamavasi Antonio***: Isabella volle, che quelle due anime, nate per amarsi e farsi felici a vicenda, si unissero in nodo indissolubile prima della sua partenza.

Il tripudio più romoroso sorse nel castello del padre di Antonio allorchè quella fanciulla, già famosa per la sua virtù, entrò in quel soggiorno, e ne salutò il signore, che afflitto dalla gotta a mal in cuore non avea potuto andare a incontrarla; lo salutò, dico, come suocero. Un gran banchetto, fuochi d’artifizio, suoni di campane, spari di mortaletti, una fontana da cui zampillò vino tutto il giorno ed alla quale i villici lieti attinsero, giuochi pubblici della cuccagna, del tirar il collo all’oca, rallegrarono quella giornata solenne. Gli uomini d’arme del barone mostraronsi con ornamenti pomposi. Le principali persone della terra vennero ad ossequiare la sposa, che tutti trovarono avvenente e gentile; il pretore, ossia giudice del barone, fra questi; e per contrassegno di esultanza, il vecchio feudatario volle che si desse la libertà ad alcuni malviventi che stavano nelle sue prigioni; secondo l’uso di que’ tempi, in cui un barone signore di feudi facea in suo nome, fino ad un certo punto, amministrare la giustizia. Questo giorno festoso fu il 10 di gennaio del 1500.

Ma la disgrazia più fiera dovea succedere a tanta esultanza: un distinto personaggio che occupava un grado eminente nella milizia francese, avendo addocchiata la sposa, famosa per aver resistito al Re di Francia, si sentì di lei acceso per modo, che deliberò di far qualsiasi tentativo per averla in suo potere. Infatti, informatosi che alcuni dì dopo Antonio per ordine del padre erasi recato colle sue genti d’arme a Milano, ove i grandi Ghibellini tramavano segretamente di rendere lo stato a Lodovico il Moro; egli assistito da alcuni suoi fidi, mediante scale di corda, seppe introdursi nel castello, e pervenne fino alle stanze di Carolina: questa allora, sbigottita, s’alzò e si pose in fuga, gridando e serrando gli usci dietro di sè; ma la meschina, non ancora consapevole di tutti i secreti di quell’antico palazzo, pose fatalmente piè in una stanza riposta, di cui sforzò la porta chiusa bensì a chiave ma cadente per vetustà: essa mise piè, dico, su quel pavimento; ma il pavimento mal fermo cedette, ed essa precipitò in un pozzo, ove altre ossa da secoli biancheggiavano attestando la crudeltà degli antichi possessori di quel castello! Il di lei persecutore, spaventato dal romore, si era frettolosamente ritirato.

Il vecchio barone, poichè seppe l’accaduto, urlò di dolore, e corse malgrado le gotte per salvare l’infelice; ma essa già più non respirava nell’oscura cisterna ove era precipitata. Il giovane Antonio, come seppe la sua sventura, più non visse che per vendicarla!

Era ben certo che un francese era stato l’autore de’ suoi mali; i servi suoi ne aveano uditi gli accenti mentre fuggiva: egli pieno di furore e disperazione tornò a Milano; e, sapendo che Lodovico il Moro assoldate genti svizzere e borgognone tornava in Lombardia, fu uno de’ principali istigatori di quel tumulto che, crescendo sempre più giunte le genti dello Sforza a Como, obbligò il Trivulzio ad abbandonare la capitale.

Un tal tumulto era stato l’opera de’ Ghibellini, assai più forti de’ Guelfi fautori del Trivulzio: allora tutta la città si era divisa in que’ due infausti antichi partiti, che nei momenti di anarchia risvegliavano le loro antipatie, per lo più contrassegnandosi con un distintivo: i Guelfi in questi tempi portavano delle piume da una parte nel berretto, i ghibellini dall’altra. Primi ad assumere l’infausto segno eran i bravi, o sia i facinorosi servi de’ grandi: in breve tutti i cittadini li imitavano.

Il giorno 3 di febbrajo poi, entrava in Milano il Cardinale Ascanio fratello di Lodovico il Moro, ecclesiastico savio e benefico, con quattromila Svizzeri; e il giorno appresso giungeva lo stesso Lodovico. I popoli tripudiarono al suo comparire; poichè, in mezzo ai delitti privati che gli consigliò la sua ambizione, sempre retto avea con bastante saviezza. D’altra parte, quand’è che il volgo non applaude al vincitore! Ma un giorno solo si trattenne Lodovico in Milano; ove il Castello presidiato dai Francesi gli resisteva. Egli lasciò il Cardinale suo fratello ad espugnare questo forte; e passato a Pavia, arrolando nuove genti, recossi contro Vigevano, che fu presa; e poi pose l’assedio a Novara, che gli si arrese, tranne il castello.