Ad Ortensia venne il fulmineo raccapriccio di avere schiacciato qualche lordura molle, se non che uno strillo di bestia, che vuol mordere e spira, la fece avvertita di avere sfracellato il povero Come te, il quale pareva addirittura squagliato e attaccato al pavimento come un sacchetto di songia. Staccatolo dalla lastra e levatolo per uno zampino, ancora caldo, la vecchia avrebbe voluto risuscitarlo medicandolo con la sciliva; quando si spalanca il rastrello e si annunzia con una sonora rastrellata la signora Placida.
Vedere quello spettacolo, inveire come un’ossessa, arrotarsi come un’asina, poi rivoltarsi come una vipera e vibrare una enorme ceffata sulle guancie rosate di Ortensia, fu tutt’uno. Questa, che tutta mortificata, con il cadavere di Come te penzolante da due dita, era disposta a domandarle scusa, — a quell’assalto divampò in tutta la sua escandescenza di erbajuola, lanciò il defunto Come te fra i piedi della signora Placida, e piantò due pugni sui galloni in minaccia formidabile. — Madama! Ah, Madama delle mie prime ciabatte! (Le erbajuole, anche quando si prendono per i capelli non trascurano di darsi della madama e lo pretendono per sè stesse) — .... Madama del latte d’oca e dell’anticristo!... Le mani addosso a me, le mani addosso a me, che non ho paura nemmeno di un reggimento di dragoni! A me che sono un trono di Dio! A me, che le rompo i denti, anche fosse un croato, se non avessi paura di sporcarmi.... A me, che sono capace di mangiarla in un boccone lei e i suoi undicimila cani!... Ah! Cane di un Dio!... —
E s’avventa alla cuffia della signora Placida, la scrolla, la strappa. La Madre dei cani cerca di difendersi dando, come può, delle pugnate sulla schiena grassa di Ortensia, che non patisce quelle piccolezze. I capelli grigi delle due vecchie lucevano come fili di ferro elettrici. Ne seguì una deplorevole colluttazione.
Carolina uscì strillando dal suo cancello e con lei il reggimento dei cani superstiti, che si misero ad abbajare. Tutto il vicinato si agglomerò di su e di giù pella scala, prendendo di mezzo le combattenti.
— Ha ragione Ortensia.
— Ha torto madama!
— Ha torto il padrone di casa, che lascia nidiare tanti cani in questo palazzo, che è sempre stato come si deve.
— Ha torto anche il questore. —
Il barbiere corse a prender un catino d’acqua per ismorzare le due furie.
Patacciumm!