Nella Dante c’era Edoardo, il quale fece presto tutto il possibile per trascinarvi anche l’amico, il neo-filologo Pinotto.

Ma Pinotto era riluttante a entrare in quella Società; perchè, egli diceva, che le società letterarie erano tutte società di mutua ammirazione. Pure in un giorno di festa solenne, per accontentare Edoardo, che vi dava la sua beneficiata, egli pose il piede nella Dante. Ebbene, fu addirittura commosso nel vedere, anche solamente come spettacolo d’una volta all’anno, il Sindaco della Illustrissima Città del Toro, messosi in coda di rondine per la letteratura; nel vedere belle signore e bellissime signorine abbigliate festosamente per la letteratura, e l’incisore Thermignon avere coniata una medaglia per la letteratura, e tutto quel caleidoscopio di pubblico essersi assiepato circolarmente in anfiteatro per la letteratura; in cima al quale pubblico parevano stampati come re da tarocchi due marescialloni dei RR. Carabinieri, invitati da un socio maestro della Cittadella, — con il loro pennacchione nuovo e i loro bottoni e cordoni lucentissimi, anche essi per la letteratura....

Gli vennero poi i battiti al cuore, quando vide farsi innanzi nell’emiciclo, davanti a quel pubblico, l’amico, quasi fratello Edoardo, con gli occhi brillanti di ardimento, con la testa balda e scarmigliata, con la voce potente di metallo giovanile, e sciorinare su quel pubblico un discorsetto ameno e piccante alla Paolo Courier, facendo ridere beatamente i carabinieri e i professori, facendo piangere le signore e le signorine, facendo fremere i giovani bollenti Achilli e facendo saltare sulle sedie i fanatici compagni e ammiratori; — e quando Edoardo ebbe finito lo spéech, sollevarsi una selva di applausi, contra cui non valsero nulla i tromboni della Guardia Nazionale; e il Sindaco e il Rettore dell’Università alzarsi e stringergli la mano....

Pinotto precipitò anche lui sopra Edoardo; e questi gli domandò affannosamente: — Ebbene?

— Mica male.... Ih! acqua, che non macchia.... — gli rispose ridendo, e poi gli diede lo scoppio di un bacio, come il più franco conforto ed elogio di amico e di fratello.

Quello spettacolo di godimento letterario e di amicizia fraterna tirò definitivamente Pinotto nella Dante.

Quei giovani soci erano quasi tutti fatti alla buona e senza verun sussiego, quantunque molti di loro fossero prossimi a divenire o già fossero bravi e rinomati ingegneri, o medici, od avvocati, dottori di collegio, o professori di Università o di Liceo, consiglieri comunali o provinciali, capitani di cavalleria o di guardia nazionale. Benchè poi si radunassero in sedute letterarie, essi non pensavano mai, anzi non sospettavano neppure di essere accademici; tanto che un giorno, avendo un egregio letterato maturo mescolatosi con loro, detto: l’accademia non è in numero, risero tutti sotto i baffi, che avevano o non avevano.

Essi pensavano proprio soltanto a sfogare i loro umori letterari, arricchendosi e rimpolpandosi intellettualmente nel commercio disinteressato dei compagni e massime del pubblico; amavano proprio di cuore l’arte per l’arte; quindi davano magnificamente nel genio artistico, zingaresco, spigliatissimo di Pinotto; e si incontravano con il suo baco fanciullesco di letteratura inedita. Perciò egli non ebbe veruna difficoltà a divenire in poco tempo tutta cosa della Dante.

XV.

Anzi, egli potè riuscire presto il carattere più spiccato di quella baraonda letteraria, che fu poi scherzosamente chiamata la Giovane letteratura torinese.