Ma così lieto principio non ebbe fine corrispondente: i Veneziani, che aveano lusingato Lodovico di alleanza, si impadronivano invece di Lodi e Piacenza; ed il nemico riceveva grosso rinforzo, venuto insieme col Signore della Tremoille e il Cardinale d’Amboise primo ministro del Re, col titolo di luogotenenti generali. Per giunta poi, a total rovina del Duca di Milano, accadde che un ordine veniva agli Svizzeri che in gran numero militavano ne’ due campi, di far ritorno ne’ loro paesi; ma, per corruzione del corriere, quest’ordine tardò a giungere nel campo francese, sicchè il Moro si vide pel primo abbandonato.

I comandanti francesi, istruiti del fatto, il dì 4 di aprile condussero il loro esercito sotto Novara, per provocare il Duca al combattimento. Lodovico allora, a tutto fare, ottenne che gli Svizzeri suoi, non per combattere ma solo per apparenza, uscissero dalla città schierati in ordine di battaglia: egli sperava colla propria cavalleria composta di tedeschi ed italiani, mentre cominciavasi un fatto d’arme, far impeto, e passando fra le schiere nemiche giungere in salvo a Milano, ove il fratello gli avea messo in piedi diecimila uomini. Ma gli Svizzeri male lo secondarono; il disegno del Duca andò vuoto d’effetto, ed egli dovette col suo esercito rientrare nella città.

Allora Lodovico, vile di animo, si tenne per perduto: diessi a trattare col Conte di Ligny; ma la convenzione non fu confermata dagli altri capitani del campo francese, benchè il duca si obbligasse a ritirarsi alla corte di qualche principe suo amico. I capitani sforzeschi gli suggerirono di montar a cavallo colla sua cavalleria, far impeto nel nemico, aprirsi il passo, e congiungendosi colle genti del fratello, difendere la sua capitale; ma Lodovico non si sentì tanto coraggio di tentare l’ardita impresa. Egli quindi, alternando i consigli e le risoluzioni, incerto, piangendo e singhiozzando, non sapea a quale partito appigliarsi. Alcuni capitani svizzeri gli proposero di trasvestirsi, e confuso fra le loro schiere in abito di semplice fantaccino sottrarsi al nemico. Lodovico a questo consiglio si appigliò; e, per non dar sospetto ai Francesi, continuò a spedire messi al Conte di Ligny.

Intanto all’alba del giorno 10 di aprile gli Svizzeri del campo sforzesco, ottenuto dai comandanti francesi di poter cogli onori militari, passando nel mezzo del loro esercito, ritirarsi ne’ proprj paesi, a due a due, siccome volle il Cardinale di Amboise, sfilavano fra le schiere nemiche divise in due ale paralelle; il che, come diceva il Cardinale, accadeva per salvarli da ogni insulto. Lodovico avea pregato il Conte di Ligny, che adunati tutti i capitani in consiglio di guerra deliberassero intorno al conchiuso trattato: egli stimò così sviare la loro attenzione sul suo passaggio. Ma alcuni de’ capitani svizzeri misleali lo tradirono: questi furono, al dir del Giovio, Gaspare Silen di Uri e Rodolfo di Salis grigione. Il Duca fu di tal modo riconosciuto, e fatto prigioniero coi fratelli Sanseverini che erano travestiti con lui. — Le genti d’arme italiane, commosse a quell’accidente, non si perdettero di animo; e, fatto impeto per mezzo al campo nemico, con lieve perdita si posero in salvamento: il Cardinale poi lasciò anche andar libera l’infanteria.

Lodovico il Moro, in quell’umile arnese di svizzero fantaccino nel quale si trovava, venne condotto in presenza del maresciallo Gian-Jacopo Trivulzio. Quest’uomo che dal Duca ricevuto avea varie ingiurie, invece di mostrarsi con lui magnanimo in quella terribile circostanza in cui tanto la sorte lo umiliava, gli volse amare parole, rinfacciandogli il bando che un tempo dato gli avea: «Sforza, gli disse, tu vedi che le ingiurie a me recate ti sono ora pagate con giusta misura.» Ma il Duca della Tremoille, in custodia del quale il principe passò, lo trattò con più umanità; provvedendolo di abiti e di quanto alla sua condizione conveniva. Condotto però a Lione, invano Lodovico pregò di essere ammesso alla presenza del Re. Fu chiuso dapprima nella torre de’ Gigli di S. Giorgio nel Berry; poi, avendo tentata una fuga, venne sotto più stretta custodia trasferito nel Castello di Loches, pure nel Berry; ove fra i patimenti di spirito e di corpo visse ancora fino ai 27 di maggio del 1508, anno in cui morì.

Ascanio Sforza suo fratello, che di già avea spedito al Ticino, in soccorso di Lodovico chiuso in Novara, un grosso corpo di milizie, allorchè ne intese la prigionia, con pochi Ghibellini che compagni esser vollero di sua sorte, lasciò quel giorno stesso Milano; e coll’animo di recarsi a Roma, andò a Rivolta, castello sul piacentino di giurisdizione di Corrado Lando suo parente: ma i Veneziani ciò saputo assaltarono quel castello e fecero il prelato prigioniero; essi lo consegnarono poi al Re di Francia, che lo fece chiudere nella torre di Borges; ma che in capo a un anno gli diede la libertà, per gli uffici del Cardinale di Amboise: visse alla corte di Francia fino al 1503; indi passò a Roma, ove morì di peste nel 1505.

La memoria di quest’ultimo personaggio ci è conservata in Milano dal bel claustro di S. Ambrogio: altri insigni monumenti attestano il favore impartito alle arti da Lodovico: la storia letteraria non si stanca di lodarlo, per aver premiati i begli ingegni: ma la memoria della perfidia di lui lo rese esecrato anche più che famoso presso la posterità; e l’Italia fu poi per molto tempo agitata da guerre ed afflitta da mali, di cui egli posto avea il seme, per assicurarsi un trono, che poi tante amarezze gli costò, tanti rimorsi, ed in ultimo ancora estremi patimenti.

FINE


[ INDICE]