— Come è lunga la messa!
— Grazie, arciprete, ella parla come il Cantico dei Cantici!
— Grazie! Noi l’abbiamo capito! Grazie! grazie!
Seguita un corteo, un circolo, una colazione. Tutto è pieno di complimenti, di strette di mano, che gli sposi non capiscono nemmanco donde vengano. Poi alla fin fine si è sul marciapiede della stazione. Giunge il convoglio.... Le signore piangono.... Gli sposi montano sulla predella di un carrozzone di prima classe... Dal marciapiede si protendono mani, sventolano fazzoletti.... Gli sposi si rinchiudono nel carrozzone.... Il treno fischia, parte.
Le signore del marciapiede singhiozzano; gli amici, i signori, ritornano indietro sorridendo, malignando, quasi ingrulliti.
A trovarsi sola per la prima volta in un convoglio con l’unica scorta di un giovinotto, Sofia ha l’aria di una tortorella fra gli artigli del nibbio. Negli occhi del nibbio si legge la contentezza della preda. Il fragore delle traverse e delle rotaje fa ribaltare nei due cuori giovanili i soliti versi di Catullo.... Hymen ades o hymenæe....
Poi una città sconosciuta, un albergo sconosciuto.
L’albergatore e i camerieri ricevono i due fuggiaschi con un inchino e un sorriso intelligente, che frena un leggiero desiderio di canzonatura, ma lascia tralucere chiaramente l’aumento speciale che essi faranno sulla nota, mezzo semplicissimo con cui anch’essi i buoni albergatori si degnano festeggiare i viaggetti della luna di miele.
Poi lo smorzare tragico di una candela.
Quid faciant hostes capta crudelius urbe?