Al dimane ancora giostrava Galeazzo Sanseverino; ed altri combatterono dopo di lui, che ruppe ben dieci aste. Il combattimento venne quindi sospeso; ma quelle prove di valore doveano riprendersi il dì dopo, in cui si sarebbe deciso a chi spettasse il vanto e il premio della vittoria.
Adunque nel terzo giorno tornavano a giostrare gli stessi principi; e il Bentivoglio riportò nella mano una ferita, non abbastanza difendendolo l’armi nelle quali era chiuso. Però, fra tutti, palese apparve che per bravura distinguevasi Galeazzo Sanseverino, allora elegantemente ornato di un serico sorcotto. Pertanto i giudici che pronunziar doveano della vittoria, a lui attribuirono i primi onori; e gli decretarono il miglior premio, che era un drappo scarlatto: un altro simil premio fu poi diviso fra due altri nobili campioni: dopo di che i principi fecero ritorno nel Castello, al suono delle trombe e de’ timpani.
Così terminarono le feste nuziali; nelle quali l’accordo fra il Duca di Milano e Lodovico apparve perfetto, in cospetto di tutto il mondo: sebbene essendo poco prima comparsa in cielo una cometa, molti in que’ tempi superstiziosi pronosticassero disgustose vicende. La gioja generale, ispirata da questi divertimenti, veniva poi anche accresciuta dal mettere in luce che pochi dì dopo fece Isabella il suo primogenito, che dovea succedere al padre nel ducato. Tutti esultarono per così prospero avvenimento; tranne forse Lodovico, i cui pensieri forse vagamente vagheggiavano il berretto ducale di Milano, e la cui ambizione ora veniva spronata dalla giovine sua sposa, donna avida di comandare. Tuttavia la concordia durò ancora per qualche tempo. Le due spose erano non di rado divertite con spettacoli mimici, giostre, tornei, balli, cacce nel giardino ampio del castello di Milano e nell’altro ancor più vasto di quello di Pavia; e tutto sembrava agli occhi del pubblico che passasse in ottima armonia. Però il non pensar Lodovico a deporre la tutela, e l’alterezza di Beatrice d’Este sua moglie, che andava crescendo quanto più Isabella mostrava di offendersene, finirono per destare fra quelle donne inestinguibile il fuoco d’una funesta discordia.
Infatti vivendo le due principesse nella medesima corte, ben presto la loro segreta antipatia tramutossi in odio aperto. La moglie di Lodovico, vedendo che in sostanza chi avea il potere e lo esercitava era suo marito, cominciò a trattare la Duchessa di Milano nella guisa medesima che il marito proprio trattava il giovine Duca, non qual sovrana ma come pupilla; affettando anche di soperchiarla nel fasto con che viveva e vestiva, e in quelle dimostrazioni d’onore con che voleva essere ossequiata da tutti. Ultimamente, avendo avuto un figlio, si vociferava che sarebbe fatto riconoscere come Conte di Pavia, affinchè succedesse nel Ducato. La Duchessa, risentita, non tacque a Beatrice, che in lei non volea riconoscere che una sua suddita; e che una principessa della casa reale d’Aragona era ben altra cosa che la figliuola di un duca di Ferrara. Dopo di che, piena di rancore, col giovine marito si restrinse; colle lagrime e con pungenti motti cercò di destarlo dal suo letargo, ed indurlo ad intimare a Lodovico, che omai rinunziasse alla tutela; e come lo ebbe alquanto scosso, mandò un suo cameriere a pregare il Moro, perchè con qualche sollecitudine si recasse al di lei appartamento; ove ebbe luogo la scena seguente
Capo IV. IL GIUSTO SDEGNO
In una sala del Castel Giovio la quale formava parte dell’appartamento del giovinetto Duca, la duchessa Isabella riccamente vestita, e adorna di una beltà altera; col volto commosso e pieno ancora di quella tempesta che il recente contrasto coll’ambiziosa Beatrice d’Este avea in lei destata; rugiadosi gli occhi lucenti di stille di pianto cui lo sdegno frenava, e mostrando nel labbro e nella guancia fremente la profonda indegnazione e il dispetto di cui era compresa; trovavasi fra le braccia del duca Gian-Galeazzo: il quale, bello e nel fiore dell’età, vestito di un elegante abito corto di seta con ricchi fregi d’oro e pietre preziose, guardando la diletta moglie con aria piena di bontà e benevolenza, procurava calmare gli spasimi che l’eccesso dello sdegno avea destati nell’offesa giovinetta.
— Datti pace, Isabella, farò tutto quanto tu desideri; ma Lodovico nostro zio è uomo degno, che operò sempre pel ben mio e dello stato; e con lui vuolsi cautamente e amicamente procedere. Tutta Italia lo onora per la sua saggezza; i più bei genj della nostra età s’accordano a formarne l’elogio; Milano lo saluta suo nuovo fabbricatore: per lui questo stato florido non paventa il confronto di qualsiasi altro d’Italia; i principi Italiani cercano la nostra amicizia ed alleanza; l’Imperatore, come che avverso perchè considera gli Sforza quali usurpatori del ducato di cui loro non diede egli l’investitura, pure sta in rispetto, e tace; e finalmente questa città è fatta vero luminare d’Italia e d’Europa, per ricchezza, sapere, religione, e gentilezza. Tu vedi adunque, o cara Isabella, che con quest’uomo venerabile conviensi agire con rispetto, come la riconoscenza esige; tu sai poi quanto egli sempre con noi usasse di ogni riguardo che ci è dovuto: il carattere di sua moglie ti offese; ma egli non ne ha colpa: io so di certa scienza, che più volte ne la biasimò del suo sconveniente contegno: ma l’amore acceca; e d’altro canto, che può fare il buon zio con quella altera! Sì, io voglio bene compiacerti; ma le cose devono procedere pacatamente, e in modo che il Duca di Bari non rimanga offeso. Io amo che non si usurpi il mio potere; ora, il vedo, è omai tempo che le redini del governo mi sieno consegnate; ma qual mano più degna di aiutarmi nel reggerle, del mio rispettabile e buon zio Lodovico? nè sarebbe senza giusto rimprovero per me di ingratitudine, se io colla durezza e la diffidenza rimeritassi quel grande personaggio di tutto ciò ch’egli fece a pro dello stato durante la mia minorità!
Il Duca qui faceva una posa; quasi per dar tempo ad Isabella di replicare, o convenire. Ella, tutta commossa, diè in un dirotto pianto: il Duca la stringeva al petto, e baciava; indi riprendeva:
— Ma perchè nuovo pianto; perchè sì commossa? Non temere! non parlai io secondo esige l’onore e il dovere? che ti affligge? perchè non ti acqueti? di che dubiti, o sospetti? Su via, il tuo sguardo incredulo chiude un mistero! favella!
— Ah tu sei troppo buono, sclamò Isabella, tu tutta non misuri la tua situazione: tu ti credi signore, mentre languisci in una intera schiavitù! Il Moro ti affascina: inganna te; come ingannò me, e tutto il mondo: tu non arrivi a scandagliare la profondità del suo cuore! sotto un manto di bontà, di magnanimità, di disinteresse, egli chiude un’anima avida di potere, di fama, di ogni sorta di grandezza; fredda sui mali altrui: il suo sorriso è glaciale, e fa sparire la vita de’ sentimenti veramente generosi di chi lo avvicina: egli ti stende una mano, mentre stringe coll’altra lo scritto in cui nel capo ti condanna! sotto l’aspetto della saggezza, asconde perfidia, inganni, e tradimenti! oh di che non è capace l’ambizion sua? egli sacrificherà il sangue, i sudditi, ed anche il suo dio e le speranze di una vita futura in cui forse mal crede, al soglio: sì, io non m’inganno; egli mira al soglio che tu possedi; e se, per occuparlo, converrà abbatterci, lo farà!