Roma, la compagna data a Glafir, e i suoi cinque cagnolini, che come dice la Scrittura, ignorabant Ioseph, cioè non conoscevano Pinotto, lo guardavano con certi occhi sui generis, proprio cagneschi, quasi volessero dire: che cosa è venuto a fare questo forestiero in casa? Che diritto ha egli di trattare con tanta domestichezza le nostre padrone?
Anzi Roma, dopo essere dimorata un poco nella sua posizione di ignoranza sospettosa, si mise ad ululare a canne ritte e spalancate verso Pinotto; ed uno dei suoi cagnolini, incoraggiato da questo contegno materno, si avvicinò alle gambe di lui per addentargli i calzoni.
Allora Carolina: — Zitta, Roma! Vieni qua.... Poverina! Non ti conosce ancora.... Vieni qua; te lo presento io. Questo qui è quel birbo di mio fratello, di cui abbiamo parlato tante volte insieme, e che si piglierà ben guardia dal farti qualsiasi disprezzo. Del resto noi gli tireremo le orecchie; non è vero, Roma? Ah, che bellezza di una cagnetta! Che cosa ne dici, fratello? È vera grifona, sai. Oh, dillo tu, Roma, dillo tu, se non sei proprio una gran bella bestiolina.... Devi sapere, Pinotto, che ce l’ha regalata, appena sei partito tu, il teologo Sturlimandi, ce l’ha regalata, perchè la sua cuoca non aveva nessuna pazienza a tenere queste bestie fine, come devono essere tenute. Egli l’aveva portata da Roma un anno fa, dove era andato per vedere i vescovi del Consiglio Catecumenico; e l’ha proprio avuta da uno dei primi amici del maggiordomo di un cardinale; per cui questa bestia quasi si può dire papale. Sicuramente! È per questo che il teologo l’ha voluta chiamare Roma. La birrichina, appena venuta da noi, ha subito comperato i suoi cagnolini. Li abbiamo allevati tutti, perchè sono tanto belli.... cioè ne abbiamo fatto perdere soltanto uno, perchè era nato quasi morto. Se avessi veduto, che importanza si dava questa cagnolina, quando era in pagliola! Voleva che le dessimo da mangiare noi nella cuccia, proprio come ad una mammina. Poi, quando abbiamo dovuto battezzare (uh! uh! che eresia dico mai! volevo dire metterci il nome a tutti i suoi birrichini), abbiamo voluto fare le cose proprio come si deve, e li abbiamo denominati in inglese, come è l’ultima moda; anzi per avere i nomi inglesi proprio giusti, siamo persino andate in compagnia del teologo a parlare con un prete sopra la Gran Madre di Dio, il quale è stato a predicare in Inghilterra. Ecco: questo qui si chiama Dear, che vuol dire carino, questo qui Black, che vuol dire Moretto, questa qui è tota Miss e questa qui madama Lady. Finalmente questo birrichino, che voleva morsicarti i calzoni, indovina un po’ come si chiama?... Questo non si chiama più in inglese, si chiama Come te.... Ah! Ah! Ah! Gli abbiamo voluto mettere questo nome faceto per minchionare la gente. Qualche curioso domanda: Come si chiama questo cagnolino? E noi senza offenderlo: Come te, Come te. Non è una cosa da crepar dal ridere, caro fratello? Se vedessi poi, che prodezze sanno fare tutti quanti! Come te, quando gioca con il gatto della portinaia, è un vero amore. Lo dicono tutti. —
X.
Pinotto non potendo più resistere a quel panegirico cagnesco lo troncò:
— Basta, basta! Ho inteso; mi rallegro tanto.... —
In quel punto, se avesse ascoltato la sua voglia, avrebbe pigliato in una bracciata tutta quella canaglia e l’avrebbe scaraventata nella via a costo di contravvenire a qualche regolamento municipale fracassando il cielo di un omnibus o la testa dei passaggieri, ma seppe frenarsi e domandò licenza di uscire subito, per andare a vedere qualche amico.
Appena disceso nella strada, inciampò un sergente furiere, suo fratello di latte, a cui piaceva ubbriacarsi.
— È la Provvidenza che mi ti ha mandato innanzi, Teodoro. Se non avessi incontrato te, sai, sarei ritornato indietro e avrei commesso un canicidio di sette persone. —
Al caffè, dopo la sbornia, trovò Edoardo ed altri amici, che lo invitarono con loro in campagna. Così egli poèò sottrarsi per un mesetto alla stucchevole necessità di vivere con tanta cagneria.