Infatti un’azione dell’Indo-Germanica fu sufficiente a pagargli le uova per un giorno intiero e una cartella del prestito turco bastò a procurargli gli zolfini; onde egli coniò il proverbio meglio serbar in turco, che sprecare in italiano.

Ma questi rinfranchi gli si andavano terribilmente assottigliando di giorno in giorno. Onde, molte volte, seduto al tavolino marmoreo di un caffè, davanti a due uova affrittellate miseramente le quali scoppiettavano schizzi rabbiosi per carestia di burro e si attaccavano tenacemente abbrustolite al fondo del tegame, molte volte egli esclamò, mezzo liricamente e mezzo elegiacamente: — vorrei che queste due uova mi durassero una eternità! — E volgendo gli occhi in su ne gustava il sapore, in modo da impietosire chicchessia ad eccezione di lui.

Molte volte egli, che nei suoi tempi felici aveva esibito agli altri il suo portamonete a chius’occhi, con quella noncuranza cortese e signorile, che non hanno nemmeno i milionari, quando offrono l’astuccio dei sigari, — si trovò coartato a scomporre mentalmente un soldo e a destinarne le preziose particole nel suo specchietto giornaliero: tanti centesimi per i fiammiferi e tanti per la pattona.

XVII.

Egli prediligeva il soggiorno di Firenze per la compagnia dei fratelli della Misericordia, la cui instituzione egli da un pezzo considerava come un capitale, che avesse nello scrigno, in mancanza del capitale assistenza materna.

Ma, per fare maggiore economia, abbandonò Firenze e andò a stabilirsi in una piccolissima città di provincia, dove era affatto sconosciuto. Quivi si diede addirittura alla dieta dei grandi uomini in erba: pane, acqua e formaggio; e cominciò un nuovo romanzo, rifusione più netta e più grandiosa del primo. Così viveva assai strettamente, ma serenamente, quando un giorno egli cascò ammalato.

Era una grave malattia di peccati vecchi, penitenza nuova; per cui fu portato allo Spedale; e poco mancò non gli si dovesse amputare una gamba. Tre dottori stavano per l’operazione; uno solo contro e vinse. L’averlo potuto guarire, salvandogli quell’estremità combattuta, fu una vera gloria per il medico, che glie l’aveva difesa a viso aperto; onde la storia clinica del caso interessante venne narrata distesamente nel Morgagni, rinomata Rivista di Medicina e Chirurgia, adoperandosi mancomale le sole iniziali dell’ammalato.

In questo frattempo Pinotto, avendo fatto scrivere dal medico, suo Farinata ed istoriografo, avendo fatto scrivere a casa, che egli era all’Ospedale, si teneva sicuro che sua madre e sua sorella sarebbero venute a trovarlo; anzi si rammaricava acerbamente per aver potuto un sol giorno preferire nel proprio cuore la Misericordia di Firenze alla sua famiglia. Invece esse si fecero vive, ma non già rispondendo al dottore; bensì fecero scrivere dal Teologo al cappellano dell’Ospedale, raccomandandogli vivamente Pinotto, però esclusivamente per le cose dell’anima. Del resto esse accusavano un raffreddore; per il quale non potevano muoversi. Nè mandarono verun soccorso.

È facile il capire, come questa razza di sollecitudine per parte della madre e della sorella, facesse digrignare a Pinotto non solo i denti, ma l’anima.

Egli uscì dall’Ospedale con un appetito da convalescente, ed entrò in un caffè. Ora, per combinazione, la prima cosa che lo colpì, fu, a farlo apposta, la vista di una vecchia signora, rassomigliante un po’ a sua madre, che dava a leccare sucidamente lo scodellino alla sua cagnetta. Ciò fini per rovinargli completamente ogni programma di economia e di buona condotta, se aveva bisogno ancora che questo gli fosse rovinato.