Ma ritornato finalmente fra le mura domestiche, egli fu condannato a pensare cento volte al giorno: — Come sono felici coloro, che vivono lontani dalla famiglia! Escono dall’ufficio, vanno a pigliare il vermouth, vanno a pranzare in pensione. Chi ne racconta delle più grosse è più bravo; alla sera al caffè, e sempre allegri! Essi non hanno mai fra i piedi un cane casalingo, o il malumore di una madre o di una sorella o altro accidente di famiglia che loro rivolti l’anima. —

Per la noja dei cani egli non poteva più nemmanco soffrire la dieta di casa. — Sempre spinacci! Sempre spinacci! Sempre zuppa! Sempre zuppa! —

L’immagine delle bistecche del caffè del Cambio gli pareva il non plus ultra della felicità terrena.

Ogni anno, ogni mese, ogni giorno, ogni minuto, gli facevano vieppiù afa quel continuo parlare e quel continuo preoccuparsi dei cani, in cui infierivano sua madre e sua sorella. — Guarda, Pinotto! Dear ha un mantello così fino che sembra seta. — Quest’oggi davanti al caffè Fiorio due signori si voltarono per guardare Come te. — Ah! Se volessimo vendere Roma, ci darebbero per lo meno novanta lire! Quante contesse la vorrebbero questa brutta leccapiatti! — Anzi la comprerebbero gli inglesi, la comprerebbero!...

A tutto questo mare di fastidio diede il trabocco un avvenimento da gazzettino della città.

XI.

In tutto il vicinato per cagione dei disturbi di quel popolo di bestie, la signora Placida e la damigella Carolina erano molto mal vedute, anzi erano chiamate addirittura l’una la Madre e l’altra la Sorella dei Cani. Sola a trattare con gentilezza officiosa verso le medesime era Ortensia la verdurera, che abitava una soffitta al disopra della famiglia Panezio. Essa, quando le incontrava per la scala o sul pianerottolo, si fermava rispettosamente per dar loro il passo e non risparmiava mai i suoi complimenti alla madre, alla figliuola e alla tribù dei cani; anzi una volta diede persino una crosta di formaggio a Come te.

L’Ortensia aveva la faccia rosata ed i capelli grigi, ed era un donnone membruto, pesante e quasi emisferico, come ha tutti i diritti di essere una vecchia erbajuola.

Ebbene, una mattina la grossa Ortensia usciva dalla sua soffitta, mentre Come te, ancora tutto sonnacchioso, uscendo dal suo rastrello, andò a cucciarsi sotto il primo gradino del quarto piano, e lì se ne stette acciambellato e immobile, come un biscione, che facesse la siesta dopo essersi imbottito di un uccellino. Intanto l’erbajuola discendeva gravemente e fatalmente le sue scale. All’approssimarsi del rumore di quelle pedate elefantesche, il malaugurato Come te non pensò punto di muoversi; ma dondolava poltronescamente la testa quasi per cacciare la dormiveglia, che gli si era appiccicata addosso.

Quaicc!...