Hymen, o hymenæe — hymen ades o hymenæe!
Sofia ed Egidio si videro e si piacquero. Già varcarono lo scabro periodo dei dubbi, delle aspettazioni, delle notti insonni, angosciose, febbrili, degli affari legali, delle visite agli orefici e ai mercanti per le spese sacramentali.
Egidio non aveva più quell’aspetto di cavaliere della triste figura, che assumono d’ordinario i fidanzati; Sofia non aveva più quel fare impacciato, ingommato, proprio delle promesse spose.
Era spuntato il gran giorno. Le campane squillavano più argentine; cori di passeri e di allodole cantavano il duetto nuziale di Catullo; le allodole: Ut flos in septis secretus nascitur hortis...; — i passeri: Ut vidua in nudo vitis quæ nascitur arvo...; — e tutti insieme passeri e allodole: Hymen o hymenæe, hymen ades o hymenæe!
Lo sposo era vestito di nero come un magistrato; la sposa era tutta bianca come l’immagine della Prima Comunione.
Entrarono nel palazzo municipale.
— Oh quanto scrive il segretario dello Stato Civile!
— Quale necessità di scriver tanto?
— Presto! Presto!
Gli sposi entrarono in chiesa.