— Quai terrori ti finge la tua immaginazione, Isabella, riprese sorridendo il di lei debole e buono consorte! quanto la tua fantasia è prodigiosamente attiva nel tormentarti! le chimere che tu crei non sono smentite dai fatti, dal rispetto che sempre per me e te dimostrò Lodovico?
— Ah, il cielo lo volesse, che chimere queste fossero! Ma tu ti inganni, Gian-Galeazzo; i fatti, i fatti più eloquenti, stanno contro il Moro: non dispose egli de’ castelli e della forza militare? Or che varrà il nostro dritto, se per lui saranno le armi? Nè qui s’arrestò: questo stesso castello non è egli in mano di un suo fidato; onde alzati i ponti levatoi noi possiamo essere da un istante all’altro suoi prigionieri, come lo fu già Bernabò Visconti di Gian-Galeazzo? E non governa egli omai non più a modo di tuo tutore, ma come vero principe? non si tolse anche (estremo di sfrontatezza e audacia!) in suo potere il tesoro? e vôlte le milizie in suo potere, di suo arbitrio non esige dai sudditi sussidj, dispone delle entrate, stringe trattati, comparte le grazie; e tutto a lui obbidisce! Chi a te o a me si rivolge mai per cosa alcuna? non è egli e la sfacciata sua moglie che sono corteggiati come sovrani: e non ardisce ornai Beatrice anche nelle solenni comparse usurparmi il posto d’onore che mi si compete? — Credimi, il male è estremo; conviensi usare mezzi estremi! Forse Lodovico non ardirà gittare del tutto la maschera, e noi potremo rialzare l’autorità nostra; ma se ciò non accade, io non spero più che nell’armi di mio padre: ed ancora la speranza è incerta; e più certa io vedo la rovina tua, la mia, e quella de’ nostri figli!
— Lo sdegno ti rende bene eloquente, Isabella; e quasi mi spaventi! ma Lodovico non è sì malvagio, credimi, come lo pingi. L’essermi io poco occupato degli affari, fece che egli tutte a sè le redini dello stato traesse: io non dubito però, e cento volte me lo disse, che condotte le cose al miglior ordine, a me saranno da lui trasmesse; ed allora, dopo le cure che egli spese per render lo stato florido, noi raccoglieremo parte dell’onore che una saggia amministrazione rifletterà sul principe che seppe secondare lo zelo di un ministro sì intelligente!
— In breve noi vedremo se ciò sia vero, sclamò Isabella: il cielo voglia che mi ingannino i miei sospetti! Ora, poco può stare a giungere Lodovico i sentiremo i suoi sentimenti! — E, dette tali parole, la duchessa si svincolò dal consorte; si assise ad un bellissimo tavolino ornato di scolture e fregi di avorio, sul quale erano alcuni fiori in vasi d’argento eccellentemente lavorati e smaltati, con altri ornamenti preziosi; ed appoggiando la faccia rorida di pianto ad una mano gentile, che poteva essere invidiata da un Ebe, serbò il silenzio. Gian-Galeazzo gittò un sospiro; si alzò; passeggiò per la camera; si affacciò ad una finestra i cui vetri colorati erano aperti, e diè un’occhiata mesta alle mura del castello che Isabella ora gli avea dipinto come una splendida prigione; ed all’udire aprirsi una porta si rivolse indietro.
— È qui il Duca di Bari, disse un paggio annunziandolo; debbo farlo entrare?
— Entri! replicò Gian-Galeazzo: e corse incontro allo zio, con un affetto in parte naturale in parte forzato, per abbracciarlo.
Capo V. I RIMPROVERI
Appena che il Duca di Bari fu comparso, il nipote lo abbracciò, e baciò in fronte. Egli poi ritirossi indietro; e Lodovico, fermo in piedi innanzi al tavolino ove sedeva Isabella, ma ad alcuna distanza, tutta spiegava la dignità della sua persona. Di statura maestosa, di età matura, cinto di una veste lunga turchina con fregi d’oro e che ben si addiceva al grave suo portamento; il suo volto pallido e un po’ oscuro non tradiva alcuno dei suoi pensieri, ed avrebbe annunziata una perfetta calma se il fino indagatore non avesse nel fuoco di un occhio ombreggiato da un grave sopracciglio veduto i segni di una profonda simulazione. Col berretto in mano; col volto eretto; movendo uno sguardo scrutatore rapidissimo sul nipote, e poi fissandolo con finta benignità su Isabella; egli proferì queste parole, con un tuono in apparenza di rispetto:
— L’Illustrissima Duchessa che ha da comandarmi?
E poi se ne stette in silenzio.