Vista la mamma, le si buttò addosso, come volesse mangiarla.

— Caro Dio! A momenti mi soffochi e mi mandi la cuffia per traverso! Che soldataccio! Sono queste le creanze degli studenti di Pisa?...

— Vengo da Camerino, mamma, e non da Pisa....

— Non importa.... Vieni pure di dove vuoi; ma hai imparato poco, mio caro, se sei ancora così disadatto.... Ebbene, del resto, hai finito tutto? L’hai presa la laurea?

— Che laurea! Ho appena finito il primo anno....

— Oh cara vita! Quante bugie! Non mi avevi detto, che andavi così lontano, andavi a Pisa....

— A Camerino, mamma!

— Pisa, verdone o canerino fa tutto lo stesso.... Non mi avevi detto che andavi.... dove sei andato, per finire più presto? Caro Dio! E adesso mi conti che non è ancora finita questa storia. È lunga, sai! Mi costa, sai, mantenere un figlio fuori di casa a fare il signore.... Ah! era meglio che tu avessi imparato subito qualche mestiere, e ti fossi messo a fare il sellajo, come lo faceva onoratamente la buon’anima di tuo padre. Santa Pazienza! Santa Pazienza! E adesso, quanti anni ti rimangono ancora da fare? Quanti?

— Quanti! Quanti! Cinquecento, — rispose il figlio con un dispetto pochissimo dissimulato. — Persino il portinaio da basso sa, che per pigliare la laurea da ingegnere ci vuole maggior tempo che per prendere quella da ciabattino.... Ma Ella, signora madre, più che tutta la scienza, forse amerebbe meglio che io le portassi innanzi un bel basto da somaro lavorato con le mie proprie mani, non è vero?... Quanti! Quanti! Piuttosto io dovrei domandare a Lei, signora madre, quanti cani si sono introdotti nella nostra casa, durante la mia assenza. Oh, buon giorno, sorella. —

In quel punto si era aperto l’uscio interno dopo pareccbie graffiature; ed insieme con Carolina aveva fatto irruzione una cagnara di sette cani, prima di tutti Glafir, il quale, riconoscendo Pinotto, si degnò di schiacciarsi in suo onore sul pavimento, dondolandosi e poi facendogli intorno quattro o cinque salterelli da ranocchio.